sc@lo 19 31/01/2008

lettera sulle arti dal Ponente ligure
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Giorgio Moiso
Fingerstamp

Recensione:
SOPHIE MENUET: MISE EN PLIS

Incontro con l'artista:
JAVIER RAMIREX

Mostre e notizie:
GIORGIO MOISO: FINGERSTAMPS
PIERANGELO GIARDINI
  A SANREMO

LE CERAMICHE SAN GIORGIO
  ALLA CASA DEL MANTEGNA

ANGELO RUGA
  LE BIMBE DI TEREZIN

FAVRET/MANEZ ALL'ATELIER SOARDI
ALAIN LESTIÉ
  À MOTS COUVERTS

LEONARD/TROUVÉ/FONTAINE/DENIMAL
  A VILLA ARSON

LA SCOMPARSA
  DI GIGI CALDANZANO

L'ARCHIVIO DI STELIO RESCIO
SCRITTI E PARLATI
  DI FRANCESCO BIAMONTI






SOPHIE MENUET: MISE EN PLIS

Sophie Menuet, Macagoulamoi N°1, 2007 - satin, piqué, ouate, polystyrène - 33 x 25 x 19 cm


Le Déjeuner en fourre. Forse quest’opera di Meret Oppenheim del 1936 rappresenta l’inizio, almeno per l’esperienza artistica di Sophie Menuet (Toulon, 1969) che in questa personale nizzarda ci ricorda tutta l’assurdità che circonda gli oggetti ed i gesti del quotidiano. Come la tazza da te ricoperta da pelliccia di Oppenheim diventa un oggetto-impossibile tramite l’insolito utilizzo di materiale, nonché oggetto gradevole-sgradevole secondo la poetica surrealista, così gli oggetti decontestualizzati creati dalla Menuet pongono interrogativi sul ruolo della società quale creatrice di identità e stereotipi sociali. Si tratta per la maggior parte di opere che hanno a che fare con l’abito, con il gesto del “vestirsi” e per estensione con l’universo femminile, proiezione millenaria di tale campo. Pizzi, sete, abiti, ricami: Nicolas Féodorff, autore di un saggio nel catalogo della mostra, osserva: “La préciosité des objets, des matières et des manières que ses pièces supposent (effectives et mises en oeuvres comme la couture ou la broderie, ou parfois seulement évoquées comme la dentelle), sont certes communément associées à une geste féminine, souvent considérée désuète ou aliénante. Mais ici, ces pratiques son déplacées.”
Spiazzamento, dunque, è la parola giusta con la quale l’artista gioca con lo stereotipo della propria femminilità (l’ossessione per il vestito e per la moda) o con la quale ricrea l’ordine delle cose: dipinge esili ricami (un lavoro ormai “fuori moda”, considerato come l’alienante attività delle “nonne” sottomesse al pater familias) su campane di vetro, quasi ad evocare la fragilità di entrambi i materiali. Menuet incapsula il passato, l’archeologia femminile, creando un poetico museo della memoria fatto di trasparenze, di sterminato amore per la materia, per le trame disegnate dalle mani.
Nella serie “Corpspiqués” l’artista sembra ragionare in termini puramente visivi sul detto “l’abito fa il monaco”. Il tessuto della veste diventa origine ed espansione del corpo, il manichino ridotto a mero feticcio (e la relazione viene confermata dall’abbondante uso di spilli) diventa “ricordo” (fantasma) di un organico ingabbiato, addomesticato, ormai trasformato in oggetto prezioso dalle consuetudini culturali. In “Talons” (della serie Bijoux) le scarpe perdono la loro statica solidità, la loro funzione “portante” per trasformarsi in morbidi guanti di raso imbottito (si osservi bene la foto: in realtà le gambe su cui poggiano i tacchi sono le braccia!). Di una poesia quasi Rococò (certo, i merletti, le sete ed i rasi rimandano subito alla corte di Versailles) è il video “Torsé-Fleur” ove per circa 27 minuti si vedono due mani finemente inguantate intente a ricoprire il torso di un uomo con fiori incollati con nastro adesivo. La pelle diventa campo di fusione tra natura ed artificio (alla fine, i fiori formeranno un corsetto trasparente), la soavità del gesto sembra caricarsi di messaggi simbolici, quasi funebri.
Visitando questa esposizione di Sophie Menuet sembra di trovarsi dentro il delirante universo messo in scena dai gemelli Quay in “Institute Benjamenta”. In quel film, mentre i futuri apprendisti “maggiordomi” si cimentano a ripetere all’infinito insignificanti gesti di annichilimento sociale, aggirandosi tra le sale polverose di una scuola adibita a museo fantasma (campane di vetro stile Napoleone III che proteggono il liquido seminale essiccato di cervi), l’eroina della storia, Lisa Benjamenta, cuce i suoi ditali allineati sulle lenzuola, riproducendo una possibile colonna vertebrale su cui dovrà riposare il proprio corpo. La tradizione del lavoro femminile (in piena sintonia con la decenza vittoriana) diventa sinonimo di mortificazione sociale nonché rituale di consolazione sado-masochista.

