sc@lo 24 30/06/2008

lettera sulle arti dal Ponente ligure
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Vincenzo Pasquali

  Mostre:
STORIE DI PITTURA PIEMONTESE
  DEL NOVECENTO IN LIGURIA

SANDRA MIRANDA: SACRA LUMEN
EMILIO SCANAVINO
  RETROSPETTIVA AL PRIAMAR

ESO PELUZZI
  AL SANTUARIO DI SAVONA

ALDO MONDINO / CORRADO BONOMI
  IL DOPPIO SENSO DELL'IRONIA

VINCENZO PASQUALI
  AL MUSEO CIVICO DI SANREMO

HENRI MATISSE, LE MUSÉE
  SOUS LE FEU DE LA RAMPE 1963-2008

RICHARD LONG: TRAVAUX RÉCENTES
  ET OEUVRES IN SITU

FRÉDÉRIQUE NALBANDIAN: TRESOR
JEAN DUPUY: À LA BONNE HEURE!





STORIE DI PITTURA PIEMONTESE DEL NOVECENTO IN LIGURIA

Si aprirà il 5 luglio a Cervo (IM) la mostra “Storie di pittura piemontese del Novecento”. Patrocinata da Regione Liguria, Regione Piemonte e Provincia di Imperia, si presenta come uno dei principali eventi artistici dell’anno.
Il tema portante nasce da una ricerca e da una constatazione storica: nel periodo successivo all’ultimo conflitto mondiale, a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, il piccolo borgo medievale di Cervo, affacciato sul mare, esercitò un fascino speciale su un gruppo di artisti e di intellettuali, in particolare piemontesi, che lo scelsero quale residenza estiva, dando vita a un ricco cenacolo artistico e culturale. Molti di questi personaggi conobbero la Riviera di Ponente perché influenzati dal forte legame tra Carlo Levi e la Liguria, in particolare Alassio, scelta come luogo di riflessione e di ispirazione per il suo lavoro.
A partire dalla seconda metà del Novecento, a Cervo si formò così una piccola comunità di pittori torinesi, tutti esponenti di spicco del panorama artistico nazionale: tra i primi ad arrivare fu l’artista Francesco Casorati con il padre Felice e la madre Daphne Maugham. Poco dopo giunsero Piero Martina, Francesco Menzio, Nicola Galante, Sergio Saroni, Romano Campagnoli con il padre Adalberto.
Fu la volta quindi dei più giovani Mauro Chessa e Nino Aimone. Negli stessi anni frequentava Cervo anche il lombardo Ennio Morlotti che già conosceva la Liguria perché era solito soggiornare a Bordighera.
Tutto ciò contribuì a trasformare il piccolo centro ligure, oggi tra i borghi più belli d’Italia e con un fermento culturale e artistico di portata internazionale, in una fucina caratterizzata da intensi dibattiti che varcarono i limiti della pittura e si estesero anche alla letteratura, grazie alla presenza di letterati di fama mondiale come Henry Furst americano per nascita, ma italiano per scelta spirituale, definito dalla critica geniale agevolatore d’intellighentsja, il quale nella sua residenza di Cervo era solito ospitare personaggi come Italo Calvino, Eugenio Montale e molti altri.
Questo numero consistente di artisti e di letterati, la maggior parte dei quali ricoprono il ruolo di protagonisti della cultura italiana del Novecento, costituiscono ancora oggi la prova evidente del fascino particolare che Cervo esercita sui turisti italiani e stranieri, in un’esperienza unica che la mostra “Cervo: storie di pittura piemontese del Nocevento” intende rievocare.
Location della mostra, che sarà aperta fino al 23 agosto, è il settecentesco Palazzo Viale, recentemente ristrutturato, manufatto architettonico e artistico di indubbio valore.

Storie di pittura piemontese del Novecento in Liguria
a cura di Daniela Lauria e Alfonso Sista
Palazzo Viale - Cervo
dal 5 luglio al 23 agosto 2008


