sc@lo 21 31/03/2008

lettera sulle arti dal Ponente ligure
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Rocco Borella

Recensioni e notizie:
REBECCA BALLESTRA A SANREMO
PIERGIORGIO COLOMBARA
  A VILLA FARAVELLI

ROCCO BORELLA
  AD ALBISOLA

MARIO ROSSELLO
  AL PRIAMAR

CARLÉ E SPIGNO
  TELLUS A FINALBORGO

FRANCO MENEGUZZO:
  IL SENNO DEL PRIMA

LUCIO DEL PEZZO
  NELLO STILE ITALIANO

AVVENTURE DELLO SGUARDO
  ARTISTE AD ALASSIO

CLARINDO BASSANI
  FACCIATE

BEN VAUTIER:
  NICE À PERPIGNAN

ARNAUD LABELLE-ROUJOUX:
  AL MAMAC

IVANO SOSSELLA:
  PENULTIMO PROGETTO

SILVIA GENTA:
  SCIASCELINE






REBECCA BALLESTRA A PALAZZO BOREA D'OLMO
di ALESSANDRO GIACOBBE


Maria Rebecca Ballestra con Diego Casciola, sponsor tecnico della manifestazione



Non è cosa nuova il connubio fra un capace atrio di un palazzo storico e un’installazione contemporanea, evocativa e multi materica. Appare piuttosto relativamente nuova per San Remo. Lo spazio scelto è interessante perché è l’atrio spazioso e vivibile del palazzo Borea d’Olmo, affacciato sul centralissimo e “strusciato” corso Matteotti. Poca la distanza da ben altri luoghi di esibizione nazional-popolari. Sicuramente concettuale il contesto e la risoluzione in questo spazio. Il quale, va detto, si presta alquanto alla manifestazione delle capacità umane: micro conferenze, happening, concerti, esposizioni. Rapporto con il pubblico che passeggia sempre un po’ distratto (o meglio attratto dalle vetrine). Basti pensare alle grandi inferriate a gabbia che decorano la facciata presso l’ingresso principale. Le quali permettevano anche il dialogo dall’interno del palazzo verso chi passava tra i limoni che circondavano un tempo il maestoso palazzo. Questo è il racconto dell’ambiente caratterizzato da una iniziativa che potrebbe avere un seguito, anche su più palcoscenici. Si tratta dell’installazione di Rebecca Ballestra. Nella fattispecie “L’albero sonoro”. Come si è arrivati a porre un “albero sonoro” nell’atrio del onusto palazzo Borea d’Olmo? Con la prima edizione di “Incontri d’Arte Giovane al Museo”. Infatti in palazzo Borea d’Olmo ha sede il Museo-Pinacoteca Civica di San Remo. E allora la sinergia tra l’Assessorato alla Cultura del Comune, l’Università di Genova (DIRAS), l’Archivio d’Arte Contemporanea e l’Amministrazione del Palazzo…hanno prodotto quello che vi si racconta. E che sicuramente racconta ancor meglio la pubblicazione-memoria grigia (ma coloratissima invero) curata nella fattispecie critica da Leo Lecci e Paola Valenti con la regia (e la firma) di Franco Sborgi. E alla fine …l’”albero sonoro”. Installazione, si rimarca, posta in opera proprio mentre imperversa in città il Festival canoro. Sonoro dunque musica, musica dunque Festival. A San Remo sono equazioni facile. Qualcuno si sarà pure accorto dell’ “albero sonoro” adesso… In pratica abbiamo due stampe digitali su PVC di 2x3 metri ciascuna, un albero, una staffa, un tendaggio drappeggiato, un accompagnamento sonoro. Cioè Say, di Wen Chi Fu. Dell’Isola di Taiwan, stato di Taiwan (la RPC non protesti anche qui, per favore…). Questa musica di comprensione internazionale è tutt’uno con le intenzioni concettuali della creazione. Infatti l’autrice si distacca da tematiche sociali scoperte, più o meno condivisibili e comunque da dibattere, delle quali si ha notizia in www.rebeccaballestra.com (peccato, solo in inglese, ma c’è una forte dimensione globale nella sua ricerca). In questa installazione c’è una somma ricchissima di concetti filosofico-religiosi incentrati attorno al tema “albero”. Ombelico del mondo, ponte tra cielo e terra e tra uomo e universo. Basti questo e ci si riporta in un viaggio senza tempo all’Uomo che si concentra in una dimensione panistica nel connubio alla Natura-Madre. L’operazione è riuscita in parte perché forse l’albero esotico dei pannelli doveva comparire sulla prima campata e non sulla seconda (cause condominiali…). E comunque ricorda i giardini esotici di San Remo, dove i cinque continenti li giri in mezz’ora (grazie Italo). Però quel drappeggio verde è così pregno di tradizione artistica … in modo tale da vestire l’atrio da solo. Anche per considerazione formale. Si spera che altri ingressi, altri palazzi cittadini si “aprano” al “sonoro” della comunicazione artistica. Concettuale o meno, sarebbe un passo avanti per una multi visione del mondo.



incontri Arte Giovane
SILVIA BALLESTRA
a cura di Leo Lecci e Paola Valenti
Atrio Museo Civico
Palazzo Borea d’Olmo
Corso Matteotti 143 – Sanremo
dal 23 febbraio al 31 marzo 2008




COLOMBARA, L'ARTE DEL SIMULACRO
di GIULIANO GALLETTA
(Il Secolo XIX - 31/1/2008)