(un ringraziamento a Monsieur Olivier Bergesi)

SOPHIE MENUET
MISE EN PLIS
Galerie des Ponchettes
77, quai des États-Unis – Nizza
dal 18 gennaio al 9 marzo 2008
Catalogo disponibile in galleria







Javier Ramirex, La Venus de MySpace


PINTANDO UNA REALIDAD DONDE EL COMPUTADOR ES UNA EXTENSION DE NUESTRO CEREBRO
JAVIER RAMIREX

Il titolo di questo scritto è stato “preso in prestito” dalla dichiarazione d’artista in cui Ramirex propone, in modo chiaro ed esplicito, la sua posizione nei confronti della propria opera: “Le mie pitture sono riflessioni sulla vita contemporanea, dipingendo immagini mescolate con la storia dell’arte, utilizzando simboli e logo dei nostri tempi ed accostandoli ai concetti cromatici e teorici del pensiero contemporaneo” (traduzione dell’autore). Ripercorrendo il lavoro di questo giovane colombiano nato a Bucaramanga nel 1973, non sarà difficile individuare un repertorio figurativo che va da Velazquez a Goya per approdare agli ultimi cinquant’anni della storia dell’arte, tra cui Francis Bacon, l’espressionismo astratto, la POP art, Basquiat nonché l’arte di “strada” contemporanea. Ma ciò che appare meno evidente è come la combinazione di questi elementi visivi d’archivio possa fondersi con i “concetti cromatici e teorici del pensiero contemporaneo” espressi dall’artista nel suo manifesto personale. Per rispondere si deve ricorrere ad esempi. Leggendo il giornale ci capita spesso di vedere cruente fotografie di guerra, di bambini africani denutriti, di distruzioni di massa intercalate a patinate immagini “commerciali” (una donna seducente mentre pubblicizza una pelliccia per *****). Appena collegati ad internet, digitando la password per accedere all’indirizzo di posta, ci invadono le stesse immagini di orrore mescolate a pubblicità dai colori squillanti. Grazie alle più avanzate tecnologie, l’umanità del XXI secolo non è più in grado di “separare” le immagini per valutarne la portata morale, estetica o comunicativa. Sia in internet, in TV o nei giornali, tutto è confuso e mescolato in un prismatico brodo primordiale tecnologico. Con la Venus di Myspace (2007) Ramirex ci propone la sua visione del mondo contemporaneo. Vediamo un ometto diligente che siede davanti al suo portatile mentre varie immagini invadono lo “schermo”: una donna seducente (uscita da qualche sito hard-core), soldati (Marines a Bagdad?) intenti a sparare, un logo di comunicazione ed una invitante scritta al neon che recita, probabilmente, GET HIGH (oppure GET HOT?). La tela diventa schermo del PC, il microcosmo digitale diventa lo scenario apocalittico di una comunicazione onnivora, onnipresente, di puro carattere pornografico, pan-sessuale, pan-cosumistico ed alienante. Le immagini, le une sulle altre, non permettono di riflettere, ma conquistano.
Come ha evidenziato Alessandro Giacobbe in un articolo per Scalo del mese di novembre 2007, per Ramirex “la rete” è il punto di partenza di ogni ricerca artistica (e, aggiungiamo noi, sociale). Tramite il computer si instaurano relazioni intercontinentali (Ramirex, come tutti i figli del postmodernismo, vive contemporaneamente in luoghi diversi), si stabiliscono relazioni sociali e fisiche, ma soprattutto si “studia” la psicologia dell’immagine globale. Ecco perché trovandosi di fronte al compito di realizzare il proprio autoritratto l’artista decide di omettere la propria immagine “fisica” optando per una anonima scritta al neon che potrebbe ben sostituire l’insegna di un cinema o di un fast food (Self-Portrait, 2007).
Ramirex vede la sua arte (comunicazione orale) come una via di mezzo tra “Basquiat e Koons” dai caratteri prevalentemente metropolitani (ricordiamo che Ramirex vive a New York). Un omaggio alle figure filiformi di Basquiat, colorate al neon, si avverte in Cabeza Needles del 2004; il dripping rituale di Pollock diventa un colorato labirinto dipinto con le bombolette in Astor Place del 2006; i graffiti metropolitani confluiscono in griglie cromatiche “tecnologiche” come in Wild Style Farben del 2007, mentre i più espliciti omaggi al POP americano si incarnano in nature morte derivate da frettolosi pranzi da Mac Donald’s. Eppure l’universo delle immagini mediatiche non viene riproposto tramite l’algida impersonalità della video arte: Ramirex si attiene alla tradizione (gettando un ponte con il passato) adattando il nuovo linguaggio di internet al millenario gesto manuale della pittura.
Caratteristica ricorrente nelle tele del colombiano è lo studio sulla psicologia del colore. Le sue opere abbondano di colori fluorescenti (acrilico o bombolette spray), quasi si trattasse di vere e proprie pubblicità al neon tipiche della cultura di massa. Colore del consumismo anni ’80, colore di Miami by night…..