SANDRA MIRANDA: SACRA LUMEN

Nasce da una festa ancestrale del fuoco (S.Benedetto Taggia) questo inter-evento di Sandra Miranda che prevede 16 tele (misure diverse che vanno da 2 x 3 cm a 50 x 70 cm) con la riproduzione infinita di una copia, in nero, rosso e cera d'api, una video istallazione, una performance.
La materia, nell’antica filosofia greca, era la sostanza indistinta e primordiale a fondamento di tutte le cose. Il lavoro di Sandra Miranda ruota attorno alla materia in questa accezione. Il fulcro della sua opera è quello concreto, tangibile, reale del mondo sensibile, persino nelle performance e nei video la caratteristica costante è questa. Con un approccio sacrale, mistico. Una forma di rispetto, un omaggio all’esistenza in tutte le sue forme, e alla memoria. Contaminata con uno spirito difficile da incasellare in una definizione, ma che di certo non appartiene agli standard occidentali. Forse perché Sandra Miranda è arrivata in Italia una decina di anni fa dalla Colombia. La sua creatività, la sua sensibilità sono vicine a uno sguardo di tipo antropologico. La sua è un’etica etnica. Una attrattiva preponderante per acqua e fuoco - elementi archetipici e fondativi – non fa che confermare il tratto primitivo o, meglio, a-temporale, capace di prescindere da un’epoca e, di conseguenza, essere universale. Eppure in queste opere non esiste giudizio, non vengono espresse valutazioni morali. Con mixed media tra i più svariati e una capacità comunicativa rara, Sandra Miranda non cerca mai di dare facili spiegazioni o fornire interpretazioni assolute. Niente indottrinamento, nessuna verità rivelata. La meraviglia della sua opera, sia video, installazione, performance o altro ancora, sta nello svelarci, con perfetta naturalezza, quello che è sempre stato davanti ai nostri occhi. Le emozioni, il dolore, i ricordi, le lacrime e lo smarrimento che appartengono a ognuno. E che troppo spesso non sappiamo vedere. La più sorprendente epifania consiste nello scoprire sé stessi. Senza retorica. Coraggiosamente.
- Annalisa Rosso

Sandra Miranda
Sacra lumen
M'arte
Via San Giuseppe - Arma di Taggia
dal 28 giugno al 13 luglio 2008



EMILIO SCANAVINO: RETROSPETTIVA AL PRIAMAR

Sino al 3 settembre, Emilio Scanavino (1922 - 1986) è il protagonista di una grande mostra al Priamàr, al Palazzo della Sibilla, dal titolo “il muro ritrovato”. L’evento, come è già successo per Arnaldo Pomodoro nel 2007, è frutto di una importante sinergia tra il Comune di Savona e la galleria Conarte di Giancarlo Bruzzone. Il titolo prende le mosse da un’opera eccezionale, ritrovata e salvata da Bruzzone e esposta per la prima volta dal suo contesto originale. L’opera misura 4 metri per 3, ed è stata realizzata dall’artista nel 1956 in acrilico su tela.
Il muro, staccato da una parete della reception dell’Hotel Saraceno di Varigotti ( Finale Ligure ) e riportato su tela, successivamente montato su un telaio in legno, è stato salvato da una sicura demolizione per lavori di ristrutturazione dell’Hotel Saraceno. Il “muro” è stato restaurato a Milano da Ida Ravenna e Paola Zanolini ( Centro di Restauri ), sotto la supervisione dell’Archivio Scanavino, nelle figure di Giorgina Graglia Scanavino, del Prof. Luca Massimo Barbero ( Associate Curator alla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia ) e della Prof.ssa Francesca Pola ( Storica e Critica d’Arte Contemporanea ). Per gli appassionati di arte contemporanea è davvero un’occasione unica per apprezzare un’opera di altissimo livello e di grande rarità.
Afferma l’assessore alla Cultura Ferdinando Molteni: “Esattamente quarant’anni fa, mentre l’Italia era percorsa dai fuochi della protesta studentesca, Emilio Scanavino trasferiva il suo studio in un paesino dell’entroterra finalese, Calice. Intorno a lui, per un periodo breve e fecondo, si sviluppò una vera e propria colonia di artisti che trasformarono quel borgo, sonnacchioso e un po’ sospettoso, in uno dei più creativi centri d’arte dei primi anni Settanta.”
“Celebrare Scanavino proprio nel quarantennale di quell’avvenimento mi pare significativo. La sua arte, accessibile e difficilissima al tempo stesso, merita tutta la nostra attenzione. Il patrimonio di cultura generato dal grande artista nato a Genova è un bene collettivo, paragonabile all’eredità lasciata dai maggiori artisti europei che frequentarono le Albisole dagli anni Cinquanta in poi. Amo Scanavino. L’ho sempre amato. E lo ricordo con rimpianto.” Conclude Molteni: “Uomini come lui, ricchi di talento e capaci di spingere gli altri alla sperimentazione, sono merce sempre più rara. Ricordarlo è un dovere e uno stimolo. Soprattutto oggi.”
Insieme verranno esposte altre nove importanti opere di Emilio Scanavino: Fluorescenza, Presenza, Sindone, Bis in idem (Lo specchio), Struttura, Al limite della conoscenza, Annunzio N. 2, Residuo, Immagini. La mostra continua in contemporanea nella Galleria d’arte ConArte, in via Brignoni 26r a Savona, con opere di Emilio Scanavino (tele, sculture, ceramiche, gioielli…).