Piergiogio Colombara



Una delle parole chiave per comprendere l’opera di Piergiorgio Colombara uno degli scultori più interessanti del panorama italiano contemporaneo è simulacro.
Etimologicamente la parola deriva dall’antica radice sim, che indica originariamente l’uno, l’unità, e non la riproduzione, il doppio. In latino, e poi nelle lingue neolatine, simulacrum possiede un significato che allude a qualcosa di ontologicamente vero e falso, nello stesso tempo: vero nell’accezione di ritratto, immagine; immagine allo specchio, immagine mnemonica; falso nell’accezione di visione, fantasma; ombra, apparenza.
Il termine è ormai entrato da tempo nel dibattito filosofico sulla postmodernità che ha molto discusso sui fenomeni di “derealizzazione” legati all’invasività dei media e ai fenomeni di estetizzazione della vita quotidiana.
Ma Jean Baudrillard, uno dei filosofi che ha analizzato con maggiore lucidità gli sviluppi della società a cavallo del millennio, spiega, citando l’Ecclesiaste, che il simulacro non è in realtà mai qualcosa che nasconde la verità e che, viceversa, «il simulacro è comunque sempre vero». Il punto di partenza del lavoro di ogni artista è il linguaggio e per uno scultore il linguaggio è la materia.
Fin dai suoi esordi, alla fine degli anni ’70, Colombara si pone di fronte alla materia “consolidata” negli oggetti della tradizione della storia dell’arte ma anche della vita quotidiana con l’obiettivo di “liberarli”, liberarli dalla loro intrinseca pesantezza. Una pesantezza che è reale, materica ma anche metaforica, concerne, come direbbe sempre Baudrillard, non solo il valore d’uso (e quello di scambio) ma anche il valore segno.
Nasce così la la serie degli strumenti musicali virtuali che ricordano (una memoria quasi genetica) quelli veri ma sono portatori di una musicalità non tanto impossibile, quanto potenziale. Simulacri, appunto.
Ma è forse negli straordinari bronzi che l’artista presenta in questi giorni al Palazzo della Permanente di Milano che il modus operandi di Colombara raggiunge il suo compimento.
Qui l’artista affronta senza paura la figura umana, sempre dal punto di vista dell’apparenza, svuota cioè gli involucri umani, abbigliamento, scarpe, la maschera del loro contenuto e rende visibile questo vuoto,questa assenza, l’abisso dell’io che la cultura del Novecento ha illustrato nei suoi momenti più veri.
«Ma l’arte – scrive Colombara - è proprio ciò che vuole ricondurre a quell’abisso, attraverso uno strappo che allontana che risucchia via da ogni apparenza».
Il simulacro diventa quindi “più vero del vero” proprio perché parte da un’interrogazione che l’artista fa prima di tutto a se stesso, al suo linguaggio, alla sua cultura, ai simboli, agli oggetti, alle persone che lo circondano.
Diventa arduo individuare in Colombara, uomo appartato e incontaminato, anche il più lontano segno del frastuono ipermercantile che accompagna ormai ovunque quella cosa chiamata “arte contemporanea”.
Ciò non impedisce a Colombara (anzi è ciò che glielo permette) di cogliere con assoluta precisione e lucidità quello che è il cuore del problema dell’oggi il rapporto fra il mondo e la sua rappresentazione, fra reale e virtuale.
Colombara è forse l’esempio più chiaro di come l’arte genovese del secondo dopoguerra abbia espresso una ricerca profonda e originale rispetto alle grandi correnti internazionali.
Un milieu ricco di valenze culturali multidisciplinari che attende però ancora una sua adeguata valorizzazione non solo in chiave storica nelle opportune sedi, ma anche in funzione di volano generazionale

PIERGIORGIO COLOMBARA
a cura della Fondazione De Ferrari
Villa Faravelli
Corso Matteotti 161 - Imperia
dal 4 aprile al 4 maggio 2008
orario: da giovedì a domenica 16,00 - 19,00
Catalogo De Ferrari Editore





ROCCO BORELLA ALL'ATELIER SAVAIA DI ALBISSOLA MARINA

Lunedì 17 marzo 2008, alle ore 18,30, si è inaugurata la mostra di Borella, a cura dell’Associazione Albisola Arte e Cultura, nell’Atelier d’Arte Michela Savaia, Albisola e l’Europa, via Repetto 10 Albisola Mare. Saranno esposte sino al 18 aprile 2008 ceramiche e quadri del maestro. Verrà letta una poesia dedicata a Borella, scritta dal suo amico collezionista e poeta Beppe Mortara, scomparso nel 2006. Nel depliant dedicato a Borella c’è anche un testo di Michela Savaia. Milena Milani ha detto: ”…Borella era una creatura libera, un autentico maestro di vita, ben lontano da coloro che si atteggiano a caposcuola mentre non sono all’altezza di questo ruolo. Oggi assistiamo a un ribaltamento di valori di cui sono responsabili certi critici improvvisati che non conoscono affatto la storia dell’arte. Vengono portati alle stelle artisti mediocri. Noi invece vogliamo dare risalto all’intelligenza, al linguaggio, all’avanguardia vera che nasce da una esigenza profonda. Borella, celebrato a Savona e a Albisola, è un punto fermo nell’arte italiana contemporanea”.

Rocco Borella (Genova 1920-1994) aveva studiato nel Collegio di San Giuliano al Boschetto, dai Padri Benedettini. Nel 1938 si è iscritto all’Accademia di Belle Arti come studente-lavoratore. Infatti prestava la sua opera all’Ansaldo di Cornigliano-Genova. Nel 1946 ha tenuto la prima mostra personale alla Galleria Isola. Nel 1956 ha esposto alla Biennale di Venezia, a Roma e a Milano, e ha iniziato l’insegnamento al Liceo Artistico Barabino di Genova. Dopo numerose personali e collettive in Italia e all’estero, ha partecipato nel 1973 alla Quadriennale di Roma con i “guard-rail” in formica colorata. Nel 1979 ha realizzato i suoi famosi “cromemi”, molto apprezzati da critici e collezionisti. Questa difficile parola”cromemi” è stata coniata da “fonemi” per indicare un campionario di colori a “bande” nelle tele e sulle ceramiche. Nel 1992 a Villa Croce, Genova, si è tenuta una grande antologica dedicata al suo lavoro di sperimentazione.