Per una galleria virtuale delle opere di Javier Ramirex si veda il sito: www.ramirex.com





GIORGIO MOISO: FINGERSTAMPS

Lo Spazio Mazzotta presenta dal 13 febbraio al 2 marzo la mostra Fingerstamps di Giorgio Moiso.
L´esposizione presenta circa dieci tele di grandi dimensioni tra le più recenti dell´autore, oltre a un video e a 15 fotografie.
Moiso sarà protagonista inoltre di una performance il giorno stesso dell´inaugurazione.
L’artista e musicista savonese con le sue "impronte digitali" ha impresso sulle tele un segno indelebile fatto di gestualità e ritmo musicale, testimoniato dalle sue performances che hanno sempre caratterizzato il suo percorso artistico.

Giorgio Moiso è nato a Cairo Montenotte (Savona) il 13 febbraio 1942.
Gli è maestro il pittore Carlo Leone Gallo (1875-1960) dal quale apprende le tecniche della pittura. Parallelamente, sotto la guida di Gino Bocchino, jazzman savonese, inizia lo studio della musica. Come batterista si evidenzia in alcuni gruppi dell’epoca, conosce a Roma Nunzio Rotondo, Franco D’Andrea e Mario Panseri.
Nel 1968 si diploma presso il Liceo Artistico “Arturo Martini” di Savona.
Ancora giovane studente ha avuto modo di conoscere e di far proprio lo straordinario clima di apertura avanguardistica degli artisti internazionali che frequentavano negli anni ’60 Albisola (Wifredo Lam, Asger Jorn, Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi, Piero Manzoni, Sergio Dangelo, Agenore Fabbri, Mario Rossello e molti altri), e ha sviluppato la sua vena creativa sul doppio binario della musica e dell’arte figurativa, arrivando infine a previlegiare definitivamente l’arte figurativa senza per questo abbandonare la musica jazz, anzi utilizzandola come “materiale” e stimolo del proprio lavoro.
In effetti per anni Moiso si guadagna la vita suonando in un gruppo jazz, come batterista, e questa esperienza sarà fondamentale anche per la pittura.
Nel 1972 è invitato da Mario De Micheli alla mostra “Il tema dell’uomo” nel Museo della Ceramica di Albisola. Sempre nello stesso anno ad Albisola l’amico Giannici gli cede lo studio (che fu già di Tullio di Albisola) situato nella celebre piazzetta di Pozzo Garitta accanto all’atelier che fu di Lucio Fontana.
Nel 1975 è invitato alla X Quadriennale di Roma, dove presenta due opere di grandi dimensioni, sul tema che gli è più caro in quegli anni, l’albero.
Nel 1976 prende studio a Milano dove lavora per alcuni anni.
Nel 1988 incontra a Venezia Mimmo Rotella, Pierre Restany e Arnaldo Pomodoro.
Nel 1998 la passione per il jazz lo porta ad una svolta decisiva nel suo lavoro: far dialogare la musica con il gesto, il segno, il colore.
Il richiamo alle geniali sperimentazioni degli anni Cinquanta primi anni Sessanta (vedi il gruppo giapponese Gutai, Mathieu, Fluxus) con l’aggiunta personale della matrice jazz che gli è propria, danno vita a una miscela che genera una cifra stilistica personale: la Live Performance Painting. La sua pratica operativa, dunque, nasce da un originale mix fra musica e pittura e si ispira a una stagione creativa ormai quasi mitica, ma si precisa e cresce in termini di notevole attualità.
E’ proprio questo felice connubio fra musica e pittura, questa capacità di trasformare una jam session jazzistica in una “jam sassion pittorica”, a caratterizzare in modo singolarmente originale la sua affermazione come artista.
Una seconda mostra di Giorgio Moiso si tiene fino al 17 febbraio a Savona presso la Pinacoteca Civica, Palazzo Gavotti (p.zza Chabrol, 1-2)