Emilio Scanavino
Fortezza del Priamar
Corso Mazzini - Savona
dal 21 giugno al 3 settembre 2008




ESO PELUZZI AL SANTUARIO DI SAVONA

La città di Savona si arricchisce di un nuovo importante spazio culturale: la Sala Eso Peluzzi che sarà inaugurata sabato 28 giugno alle ore 21.30 a Santuario con una manifestazione in notturna ricca di appuntamenti.
Attigua al Museo del Tesoro di N.S. di Misericordia, ubicata all’interno della Residenza Sanitaria Assistita di Santuario, la Sala ospiterà in modo permanente le opere del pittore Eso Peluzzi, da lui donate alle Opere Sociali attraverso lascito testamentale risalente al gennaio 1969.
Insieme alle 22 opere della donazione, costituite da 10 dipinti, 2 pastelli e 10 disegni, saranno esposti altri nove lavori del Maestro, 7 di proprietà delle Opere Sociali e due della Pinacoteca Civica di Savona.
Si tratta di un evento atteso dalla città e dagli eredi di Peluzzi, che al momento del lascito aveva espresso la volontà di vedere esposte all’interno dell’antico Ospizio le sue opere, reso possibile grazie all’impegno dell’A.S.P.Opere Sociali di N.S. di Misericordia e grazie al sostegno della Regione Liguria che ha creduto in questo progetto.
Con la creazione della Sala Peluzzi, che sarà collegata al Museo del Tesoro una volta conclusi i lavori di ristrutturazione, nascerà un vero e proprio polo culturale cittadino concentrato a Santuario di Savona.
Per l’occasione dell’apertura del nuovo spazio le Opere Sociali, con il contributo della Fondazione A. De Mari Cassa di Risparmio di Savona, hanno realizzato un catalogo, curato dal prof. Franco Dante Tiglio, che approfondisce in modo esaustivo l’attività di Peluzzi a Santuario, con ampi riferimenti a lavori svolti in altri momenti della propria vita.
Scrive nel testo Dante Tiglio: “La sua arte ha mirato al ritorno alla verità e alla dignità dell’uomo con il coraggio morale che gli ha permesso di concedersi totalmente alla sua vocazione per la verità, senza tentare di mentire a se stesso”.
Approfondimenti, all’interno del testo, anche sull’attività disegnativa del Maestro, fondamentale nel suo lavoro sia come studio preparatorio sia come opera in sé compiuta. Fu Carrà ad apprezzare per primo il valore dei disegni di Peluzzi, in occasione della prima personale del giovane artista ligure alla “Bottega di poesia” di Milano, nel 1924, tanto da scrivere: “È nei disegni ove si appalesano le sue qualità…La volontà della forma si acuisce in un gioco di linee o di masse ritmate con sagace accorgimento”.
Al fine di una più completa valorizzazione, tutti i disegni esposti nella Sala Peluzzi sono stati restaurati dalle Opere Sociali grazie anche ad un contributo della famiglia.
Il catalogo, stampato in mille copie, sarà in vendita dal giorno dell’inaugurzaione.
A seguito della manifestazione del 28 giugno, organizzata dalle Opere Sociali in collaborazione con il Comune di Savona, la Sala resterà aperta al pubblico in modo definitivo per consentire a tutti i savonesi e ai turisti di visitare le opere di questo apprezzato autore che tanto amò il Santuario di Savona.