ROCCO BORELLA
Atelier Michela Savaia
Via Repetto 10 - Albissola Marina
17 marzo - 18 aprile 2008



MARIO ROSSELLO: RETROSPETTIVA AL PRIAMAR

A otto anni dalla scomparsa di Mario Rossello, nato a Savona nel 1927, la Fortezza del Priamar (sale del Palazzo del Commissario) ospita la prima antologica di carattere istituzionale dedicata al suo lavoro.
La mostra Mario Rossello: 1950 - 2000, curata da Giorgia Cassini, in programma dal 4 aprile al 25 maggio 2008 esplora l'universo della sua produzione, comprese diverse opere inedite: bronzi, marmi, vetrate e ceramiche, oltre a fotografie e filmati capaci di gettare una luce sul suo prolifico processo creativo.

Gli alberi di Mario Rossello, per noi che siamo di Savona, fanno parte del paesaggio tanto quanto gli ulivi e le palme che contrappuntano il territorio.
Rossello è stato ed è un artista importante. Uno di quelli, uno dei pochi, che da Savona, con intelligenza e tenacia, è riuscito a raggiungere le vette dell’arte nazionale e internazionale.

Quanta strada ha fatto Rossello. Dalle prime opere nate nel clima, fervido e popolare dell’Albisola dei primissimi anni Cinquanta, all’approdo, a metà di quel decennio, nella capitale milanese. L’amicizia con Carlo Cardazzo, compagno della savonese Milena Milani, che ne ospita diverse personali alla Galleria del Naviglio. E poi la ricerca di un linguaggio proprio, quella personalissima figurazione, per dirla con Germano Beringheli, che porterà il Maestro a divenire un romantico razionalista, come felicemente lo definì Flavio Caroli. Incapace – è ancora Caroli – di mostrare, nel suo percorso, «la tentazione di rinunciare agli incanti del visibile e di rifugiarsi in quella che si usa definire astrazione».

E poi le grandi commesse: per Osaka 90, per lo stadio di San Siro, per la Rinascente di Milano, per la sede della Cee a Bruxelles, per la chiesa di Padre Pio – progettata da Renzo Piano – a San Giovanni Rotondo.
Quanta strada ha fatto Rossello. Quanti alberi ha piantato nella sua cinquantennale carriera.
Ora, grazie alla volontà amorevole della sua famiglia e al talento e la passione di Giorgia Cassini e Nicoletta Negro, Mario Rossello è finalmente tornato a casa.

Ferdinando Molteni
Assessore alla Cultura
Comune di Savona

L’impegno a favore di un progetto di valorizzazione e celebrazione dei natali savonesi di Mario Rossello vedrà la donazione, da parte della famiglia dell’artista alla città di Savona, dell'Albero di ferro, scultura del 1994 che rappresenta un albero slanciato per una altezza di 3.30 m, caratterizzato da una linea aspra e spezzata fatta di compenetrazioni spaziali.

MARIO ROSSELLO: 1950 - 2000
Fortezza Priamar, Palazzo del Commissario
4 aprile – 25 maggio 2008



CARLOS CARLÉ E CARMEN SPIGNO TELLUS

Si tratta di una mostra “speciale” che vede l’unione di due artisti, Carmen Spigno e Carlos Carlè, accomunati dall’uso delle terre naturali come mezzo artistico sovrano per esprimere la loro creatività. Non soltanto un’analogia relativa al medium utilizzato quella che lega il mondo artistico di Carmen e Carlos, ma il caldo cromatismo naturale e la texture formata dalle miriadi di segni impressa dalle loro mani sulla materia.
L’uno usa le terre per modellare, plasmare, cuocere e colorare, l’altra distende, cola, segna il materiale diluito su superfici pittoriche. «Entrambi traggono dalla materia primordiale immagini non figurative da prospettare con forza nel mondo odierno così spersonalizzato, globalizzato, ipertecnicistico, futile» scrive il critico d’arte Walter Accigliaro nella recensione estetica alla mostra. «È un confronto arduo – aggiunge – forse spiazzante, tra chi intende ancora avvalersi manualmente dei materiali naturali e chi opera tra fotografia, You Tube, video, “quadri viventi”, ready made, in un’ossessionante raffigurazione tra cronaca e quotidianità. Per Carlé e Spigno può valere la riproposizione, in chiave quasi naturalistica, del «telaio informale» che pazientemente indaga ed intesse la materia, che recupera ambiti lacerati per riconnetterli, che ancora ricollega la disgregazione e la meraviglia. Come in una rievocazione, ci pare di osservarli nei propri laboratori (appartati nella Liguria di Ponente) mentre elaborano misteriose conformazioni dalle terre, lontani (o vicini?) dal vivere più intenso, crudamente aggiornato di tanti operatori».
I due artisti presenteranno le loro opere recenti ed altre storicizzate al fine di rendere consapevoli i fruitori del processo artistico seguito e dare un’ampia visione dell’evoluzione del loro lavoro maturata nel tempo.
L’imponente struttura del complesso monumentale dell’Oratorio di Santa Caterina di Finalborgo sarà la cornice ideale per valorizzare le opere dei due artefici in un mutuo contributo di grande bellezza.

CARLOS CARLÉ / CARMEN SPIGNO
TELLUS
a cura di Walter Accigliaro
Complesso Monumentale di Santa Caterina – Oratorio de’ Disciplinanti – Finalborgo
sabato 22 marzo – domenica 13 aprile 2008



FRANCO MENEGUZZO: IL SENNO DEL PRIMA

Si tratta di una selezionata antologia di lavori pittorici, che vanno dai primissimi anni cinquanta alla metà degli anni settanta, quando l'artista si e' dedicato quasi integralmente alla scultura.
Dall'astrazione concreta alla grande stagione dell'Informale, alle opere realizzate per sottrazione di colore degli anni sessanta, alla passione esclusiva per il colore verde che ha contraddistinto la sua pittura sino agli ultimi anni, il percorso alla Fortezza farà scoprire un artista che pur avendo conosciuto una buona notorietà tra gli addetti ai lavori, ha preferito un'attività appartata e solitaria.
Oggi, una cospicua acquisizione di opere da parte della prestigiosa collezione tedesca VAF-Stiftung di Francoforte, e una monografia imponente - presente in mostra - contribuiscono a diffondere la conoscenza di un lavoro perfettamente coerente coi suoi tempi e, in certi casi, persino anticipatore, e comunque assolutamente autonomo.
Le ventiquattro opere scelte, esposte a Finale Ligure, ne sono un esempio.