GIORGIO MOISO
FINGERSTAMPS
Spazio Mazzotta
Foro Buonaparte 60 - Milano
dal 12 febbraio al 2 marzo 2008



PIERANGELO GIARDINI A SANREMO

L'Associazione Immaginecolore.Com inaugura con la presonale di Pierangelo Giardini una sezione Nuove Proposte che seguendo le finalità di divulgazione culturale della Associazione, presenterà artisti contemporanei del panorama nazionale ed internazionale, cercando di proporre ai visitatori sanremaschi una finestra sul mondo dell'arte attuale.
Così Giardini descrive il suo personale approccio con la pittura e con la materia:
"I quadri molto materici cambiano aspetto a seconda della luce a cui vengono esposti. Anche il tipo di luce fredda come il neon, o più calda può essere determinante nell'evidenziare la dimensione della profondità. E che dire poi del gioco di ombre generato dalla luce quando illumina la tela ...!! "
"Amo tutti i colori. Li considero come dei preziosi alleati per le diverse occasioni. Un astratto sull'amazzonia sarà valorizzato e dominato dal verde che non utilizzerei mai per una barriera corallina. Ultimamente uso molto l'oro per le sue proprieta di riflettere la luce, il bianco, il viola scuro al posto del nero. "
"Dal punto di vista tecnico sento di amare la pittura informale e molto materica. La purezza di luoghi incontaminati e silenziosi, o al contrario, le diverse forme di decadenza, urbana, sociale e culturale, dovrebbero contraddistinguere i miei prossimi lavori. Desidero raffigurare una pittura simbolica, evocativa, primitiva ed essenziale; è l'ideale a cui tendo. Se Dio vuole, nascerà un ciclo dedicato all'inquinamento urbano e marino, alle contaminazioni del linguaggio, ai luoghi incontaminati visti da un viaggio immaginario da un'astronave, al simbolismo primitivo o di antiche civiltà. Continuerò a rappresentare gli impulsi creativi e i ricordi di viaggi (Venezia per esempio) ".


PIERANGELO GIARDINI
Immaginecolore.com
Via Padre Girolamo Saccheri 31-33 - Sanremo
dal 10 gennaio al 10 febbraio 2008