Eso Peluzzi
Sala personale
Santuario di Savona
dal 28 giugno 2008





ALDO MONDINO - CORRADO BONOMI: IUL DOPPIO SENSO DELL'IRONIA

Statagemmi di un'arte che diverte
Vi sono artisti che non si fissano, che scivolano, che galleggiano sul senso delle cose, giocandovi. Marcel Duchamp, per esempio. Questa mostra rappresenta uno degli esiti possibili della “deriva” inaugurata da colui che ha reso l’arte più liquida e aperta, compromettendola definitivamente con il mondo delle idee svagate, delle trovate argute, dell’umorismo e dei motti di spirito che rappresentano, nella modernità, l’ascesa della più agile cultura popolare ai danni della prosopopea pomposa degli accademismi.
L’incontro tra Aldo Mondino e Corrado Bonomi conferma come questo modo di fare arte possa sfruttare le capacità euristiche dell’ironia e dell’umorismo, trasformandole in strumenti di avvicinamento alla sostanza delle cose: dove il semplice fenomeno (il dato elementare della coscienza che si rapporta alla realtà) diventa epifania (illuminazione e squarcio del Velo di Maja), grazie ad un’arte usata come "anomalia", come un agente corrosivo rivolto contro regole secolari avvertite come obsolete, da parte di generazioni d'artisti che devono confrontarsi con il mondo moderno. Come fanno Socrate o Arlecchino, due “maschere” all’origine della modernità. Perché “moderno” è danzare sulle cose del mondo, sapendo che la verità non acceca ma si offre come uno straccio gettato in terra, come la piega abbandonata dell’abito di una vestale svanita. In un mondo secolarizzato e laico, in cui “dio è morto” per indigestione di talk e reality show, Mondino e Bonomi forniscono una risposta, nel “limite” della loro capacità umoristica: perché le loro opere devono “divertire” affinché possano funzionare. Divertire nel senso di “volgere altrove, allontanare, distogliere”, portare fuori strada, per altri sentieri, meno battuti, forse “interrotti”, come voleva Martin Heidegger: strade che si perdono nella radura dell’essere e che, proprio perché non portano da nessuna parte, rappresentano il succo vitale del pensiero, lì dove la domanda e la sospensione del senso non significano un’assenza ma un incontro ravvicinato, per quanto impalpabile, con un senso ulteriore, un nuovo modello di senso che l’arte è chiamata ad offrire. Le opere di Mondino e Bonomi funzionano come indicazioni devianti verso lande dove le idee non sono più se stesse, dove la parola può essere usata, grazie ad un’arguzia da enigmisti, come un grimaldello con cui scassinare (sottilmente e senza farlo capire) gli accessi di alcuni luoghi nascosti.
Ancora una volta è Duchamp la sorgente: quale esempio più caustico di un’opera come L.H.O.O.Q., la Gioconda di Leonardo rivisitata con barba e baffi (sublime espressione dell’istinto infantile!), dal titolo provocatorio che letto suona: “elle a chaud au cul”. È la polisemia, questo arcano “confuseggiar di sensi” che s’agita nelle menti primitive, a piacere ai moderni. Stanchi di dover studiare l’organo della percezione e satolli della koinè positivista, che nell’Ottocento ha decretato la conoscibilità solo di ciò che si può testare sperimentalmente, i moderni vogliono sondare i meandri della parola poetica e della visione artistica; assaporarne le delizie, le ricchezze da mondo esotico, la libertà da prateria selvaggia (Mondino compirà inesausti viaggi in Oriente). Vogliono fotografare la polvere e produrre Grandi Vetri, giocare con il caso e spaziare nella concettualità più ardita. Soprattutto, vogliono spalancare le porte dell’arte al mondo. Un tale desiderio giunge fino ai Nostri che, privi di schematismi ideologici, fanno incetta di materiali da utilizzare nelle opere: Mondino dipinge su tappeti di cocco o scolpisce con caramelle, Bonomi riproduce pesci dentro scatolette di sardine o crea “Castelli in aria” con batuffoli di cotone. La pittura per loro, al contrario dei cugini dell’Arte Povera, non è tabù. Il concetto vive e prolifera nei colori gioiosi e nei titoli giocosi delle loro opere. Degni successori di un pittore velocemente amato e presto dimenticato, ma soprattutto frainteso, come Giambattista Tiepolo: smisuratamente “allegro”, fino al limite della vacuità, eppure profondamente serio nel giudicare il mondo, anche grazie a quella “sprezzatura” di cui ammanta molta sua arte. Come questa, anche i lavori di Mondino e Bonomi possono apparire “innocui” a chi è abituato alle pontificazioni gravose dell’arte, ma risultano produttivi di nuove sinapsi in chi guarda con attenzione e si lascia portare lì dove l’opera lo guida.
In una sua parodia, Woody Allen immagine le avventure di un Van Gogh dentista, alle prese con dentiere sbilenche e radiografie bislacche: con lui, l’intero gotha della pittura impressionista è trasformato in un’accozzaglia di buffi individui impegnati a trapanare e incapsulare. L’esito è divertente: Van Gogh perde soldi e clienti come dentista, ma i risultati del suo operare gli fruttano ammiratori nel mondo dell’arte. “Avrei dovuto dare ascolto al babbo – concluderà - e fare il pittore, non è eccitante ma almeno è una vita normale”. Lo stratagemma di Allen fa ridere ma la “morale” è seria: l’artista moderno può anche “fare il dentista”, se la dentiera inservibile che produce è un’opera arte.
Mondino e Bonomi non si fermano alla dentiera e rimpolpano il concettualismo usando ogni strumento utile, senza pregiudiziali, e rivolgendo alla figurazione un ruolo di primo piano. Una via originale. La pittura è tutt’altro che superata o incapace d’incarnare il concetto, per loro. In questo, la loro evoluzione porta ancora più lontano, dove il ricongiungimento, in stile moderno, con la tradizione sprigiona nuove potenzialità: perché rassicurando l’occhio del pubblico (che è il primo censore) ne raggiungono meglio la mente, seducendola e portandola nella dimensione di un concettualismo all’italiana, maccheronico, divertito e non lontano da riverberi pop, sposato da Munari e da Pascali, da Boetti e da Mondino, e di cui Bonomi rappresenta una sopravvivenza, tanto più intensa quanto il suo lavoro assume toni intimistici, fatti di relazioni personali con la realtà che si risolvono in un’arte quasi disarmata, indebolita, accogliente. Mentre Mondino subisce e ripete il fascino del dandy, caro anche al primo Schifano, portando nella sua vita i ritmi, le astuzie e gli stereotipi legati al successo di un “uomo di mondo”, Bonomi pensa un’arte i cui meccanismi fungono da culla per quel “fanciullino” di pascoliana concezione che tutti portiamo dentro fino alla fine: una sorta di nocciolo duro la cui voce risulta inaudibile nel mondo adulto, ma che può farsi sentire grazie all’enigmistica del senso e al gioco delle interpretazioni messe a punto con un concettualismo “caldo” e delicato, vibrante d’ironia e spiritoso.
Possiamo apprezzare queste opere nella misura in cui le lasciamo giudicare al fanciullo che è in noi e non all’adulto che siamo. In questa spaccatura del Soggetto, progettata in maniera istintiva, i piani s’intersecano, i sensi scivolano e le polarità s’incrociano: la visione ne risente e l’arte può avere il suo effetto spiazzante, giocoso e serio al tempo stesso. Anche toccante. Se ciò avviene, evocazioni e suggestioni non restano soltanto ciò che sono ma acquistano la sostanza di ragionamenti all’interno di una logica altra rispetto a quella razionale.
L’arte, come il mito, il linguaggio e tutta la conoscenza, sono “simboli”, scriveva Ernst Cassirer in una sua celebre opera, “non in quanto essi designino in forma d’immagine, di allegoria che allude e spiega, un reale sottomano, ma in quanto ciascuno fa emergere da se medesimo un suo proprio mondo di senso”. E questo fanno Mondino e Bonomi, alimentando un “proprio mondo di senso” con opere che mirano ad un concettualismo soggettivo, personale e intimo (altra differenza rispetto al “nonno” Marcel), capace di scavarsi una via di comunicazione dentro luoghi della mente abbandonati, lì dove vige un’altra logica: quella del bimbo o del primitivo. Dove i soldatini, le fatine e i trenini utilizzati da Bonomi, oppure i cioccolatini e lo zucchero usati da Mondino, risplendono magnifici come soltanto la vera carne dell’arte sa essere. Questa trasfigurazione della materia reale in materia simbolica si deve all’indebolimento, reale e non simulato, dell’artista. La sua incapacità di strutturare ideologie diventa la sua forza. Gli escamotage concettuali ed emotivi che inventa riportano chi guarda al grado zero della conoscenza. Nietzsche scrive ne “La gaia scienza”: “Da quando mi stancai di cercare, io imparai a trovare”. Mondino e Bonomi hanno saputo far questo: escogitare consapevolmente una strategia per trovare trovate, boutade, mot d’esprit e jeu des mots che per l’estetica romantica rappresentano il meglio del pensiero, la forza dello spirito che scorge frammenti di verità.
- Nicola Davide Angerame