FRANCO MENEGUZZO
IL SENNO DEL PRIMA
Fortezza di Castelfranco
Via Generale Enrico Caviglia - Finale Ligure (SV)
dal 16 marzo al 27 aprile 2008




LUCIO DEL PEZZO: NELLO STILE ITALIANO

Torna la rassegna “Arte a Palazzo Doria” a Loano. Dal 15 marzo al 3 giugno, nei saloni dello storico palazzo, saranno ospitate le opere di uno degli artisti più significativi dell’arte contemporanea italiana: Lucio Del Pezzo.
La personale, dal titolo “Nello stile italiano”, è curata da Alberto Fiz nell’ambito della settima edizione di Arte a Palazzo Doria. Il progetto, coordinato da Gian Pietro Menzani e promosso dall’Assessorato al Turismo e alla Cultura del Comune di Loano, si propone di portare l’arte nel quotidiano anche attraverso mostre d’arte contemporanea presentate nel palazzo sede del governo della città.
Dopo Emilio Tadini, Valerio Adami, Ugo Nespolo, Walter Valentini, Joe Tilson ed Enrico Baj, la mostra di quest’anno propone una selezione rigorosa del percorso artistico di Lucio del Pezzo: 18 emblematiche opere tra dipinti e sculture realizzati dal 1964 a oggi in base ad un suo personale linguaggio segnico che attraversa con ironia e leggerezza gli stili e le epoche.
Lucio Del Pezzo è sin dagli anni Sessanta tra i maggiori protagonisti dell’arte italiana. Nato a Napoli nel 1933, è stato nel ’58, insieme a Guido Biasi, Bruno Di Bello, Sergio Fergola, Luca (Luigi Castellano) e Mario Persico, tra i fondatori del Gruppo 58, collegato con il Movimento Nucleare guidato da Enrico Baj a Milano e con i gruppi Phases a Parigi, Spur a Monaco e Boa a Buenos Aires. Nel 1960 lascia Napoli prima per Parigi, poi per Milano, dove dal 1979 Lucio Del Pezzo vive e opera. Il successo è sancito dalle partecipazioni alla Biennale di Venezia, dai lavori presentati in spazi prestigiosi come il Beaubourg di Parigi, da collaborazioni con grandi industrie come Olivetti e Renault e dall’insegnamento a Brera.
“La ricerca di Del Pezzo” dice Alberto Fiz “sembra essere il risultato di antiche narrazioni che sfidano il tempo inseguendo le tracce della memoria.”
A Loano, Lucio Del Pezzo ricuce il filo della memoria storica della città realizzando per la sua personale l’opera Omni Memoria, una composizione ispirata direttamente al prezioso mosaico romano del III secolo d.C. che ricopre il pavimento del salone centrale di Palazzo Doria.
“Ho voluto realizzare un omaggio allo stile e alla tradizione italiana” dice Lucio Del Pezzo “attraverso un’opera che reinterpreta i motivi della classicità prendendo spunto da uno dei più importanti ritrovamenti archeologici della Liguria”.
“Del resto” spiega Alberto Fiz, “Del Pezzo riformula l’alfabeto linguistico suscitando un desiderio partecipativo nei confronti delle cose e del loro divenire all’interno di una poetica che coglie l’orizzontalità temporale degli elementi. Tutta la mostra è un omaggio allo stile italiano reinterpretato in base ad un procedimento rabdomantico fatto di continue alterazioni visive, di accostamenti e di evocazioni.
Lo conferma Grande casellario del 1974, una composizione di oltre quattro metri che approda a Loano dopo essere stata esposta all’Institut Mathildenhohe di Darmstadt e a Castel Dell’Ovo di Napoli. Questa opera è un paradossale alfabeto dell’alchimia fatto di loghi segnici che impongono, senza retorica, il linguaggio autoreferenziale dell’arte sfidando le convenzioni sociali e le sempre più asfissianti insegne pubblicitarie.
Si tratta, insomma, di un viaggio rigenerativo dove il simbolo, azzerato, torna ad essere forma in rapporto costante con altre entità. Lo aveva sottolineato Italo Calvino che in Paraphrases, un poetico testo del 1978 dedicato a Del Pezzo aveva commentato così le sue opere: Ci sono giorni in cui i segni parlano ai segni, si dicono cose diverse da quelle che noi gli vorremmo far dire. Cosa dicono? Dicono se stessi, perchè per loro non c’è differenza tra chi dice e ciò che è detto. Ma basta che due segni si rivolgano l’uno all’altro e il loro dialogo dice cose che noi non potremmo mia fargli dire. Tra le insegne d’una città non si svolgono mai monologhi ma duetti, trii, sestetti, sinfonie in cui l’ingresso d’ogni nuovo interlocutore cambia tutto il discorso”. Del Pezzo trasferisce i codici semantici all’interno del suo universo creativo deviando il processo naturale delle cose in base ad un linguaggio che si sviluppa dal neocostruttivismo alla neometafisica passando attraverso la pop e la neopop. Comunque sia, l’artista napoletano impone le proprie regole con disincanto e, a questo proposito può essere utile ricordare un suo breve testo-poesia scritto nel 1964: Costruzione, composizione, descrizione, assenza, presenza, modulo, sfera, segno, cono, graffito, scavato, tabella, stucco, modanatura, capitello, duttile, fregio, racconto, città, città anonime, necessarie geometrie, (…), bandiera, birillo, popolare, illogico, gioco infantile, logico, assoluto, pensabile, decorato solo se trova una destinazione (…). Questo…lo so…non è una dichiarazione di poetica, ma descrive forse una maniera di agire? Una mostra, dunque, problematica, ricca di mistero e di enigmi, che consentirà di riavvolgere il nastro della storia nell’ambito di un’indagine che sfida le apparenze delle cose”.
La mostra di Lucio Del Pezzo è accompagnata da una monografia che, attraverso la presentazione di Alberto Fiz e un’antologia di riflessioni di Lucio Del Pezzo, Enrico Baj, Italo Calvino, Gillo Dorfles, Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Flaminio Gualdoni, Alain Jouffroy, Arturo Carlo Quintavalle e Roberto Sanesi, suggerisce un indirizzo di lettura dell’opera pittorica dell’artista.