Aldo Mondino - Corrado Bonomibr> Il doppio senso dell'ironia
Fortezza Castelfranco
Via Generale Enrico Caviglia - Finale Ligure
dal 15 giugno al 13 luglio 2008



VINCENZO PASQUALI AL MUSEO CIVICO DI SANREMO

L’opera di Vincenzo Pasquali, autore della celebre statua della Primavera, viene presentata per la prima volta al pubblico nell’esposizione “Vincenzo Pasquali. Sculture e disegni” visitabile sino al 5 luglio al Museo Civico di Palazzo Borea d’Olmo.
La collezione di gessi, sculture, studi, fotografie, cataloghi d’arte e attrezzi di lavoro recentemente acquisita dal Museo Civico, documenta il percorso artistico dello scultore nei primi anni Trenta del Novecento.
Pasquali, attivo a Sanremo fino al 1940, anno della morte, realizzò numerose opere per la committenza pubblica e privata e importanti monumenti funerari presso il Cimitero della Foce di Sanremo.
Introduce il percorso la “Statua di Flora”, collocata nell’atrio del Palazzo Borea d’Olmo a introduzione della mostra.
Realizzata in materiale refrattario, la statua è una variante della più famosa “Statua della Primavera” che il Comune di Sanremo commissionò a Vincenzo Pasquali per simboleggiare l’immagine della città dei fiori.
In esposizione anche busti, fioriere e sculture di ambito religioso.
La presentazione della collezione si è svolta sabato 14 giugno al Museo Civico con l'intervento di Franco Sborgi (docente di storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Genova), Francesca De Cupis (Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici ed Etnoantropologici della Liguria), Francesca Olcese (restauratrice), Pia Velli Cappanera (nipote dell’artista).
La mostra è organizzata dall’Assessorato alla Cultura, Biblioteche e Musei guidato da Daniela Cassini.

Vincenzo Pasquali
Museo Civico di Sanremo
Palazzo Borea d'Olmo
Via Matteotti 143 - Sanremo
dal 15 giugno al 5 luglio 2008





HENRI MATISSE: LE MUSÉE SOUS LE FEU DE LA RAMPE 1963-2008

Au cours de l'été 2008, (quarante-cinq ans après son ouverture), le musée Matisse propose de présenter une exposition mettant en valeur ses collections permanentes sous l'éclairage de principes historiques et thématiques, voulus par la famille du peintre, favorisant la connaissance de l'oeuvre de l'un des grands artistes du XXe siècle.
Au fil des salles de la villa et de l'extension, les oeuvres du musée, accompagnées d'oeuvres issues de différents prêts, mettront en évidence le parcours que propose le musée pour permettre de suivre l'évolution de l'artiste, ainsi que les liens culturels unissant la collection de Nice avec le monde de l'art international.

Heni Matisse: le Musée sous le feu de la rampre 1963-2008 Musée Matisse
164 avenue des Arènes de Cimiez, Nice
du 14 Juin 2008 au 29 Septembre 2008



RICHARD LONG: TRAVAUX RÉCENTS ET ŒUVRES IN SITU

Quoiqu’il cite plus volontiers parmi ses contemporains Hamish Fulton, Carl Andre ou Lawrence Weiner, Richard Long est trop systématiquement associé aux émergences américaines du Land Art, de l’art environnemental et des Earth Works initiées vers 1967. Comme elles, le sculpteur utilise le cadre et les matériaux de la nature, comme elles, les œuvres crées in situ subissent l’érosion du temps dont il ne reste que le souvenir photographique. A l’instar de Robert Smithson, Long intervient dans le lieu de l’œuvre en déplaçant, transportant, accumulant et traçant les matériaux mais sur un mode de « transformation douce », reposant sur l’utilisation d’un matériel rudimentaire fourni par le paysage, à échelle humaine et soumis aux contraintes naturelles. Lui-même l’affirme avec force : « pour moi, Land Art est une expression américaine. Cela veut dire des bulldozers et de grands projets. C’est de la construction sur de la terre qu’ont achetée les artistes, le propos est de faire un grand monument permanent, cela ne m’intéresse pas du tout ». L’appellation Land Art est aussi pratique qu’imprécise puisqu’elle rassemble certaines œuvres de l’Arte Povera ou de Supports-Surfaces dans leur rapport entretenu avec la nature. Est-ce placer un artefact dans la nature ? Est-ce encore faire entrer le naturel dans l’espace muséal ? Est-ce plutôt utiliser le naturel dans le paysage ? Quarante années depuis, la question demeure.
A Line made by Walking, œuvre séminale du sculpteur datant de 1967, tient lieu de programme ; en effet, une ligne faite en marchant, sera pour lui un concept évolutif reposant sur le fait que l’art est fait en arpentant le lieu, que des photographies seront réalisées pendant le chemin et que les marches sont établies à partir de textes, les Textworks. Pour Long, un texte est une description, l’histoire d’une œuvre dans le paysage ainsi que le moyen le plus simple de présenter une idée qui puisse être une marche ou une sculpture, soit les deux. « Chaque marche indique l’artiste, bien qu’elle ne réponde pas à une définition conceptuelle, réalise une idée particulière (…). Ainsi, chacune comme art me procure un moyen idéal pour explorer les relations entre temps, distance, géographie et mesures topographiques. Ces marches sont enregistrées ou décrites de trois manières différentes : par des cartes (les Map Works), des photographies ou des textes. Et l’artiste de préciser : « une carte peut être utilisée pour préparer une marche. Elle peut aussi aider à faire une œuvre d’art. Les cartes sont porteuses d’informations ; elles montrent l’histoire, la géographie et la typonomie des lieux. Une carte est une combinaison artistique et poétique de l’image et du langage ».
« Marcher me met à même d’étendre les frontières de la sculpture qui peut désormais avoir pour sujet le lieu, tout autant que le matériau (bois, pierre ou eau) ou la forme (ligne, cercle, spirale et plus rarement la croix) ». Pour lui, autant que la ligne, le cercle est un thème constant qui lui permet de faire une marche en un cercle, de faire un cercle de pierres, de boue ou de mots. Et plus précisément d’ajouter que « les Landscape Sculptures habitent le riche territoire entre deux positions idéologiques, entre faire un monument ou réciproquement à ne laisser que des empreintes de pieds. Une sculpture peut être déplacée, dispersée ou transportée. Les pierres peuvent être des marqueurs de temps et de distance ou existent comme parties d’une sculpture anonyme plus importante ».
Déjà présent au MAMAC en 2004 dans l’exposition collective Intra-Muros, Richard Long se voit ici offrir une carte blanche afin de créer in situ des œuvres éphémères associées aux sculptures et photographies. Ne prétendant à aucune exhaustivité rétrospective, la présente exposition regroupera des travaux récents, donc pérennes, à des œuvres réalisées in situ sur les cimaises du musée. Plus précisément, Long présentera des photographies issues de ses derniers voyages (Inde, Egypte et Afrique du Sud) ainsi que des sculptures de la série Fingerprints réalisées sur des objets en bois (piquets de tentes touaregs, dossiers de campement ou tablettes coraniques) glanés entre Agadez, au Niger et Essaouira au Maroc. Pour l’arpenteur du monde qu’il est, présenter un travail muséal au public ou œuvrer dans l’Himalaya n’est pas antinomique, bien au contraire : « les deux types de travaux, à l’intérieur ou à l’extérieur, ont la même raison d’être. Je suis le même artiste avec la même sensibilité, bien qu’il soit important que je puisse travailler en pleine nature, dans la solitude d’esprit. Peut-être que ces travaux ne seront vus par personne, mais il est nécessaire que le public en connaisse l’existence par les photographies, les cartes ou les textes, sans qu’il ait vu les œuvres elles-mêmes dans le paysage ».
Parallèlement, les œuvres crées in situ couvriront un triple champ : deux Landscape Sculptures, un Text Work et surtout des Mud Drawings dessinés à la main à l’aide d’un gant de vaisselle. Les deux sculptures au sol sous forme de cercle ou d’arc-de-cercle utiliseront des pierres équarries rouges ou blanches de La Turbie ou d’Auvergne ; la spirale, les hexagrammes et l’arc de boue seront composés quant à eux de boue du fleuve Avon (baignant sa ville natale de Bristol et lieu de marches innombrables autour de Dartmoor et Exmoor), d’argile de Vallauris et de kaolin. Pour l’artiste, la boue est un médium à mi-chemin entre la pierre et l’eau, entre peinture et sculpture, facilement transportable dans n’importe quelle partie du monde.