LUCIO DEL PEZZO
NELLO STILE ITALIANO
Palazzo Doria
Piazza Italia 2 - Loano
15 marzo - 3 giugno 2008





ALASSIO: AVVENTURE DELLO SGUARDO

Dal 7 marzo è in corso presso la ex Chiesa Anglicana di Alassio, “Avventure dello sguardo”, la nuova mostra d’arte collettiva dedicata a sondare il panorama variegato delle nuove ricerche visive al femminile. La mostra espone i recenti lavori di sette giovani protagoniste della ricerca artistica italiana: Karin Andersen, Milena Barberis, Eleonora Chiesa, Vania Comoretti, Isabella Galloni, Barbara Mezzaro, Beatrice Pediconi.
La mostra è patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Alassio, sponsorizzata dal Zonta Club e a cura del critico d’arte Nicola Davide Angerame. Resterà aperta fino a domenica 20 aprile 2008, osservando l’orario di apertura da giovedì a domenica dalle ore 15 alle 19, con ingresso libero. Legati alla mostra tre eventi collaterali, un concerto e due presentazioni librarie, finalizzati ad alimentare una riflessione su alcuni temi legati al ruolo della donna nella cultura e nella società.

Il lavoro di video performance realizzato da Eleonora Chiesa, Carillon, che “apre” la mostra nella posizione dominante dell’abside. Sul maxischermo vediamo un “angelo caduto”, interpretato dalla stessa artista sulla scena immobile di un teatro, costretto dentro lacci che lacerano la pelle e slogano le ossa. Il senso della sofferenza s’intreccia alla metafora della ricerca interiore e creativa in un’identificazione tra l’angelo e l’artista. Anche la minuziosa tecnica pittorica elaborata da Vania Comoretti per rivestire i suoi ritratti fotografici iperrealisti di giovani donne e uomini, pare rivolta a ricomporre, su quella scena delle passioni che è il volto, la tensione drammatica che si gioca tra singolo ed esistenza, tra sguardo e mondo, tra interiorità e fisionomia. Evadendo le regole del realismo, Karin Andersen invece, usa la fotografia come scena teatrale dove ospitare i suoi mutanti: una specie aliena o post-umana che avventurosamente vive tra noi invisibile e fragile. Guardando ad un modello umano più rivolto alla tradizione, la fotografia digitale di Milena Barberis tratteggia un modello femminile dai toni rinascimentali, dove però la compostezza formale incontra l’inquietudine moderna espressa nell’uso nervoso del mouse e nei colori acidi dello schermo. Tutt’altra ricerca porta avanti Beatrice Pediconi, con una fotografia che sonda le possibilità intrinseche alla materia, quando diversi elementi s’incontrano: una fotografia sperimentale astratta che registra la vita e il dinamismo di un mondo solo apparentemente inerte. Assorto come un miraggio, è il mondo ritratto da Barbaro Mezzaro, che supera l’oggettività della fotografia d’architettura, immergendola nelle profondità di una suggestione interiore attraverso una sperimentazione che predilige l’artigianalità e l’uso dei materiali. Anche le Polaroid trattate di Isabella Galloni rispondono a una visione altamente suggestionata, onirica, dove frammenti di corpi e di volti s’intersecano dentro barbagli di luci che ne dissolvono la consistenza fino a renderli una proiezione dell’Io d’artista. Queste proposte rappresentano oggi alcune delle vie praticate dalla ricerca artistica, alcune avventure dello sguardo contemporaneo, in cui temi attuali, come quello della città, dell’identità o del corpo, trovano un riscontro concreto, immagini che non concludono un discorso ma lo aprono alla ricchezza di contributi e di possibilità che solo un viaggio di conoscenza condiviso, come è ogni vera avventura, può garantire.

“Ancora una volta la ex chiesa Anglicana – dichiara il critico e curatore della mostra Nicola Davide Angerame – diviene il centro di una serie collegata di eventi che trovano il loro comune denominatore nella riflessione del ruolo della donna nella cultura. Nel suo film, “L’avventura”, Michelangelo Antonioni affrontava il concetto dell’insondabile con nuove regole linguistiche ed un approccio del tutto nuovo per il cinema. La mostra s’ispira a questo modo d’intendere l’avventura, ossia come un viaggio interiore, che può anche avere i connotati classici della sfida con il mondo esterno, ma resta innanzitutto una indagine di sé che non si conclude mai”.
AVVENTURE DELLO SGUARDO
a cura di Davide Nicola Angerame
ex Chiesa Anglicana
Via Adelasia 17 - Alassio
7 marzo - 20 aprile 2008





CLARINDO BASSANI: FACCIATE

Facce come muri, facciate appunto, "perchè i muri sono un emblema della nostra epoca e questo tema è stato contaminato, con felice intuizione, a quello del ritratto. I volti cercano di stagliarsi sullo sfondo di muri, ma quel che accade è che le superfici si compenetrano. L’intonaco contamina la pelle, la pelle si dissolve nel muro, perché stanno dicendo la stessa cosa: siamo una pellicola sempre più sottile, il nostro essere si sbriciola e decade, il nostro segreto, in apparenza evidente, è sempre più labile, inattingibile..."
Gianni Cascone

CLARINDO BASSANI
FACCIATE
a cura di Marco Barberis
M'ARTE
Via San Giuseppe 22 - Taggia
dal 29 marzo al 20 aprile 2008




BEN VAUTIER: NICE À PERPIGNAN

Je pars demain matin avec Ludo
pour accrocher la partie fluxus
de l'expo de Nice Fluxus à Perpignan.
Voici donc sous forme de Newsletter
quelques mots autour de cette section Fluxus
et pour commencer
POURQUOI FLUXUS dans cette expo de la création niçoise a Perpignan ?