Richard Long
Travaux récentes et oeuvres in situ
MAMAC Nice
Promenade des Arts - Nice
31 mai - 16 novembre 2008




FRÉDÉRIQUE NALBANDIAN: TRÉSOR

Cette deuxième importante exposition de Frédérique Nalbandian à la Galerie Depardieu, intitulée Trésor, marque une étape dans le parcours artistique désormais international de cette artiste :
- 2006 : expositions personnelles au Centre d'Art Intercommunal d'Istres, à la Galerie des Ponchettes de Nice en même temps que sa première exposition à la Galerie Depardieu,
- 2007 : work in progress interieur/exterieur permanente à Saignon en Lubéron de l'installation "S'eaux", participation à l'exposition Internationale de Sculptures/Installations OPEN 07 à Venise pendant la Biennale.
- 2008 : "one-woman-show" à New York au Roger Smith Lab Gallery en avril 2008...

Dans ce monde de plus en plus virtuel, où l'information et l'image circulent à pleine vitesse, Frédérique Nalbandian refuse les matériaux rigides, durs, compacts pour privilégier ceux qui sont doux, souples, ductiles, aisément modelables par sa main. Le plâtre, le savon, la cire ou la paraffine composent ses sculptures et ses instalaltions, enveloppent, recouvrent, découvrent, cassent, fragmentent, recomposent des morceaux de réalité, objets inanimés ou formes organiques. L'état solide, liquide ou gazeux de ces substances, fait lien entre la forme et le réel.
Ce qui frappe, le plus c'est sa mise en scène de la matière, passant du contenu au contenant et inversement.
Dans son oeuvre, nulle exigence de réduction de l'image (de la représentation), comme dans l'Arte Povera, à travers la récupération des éléments naturels, mais plutôt le désir de sauver la mémoire des formes, des objets, des actions, des gestes préexistants, tout en les remaniant dans un langage vif et singulier. Par cet acte de transformation et de partage, l'artiste et le public participent pleinement à la réaction des éléments et des événements dans une coexistence.
Frédérique Nalbandian nous restitue la capacité d'entrevoir l'existence humaine sous l'angle de la mémoire, mais aussi sa vigueur et son instabilité. C'est l'idée traduite en matière qui, passant par sa "physicisation", produit une émotion anthropologique et cérébrale.
- Enrico Pedrini

"Trésor", éloge, dérision ou survie :
- des choses insignifiantes, des dépôts, des fonds de bacs à gâcher dorés
- des fragments de savon, pépites ou autres composants récupérés des pièces "Précipité I, II, et III"
- d'un verre ultra brillant (vidéo)
- de l'eau.
- Frédérique Nalbandian

Frédérique Nalbandian
Trésor
Commissaire Enrico Pedrini
Galerie Depardieu
64, Boulevard Risso - Nice (face au Mamac)
du 26 juin jusqu'au 25 juillet 2008





JEAN DUPUY: À LA BONNE HEURE

La carrière de Jean Dupuy commence dans les années 50 par une pratique de la peinture abstraite proche de l’Ecole de Paris. Il fréquente alors Vincent Barré et Jean Degottex, mais aussi Bernard Heidsieck. En 1967, il s’installe à New York. Il participe l’année suivante au concours Experiment in Art & Technology lancé par Bill Klüver et Robert Rauschenberg. Sa pièce Heart Beats Dust remporte le premier prix. Elle est exposée simultanément au Brooklyn Museum et au Moma. Les pulsions cardiaques d’un visiteur sont captées et amplifiées par un stéthoscope électronique qui agit aussitôt sur une membrane qui propulse, dans un faisceau lumineux en forme de cône à base pyramidale, un nuage de pigment organique rouge enfermé dans un caisson vitré. Le succès est immédiat. Il intègre la galerie Sonnabend et enseigne à la School of Visual Arts N.Y.C. Il entame alors une série de pièces aux fondements « technologiques » dont Ear (1972), qui permet à chaque visiteur de regarder le fond de sa propre oreille grâce à un mécanisme aussi absurde qu’efficace.
Mais l'enchaînement traditionnel des expositions ennuie Jean Dupuy. Il se lie au Guerilla Art Action Group qui revendique un comportement anti establishment. Il quitte sa galerie et organise en 1973 dans son studio au 405E, 13th St. une exposition avec une trentaine d’artistes dont Larry Rivers, Claes Oldenburg, Nam June Paik, ses voisins de palier. Aucune oeuvre n’est à vendre, beaucoup sont invisibles, immatérielles comme celle de Gordon Matta Clark. L’opération se renouvellera trois années d’affilée. Jean Dupuy commence parallèlement à organiser des performances collectives dans lesquelles s’entrecroisent un grand nombre d’artistes, la plupart liés au mouvement Fluxus, mais aussi des personnalités comme Richard Serra, Philip Glass ou Laurie Anderson. Ce sont les Three evenings on a revolving stage de la Judson Church, ou les mythiques soirées de la Kitchen, dont le repas Soup & tart qui réunit près de 200 personnes. Il se lie d’amitié avec George Maciunas, ce qui fera dire de lui qu’il était un artiste fluxus alors qu’il ne l’a jamais été historiquement, sauf par affiliation momentanée durant ces quelques années.
En 1977, il ouvre avec son épouse un restaurant, puis arrête en 1979 toute activité liée à la performance. Il produit peu à peu des pièces aux mécanismes poétiques comme Lazy Susan (1973), constituée d’une roue mobile (suspendue sur deux échelles) dont le roulement à bille est bloqué, mais qui, malgré tout, continue à tourner « paresseusement » en suivant le mouvement de la terre. Il écrit enfin ses premières anagrammes tel Venus Unique Americain Red / Univers Ardu En Mécanique et devient Ypudu anagrammiste, inventant des textes mettant en scène des personnages tels que Léon le bègue qui se joue du langage en s’imposant des équations poétiques de mots. Ses textes - qui fonctionnent comme des partitions musicales à déchiffrer - deviennent au fil du temps des oeuvres à part entière ou des livres d’artistes qu’il aime réaliser en série.
L’exposition «A la bonne heure ! » à la Villa Arson réunira dans la galerie carrée quelques pièces fondamentales de l’artiste, dont Lazy Susan, Aero Air, Is She Pregnant ?, Chocolat ou Fewafuel (jeu de mots avec fire/earth/wather/air et fuel), produite en 1970 par la Cummins Engine Company, grande entreprise américaine spécialisée dans les produits liés à l’industrie du diesel. L’oeuvre est composée d’un moteur en activité dont les traces nocives de combustion sont stockées dans une boule en pyrex reliée au mécanisme interne. A l'époque, la pièce fit scandale car elle mettait à jour les effets polluants des moteurs produits par l’entreprise mécène. Elle fut retirée au bout de quinze jours d’exposition.

Jean Dupuy
À la bonne heure
Villa Arson - Centre national d’art contemporain
20, av. Stephen Liégeard, Nice
du 28 juin au 28 septembre 2008





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