PARCE QUE
Quitte à faire de la peine à Paris,
Fluxus en France s'est développé à Nice
et pas à Paris
IL FALLAIT LE DIRE

PARCE QUE
en 1963 Maciunas est venu à Nice
réaliser avec Ben (votre serviteur )
le premier festival Fluxus de France
En 1966, George Brecht, Filliou et d'autres sont venus
s'installer à quelques kilomètres de Nice à Villefranche
pour ouvrir la Cédille qui sourit
IL FALLAIT LE DIRE

PARCE QUE
Fluxus voyage beaucoup.
les grosses pointures Fluxus sont disséminées partout dans le monde
Beuys en Allemagne, Maciunas à New York,
Yoko Ono, Shiomi, Takako au Japon,
Chiari à Florence, Ben, Brecht et Filliou à Nice et Villefranche etc
Il suffit de taper Fluxus sur le net pour voir qu'il y a des expositions Fluxus partout
Il y a Fluxus East à Varsovie, à Budapest, à Berlin
Il y a Fluxus à Séoul et à Tokyo
alors pourquoi pas FLUXUS NICE A PERPIGNAN
Surtout depuis que Charles Dreyfus a décidé d'y vivre
IL FALLAIT LE DIRE

PARCE QUE
Quand je vois Nice devenir une capitale de la performance
je ne peux m'empêcher de penser que son passé Fluxus
y est peut-être pour quelque chose
IL FALLAIT LE DIRE

PARCE QUE
Au départ c'est vrai il y avait l'idée de simplement
transférer l'expo Fluxus INTERNATIONAL du Benaki d'Athènes
mise en place par Nicolas Feuillie, Charles Dreyfus et moi
d'Athènes à Perpignan
Mais apprenant que la Catalogne jouait cette année la carte Perpignan ville culturelle,
Et l'espace étant assez grand pour
j'ai changé d'avis
et j'ai proposé à Vicente Madramani de présenter
la création de NICE VILLE OCCITANE
à PERPIGNAN VILLE CATALANE.
Cédric Teisseire montrerait la vitalité créatrice de Nice, avec des artistes de la Station et de chez Spada
Et pour Fluxus j'ai ajouté 30 panneaux-documents montrant les activités Fluxus de Nice
IL FALLAIT LE DIRE

OUI MAIS AU CAS OU MON LECTEUR
DEMANDE
QU'EST CE QUE FLUXUS ?
Question importante
une seule réponse
Je n'ai pas la place dans cette newsletter de vous retracer ce qu'est Fluxus
Je vous conseille très fortement de cliquer ou bien sur mon site
http://www.ben-vautier.com/
(Sur la langue Fluxus) vous aurez des réponses à toutes vos questions.
IL FALLAIT LE DIRE

VOILA POUR FLUXUS PASSONS A AUTRE CHOSE

J'AIME
J'aime l'énergie des artistes invités par la Station
démonstration que Nice n'est pas une nécropole de l'art
J'AIME l'idée sur le carton d'invitation de comparer Nice à un Iceberg
Où seulement un dixième de la création se voit,
et tout le reste qui ne se voit pas pourrait couler le Titanic du centralisme
J'AIME IMMAGINER Le monde en un énorme engrenage
La théorie du chaos nous dit que le froissement
De l'aile d'un papillon en Australie
Peut faire baisser la bourse à Londres
J'AIME supposer qu'un geste dans un concert fluxus concert à Cent mètres du Centre du Monde à Perpignan puisse changer l'art contemporain
Impossible ?
Non pas impossible
John Cage a bien dit "il se passe toujours quelquechose "
et Filliou "on ne sait jamais ET PUIS Sur le carton d'invitation il y a marqué "Fluxus, la Station et les autres"
Pourquoi les autres ?
Parce qu'après Fluxus vient le "Tas d'esprits" avec des artistes qui se demandent
"où va l'art, ? à quoi sert l'art ?quelles sont les limites de l'art"?
l'art n'est plus obligatoirement dans l'objet mais dans l'esprit, dans son interrogation.

RESUMONS
l'expo s'appelle
"QUE LE NOUVEAU EMERGE DE L'ANCIEN" (Mao)
bon titre
et comme sous-titre
"DE NICE L'OCCITANE A PERPIGNAN LA CATALANE"
Avec (NICE + FLUXUS + LA STATION + AUTRES)
L'espace est assez grand Il y a plus de 1000 mètres carrés
Le lieu, un centre d'art, s'appelle
"à cent mètres du centre du monde"
pourquoi?
Parce qu'il se trouve à cent mètres de la gare de Perpignan
que Dali avait déclarée "centre du monde"
CELA COMMENCE LE 4 AVRIL A 18 HEURES
IL Y AURA UN CONCERT AVEC LES MOYENS DU BORD
IL Y AURA UN COIN CHARLES DREYFUS
deplacer vous c'est le printemps
l y aura du jaja de jau
une table de ping pong
un babyfoot




ARNAUD LABELLA-ROUJOUX AL MAMAC

Arnaud Labelle-Rojoux est né en 1950 à Paris. Il vit à Paris et enseigne à la Villa Arson à Nice, depuis 2007. Arnaud Labelle-Rojoux que l’on décrit volontiers comme le fils spirituel de Marcel Duchamp se distingue aussi bien comme plasticien que performeur et essayiste ; en tant qu’artiste, après une formation à l’école des Beaux-Arts de Paris où il est entré en 1969, ses premières grandes références artistiques sont les Nouveaux Réalistes, Robert Rauschenberg, Allan Kaprow ou encore Andy Warhol ; à leur instar et s’inscrivant en droite lignée dans l’attitude Fluxus; le rapprochement entre l’art et la vie; il s’affranchit à son tour des conventions artistiques et privilégie le geste créatif à l’œuvre d’art elle-même. Il réalise sa première exposition personnelle en 1978. Les Murs, inventaires de la vie et de l’Art.
Le Mamac présente un grand ensemble d’œuvres récentes d’Arnaud Labelle-Rojoux, provenant de collections publiques (FRAC) et privées (galeries et collectionneurs) , certaines œuvres étant constituées «Murs» ou réalisées durant le temps d’installation de l’exposition. «Les Murs», présentés dans la galerie sont particulièrement représentatifs de la démarche de l’artiste; ils réunissent sur un même plan, dans un simulacre d’accrochage 19ème siècle, un foisonnement d’œuvres réalisées à différentes périodes, peintures, dessins, collages, textes et images ; assemblés selon un jeu très varié d’associations d’idées, ils conjuguent informations triviales et d’érudition. Toutes les œuvres sont de facture extrêmement modeste. Les textes, aphorismes slogans et légendes affichent délibérément un comique troupier où le jeu de mot, le calembour, est maître. Pour l’artiste :«[…] Les «murs», ce sont aussi des pages, d’immenses pages, blanches ou pas, sortes de surfaces attendant leur animation visuelle et textuelle… Il y a quelque chose de littéraire, ou de poétique, dans leur composition. […] Le mur est l’inventaire provisoire d’une historiographie personnelle… ». Arnaud Labelle-Rojoux, Extrait de l’entretien avec Eric Mangion in «On va encore manger froid ce soir !», ouvrage édité à l’occasion de l’exposition par les Editions Sémiose/ Loevenbruck, Paris février 2008. Arnaud Labelle-Rojoux questionne inlassablement, avec une jubilation évidente, l’art et ses limites, ne se prenant pas au sérieux, sans pourtant en manquer. L’œuvre facétieuse et référentielle remet en cause nos considérations ordinaires sur la vie, la culture, le beau. Il nous invite à regarder l’Art avec un œil curieux, drôle, décomplexé. Il nous met aux pieds des Murs, pour mieux nous amuser, nous emmener vers l’absurde. Pour preuve de sa démarche, certains titres de ses expositions ; «Cauchemarx et Engelures», «Motifs et bouches cousues», «Mon clebs et moi», «Merci mon chien», «On dirait que ce serait une exposition» etc. Arnaud Labelle-Rojoux détourne, découpe, déstabilise, dédramatise, détonne!

ARNAUD LABELLE ROJOUX
ON VA ENCORE MANGER FROID CE SOIR!
MAMAC Nice - Galerie du Musée
Promenade des Arts - Nice
01 mars - 08 juin 2008





IVANO SOSSELLA: PENULTIMO PROGETTO


Ivano Sossella



Lors de son exposition dans cette galerie niçoise en Mai 2007, Ivano Sossella avait quelque peu surpris avec une oauvre composée de pots de fleurs en équilibre sur des petites étagères, susceptibles de tomber à tout instant. Il nous présentait les murs intérieurs d'une maison, habituellement dévoués à l'accrochage de tableaux, vides de toute œuvre d'art. Seule la marque de leur absence demeurait, comme lorsqu'on décroche un tableau après des années. Cette absence évoquait une dimension de l'art qui trouve présence et réalité dans la dissipation extrême de son être reconnaissable.
Sossella avait aussi créé une œuvre au mur avec des livres, pris au hasard, tous ouverts à la page 15...
Mais avec ce quadra italien, il y a-t-il vraiment un hasard ?

A la fin des années 80, précisement en 1987, une créativité nouvelle s'est développé dans le milieu artistique italien. Abandonnant à la fois la politisation et les systèmes idéologiques absolutistes, elle s'est propagée à travers des méthodologies individuelles qui se vérifient de temps à autre, selon des modes opératoires variables et instables.
L'art peut donc s'étendre vers plusieurs langages ce qui met en cause le métier même de l'artiste et atteint son coté opposé, plus ironique, plus lyrique. Les deux milieux recherchent, dans une atmosphère tendue, les relations et les rapports entre la réalité et la fiction, entre le corps et l'âme individuelle et sociale.

Pour Ivano Sossella, autant que pour Luca Vitone, Cesare Viel, Tommaso Tozzi et Filippo Falaguasta qui en 1987 s'unirent dans un mouvement nommé Arte(Dissipazione), c'est bien l'absence du tissu narratif qui manque parce que leur travail naquit comme « une recherche au-delà de l'objet et de l'art même ».
Sossella affirme : « les Conceptuels avaient une vérité, pas nous ! L'art est un acte insensé et distributif, une correction constante du sens proposé et exhibé. C'est surtout une tentation suspecte ».

On a parlé, à propos de cet artiste, de « Dissipation de l'objet exposé ». L'œuvre, comme agglomérat d'actions et de significations, se révèle dans son instant maximum de dispersion.
Dans son premier projet (2005) à la Galerie Depardieu à Nice, Ivano Sossella avait pris possession de l'espace tout-entier avec des dessins à thème fixe sur les murs. La présence obsessionnelle d'images de billets de banque affirmait la finalité de l'art à devenir de plus en plus un objet d'investissement financier et une source de gain rapide, elle éclairait aussi la pulsion inconsciente vers la possession, presque un désir érotique qui satisferait tout individu.

Que nous réserve-t-il avec cette troisième exposition qui s'intitule « Penultimo Progetto », est-il besoin de le traduire ?

IVANO SOSSELLA
PENULTIMO PROGETTO
Commissaire: Enrico Pedrini
Galerie Depardieu
64, Boulevard Risso - Nice
27 mars - 28 avril 2008


INTERVISTA DI ENRICO PEDRINI A IVANO SOSSELLA

E.Pedrini : Quali ragioni motivano l'inizio del tuo percorso lavorativo?
Ivano Sossella: Un artista della mia generazione lavora all'interno di un sistema che ha rafforzato le proprie strutture di mercato, critica e teoria a discapito però della forza comunicativa dell' arte. La sfida, la motivazione era agire all'interno del sistema dell'arte contemporanea offrendo comunicazione artistica e non solo informazione che l'arte da dell'arte stessa.

E.Pedrini :Quale è l'antefatto e il contesto di questa esperienza artistica?
Ivano Sossella: Negli anni ottanta ci si trovava in un momento di passaggio: il peso delle esperienze analitico-concettuali , quali quelle dell'Arte Concettuale, pur aprendo l'arte alla realtà e al linguaggio, aveva creato una strozzatura ad imbuto del pensiero artistico. Proprio negli anni ottanta, mentre si assisteva alla forza ma anche alla forzatura tautologica dell'arte, gli artisti si avventuravano nel terreno dei sistemi complessi che dal territorio extrartistico (biologia ad esempio) potevano, più ancora della filosofia o della linguistica, offrire materia di indagine e espressione all'arte contemporanea. Fenomeni neopittorici, come ad esempio la Transavanguardia, per quanto personalmente li trovi assolutamente ininteressanti o peggio ancora, rivelano comunque una esigenza di rispetto ma anche riscatto nei confronti dell'arte analitica e spesso intellettualistica degli anni sessanta e settanta.

E.Pedrini: Quali sono gli artisti e gli operatori che hanno condiviso e partecipato alla tua esperienza?
I.Sossella: Alcuni artisti come Luca Vitone, Cesare Viel, Tommaso Tozzi, Marco Formento e anche Maurizio Cattelan e Filippo Falaguasta. E' stato importante poi lavorare in anni che mettevano in luce anche esperienze non italiane come Leccia, Cazal, McCollum, Gonzales- Torres etc. E' bene ricordare poi le gallerie che ci hanno aiutato al nostro inizio come Pinta e Leonardi a Genova, Inga Pin e Studio Oggetto a Milano, il Museo Pecci a Prato, etc. Successivamente è stata importante la collaborazione con la Galleria Vitolo di Roma e la partecipazione ad alcuni progetti internazionali sponsorizzati dalla Siemens che sono approdati successivamente a Documenta di Kassel e alla Biennale di Venezia.

E.Pedrini: Quali aiuti e sostegno avete trovato a Genova che è il vostro ambiente di nascita e crescita?
I.Sossella: Il nostro lavoro, avendo un respiro e un confronto internazionale, non poteva essere confinato nella città di appartenenza. Non è un caso che il principale supporto teorico e umano è giunto da un non-genovese quale sei tu.

E.Pedrini: Pur avendo ognuno di noi una personale definizione della dissipazione, come interpreti tu questa categoria che ha caretterizzato e dato identità ai vostri primi lavori di gruppo nel 1987 ?
I.Sossella: La dissipazione, a differenza della interdisciplinarietà, è opposta alla rettilinearità del pensiero occidentale. Offre la possibilità di discutere lo statuto dell'opera fuoriuscendo dal pensiero tautologico. Sin dai primi tempi parlavo di "sospetto" ovvero di una dimensione del fare che metta in discussione la stessa riconoscibilità dell'esperienza artistica.
Come tu hai detto spesso: una azione che porta paradossalmente l'opera fuori dai confini paradigmatici dell'arte. ¬

E.Pedrini: Quale è la tua concezione dell' oggetto artistico?
I.Sossella: L'artista concentrandosi nella distribuzione mette in circolazione l'oggetto finendo per esporre i suoi meccanismi e il suo contesto. I lavori, ad esempio Work in Distribution, annullando l'originale affrontano l'oggetto come espressione puramente dissipata nel suo darsi.
Lo stesso filo rosso congiunge questi lavori degli anni ottanta al lavoro più recente delle "matrici". Il lavoro offre la possibilità di mettere in scena lo spettacolo, il teatro dell'opera d'arte scardinandone proprio il valore di unicità.

E.Pedrini: Mi puoi parlare di Supplemento?
I.Sossella: La pubblicazione di Supplemento, una rivista che usciva in allegato sempre in riviste diverse, era in qualche modo il veicolo ideale e idoneo a un pensiero che ricercava nella comunicazione testuale e editoriale la stessa frammentazione espressa dai lavori di Arte(Dissipazione) .

E.Pedrini: Quale è la posizione degli artisti di Arte(Dissipazione) oggi nel nuovo millennio?
I.Sossella: E' necessario riconoscere che la mia generazione artistica ha vissuto le forti tensioni individualiste e personalistiche che hanno caratterizzato gli anni ottanta. Il paradigma di gruppo e di movimento si è dunque scontrato con una tensione interna sia al lavoro che ai percorsi da seguire. Rimane incontestabile che il "cassetto storico", creato perlomeno nei primi 10 anni di attività, in gran parte convissuti con te, rimane occasione continua di confronto e riconoscibilità dalla quale nessuno degli artisti di Arte(Dissipazione) può sottrarsi.




SILVIA GENTA: SCIASCELINE

Presentato ad Imperia lo scorso 21 marzo il libro di Silvia Genta “Sciasceline, le mani invisibili” (Ennepilibri 2008 collana editoriale npl-saggistica). Oltre all’autrice e all’editore Rinangelo Paglieri, interverranno Paolo Giaccone, direttore della Fondazione Nuto Revelli, Enrico Torelli, segretario provinciale SPI Cgil, Matteo Lanteri, presidente provinciale Auser Imperia, Antonio Fasolo, presidente della Coldiretti Imperia, Enrico Vesco, Assessore Regionale al Lavoro.
Il libro tratta del lavoro delle raccoglitrici di olive, le sciasceline; parla di migrazioni femminili, migrazioni di donne, mogli, madri e fanciulle che si lasciano alle spalle le difficoltà di una terra aspra e avara di prodotti durante l’inverno, per il lavoro a giornata della raccolta delle olive, in riviera. Voci delle donne della campagna povera e meno povera, che finalmente possono scrivere la propria storia, ma anche storie che legittimano e ufficializzano uno scambio non solo economico, ma anche sociale, culturale e umano tra Liguria e Piemonte. Il lavoro di ricerca durato oltre un anno si è sviluppato seguendo diversi percorsi e modalità. Attraverso una molteplicità di esperienze conoscitive: dallo studio alla ricerca di materiale documentario, alla raccolta di storie di vita.
Il libro si avvale della prefazione di Marco Revelli e della postfazione di Marco Aime.

SILVIA GENTA
SCIASCELINE, LE MANI INVISIBILI
Ennepilibri 2008
Collana "NPL Saggistica"





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