LE CERAMICHE SAN GIORGIO DI ALBISSOLA ALLA CASA DEL MANTEGNA

Sabato 19 gennaio 2008 la Casa del Mantegna, l’Associazione Amici di Palazzo Te e dei Musei mantovani con la Delegazione Casalasco Viadanese hanno inaugurato la mostra - a cura di Flavio Arensi - “La fabbrica dei sogni – Grandi artisti alle ceramiche San Giorgio di Albisola – 1958-2008” che si potrà visitare fino al 17 febbraio.
Albissola nel primo e secondo dopoguerra è stata teatro di una stagione ricca di fermenti culturali. Il paese dei vasai era diventato punto di riferimento dei grandi artisti internazionali, che ad Albissola creano le loro opere in ceramica col supporto delle più grandi manifatture.
La mostra è dedicata alle ceramiche San Giorgio, fondata nel 1958 da Giovanni Poggi e da Eliseo Salino. La fabbrica dei sogni, così la chiamava Asger Jorn, che nel 1959 realizza presso la fornace il famoso pannello di 90 metri quadrati per lo Staadgymnasium di Aarhus in Danimarca dando inizio ad un sodalizio che durerà fino alla prematura scomparsa dell’artista. Numerosi sono i grandi artisti che hanno avuto come punto di riferimento la San Giorgio. L’afro-cubano Wifredo Lam, il belga Serge Vandercam, i nostri Lucio Fontana, Agenore Fabbri, Sandro Cherchi, Aligi Sassu, Alik Cavaliere, Farfa, Milena Milani, Gianni Dova, Sergio Dangelo, Emilo Scanavino, Pietro Cansagra, Emilio Tadini. La fabbrica ancora oggi non ha certo esaurito la sua vocazione e molti sono gli artisti che la frequentano assiduamente, da Giancarlo Bargoni a Pietro Bulloni, Giorgio Moiso, Luiso Sturla, Antonio Recalcati, Franco Bruzzone, Aurelio Caminati, i tedeschi Peter Casagrande, Franz Hitzler, Ernst Heckelmann, i sudamericani Luis Alberto Munoz, Gaston Orellana e numerosi altri giovani artisti che Giovanni Poggi sceglie con lo stesso entusiasmo e la stessa competenza.
La mostra è una scelta di opere, fra le tante a disposizione, curata dallo storico e critico d’arte Flavio Arensi. Circa 150 pezzi fra piatti, vasi e sculture di grande interesse e fascino, da cui si potrà cogliere sia la qualità espressiva di ogni singolo artista che l’abilità del maestro Poggi di rendere loro naturale l’incontro con un’arte tanto antica e affascinante.


LA FABBRICA DEI SOGNI
Grandi artisti alle Ceramiche San Giorgio di Albisola 1958-2008
Casa del Mantegna
Via Giovanni Acerbi 47 - Mantova
dal 19 gennaio al 17 febbraio 2008



ANGELO RUGA: IL DOMANI NEGATO. LE BIMBE DI TEREZIN

In occasione della “Giornata della Memoria 2008”, il Comune di Carcare organizza una mostra di Angelo Ruga dedicata ai bambini del campo di concentramento nazista di Terezin. “Il domani negato - le bimbe di Terezin” è il titolo dell’esposizione, allestita a Villa Barrili, che verrà inaugurata sabato 19 gennaio alle ore 10. Alla presentazione interverrà Donatella Ramello, presidente delle Opere Sociali di Savona. La mostra rimarrà aperta fino al 3 febbraio, dal lunedì al sabato con orario 16-19. Visite scolastiche su prenotazione
Tribaleglobale, niatri. Noi, Altri, è una dichiarazione di curiosità, di rispetto e di passione verso le diversità, verso quegli "altri" che evochiamo quando abbiamo necessità di rafforzare la nostra identità e non consideriamo sufficiente l'uso del pronome noi.


ANGELO RUGA
IL DOMANI NEGATO - LE BIMBE DI TEREZIN
Villa Barrili Via Barrili 12 - Carcare
19 gennaio - 3 febbraio 2008




ANNE FAVRET / PATRICK MANEZ: METROPOLEX ALL'ATELIER SOARDI

Depuis une dizaine d’années, le travail d’Anne Favret et de Patrick Manez s’attache à définir, avec une grande précision technique, par le biais de la photographie à la chambre, le territoire urbain dans toute sa diversité et sa complexité en essayant d’« assembler les indices visibles de l’espace hétérogène qui nous entoure dans des séries photographiques distinctes. ». Pour chaque ville étudiée, la stratégie d’approche photographique était définie jus¬qu’à présent en fonction de l’histoire et de la topographie du site. Les réseaux denses et chaotiques d’Alexandrie donnèrent ainsi lieu à des tirages en noir et blanc dont les cadrages resserrés sur les murs des immeubles restituaient une sorte d’épiderme, tout en faisant écho à la saturation d’espace de la ville. Pour Favret/Manez, cette méthode de travail garantissait une perméabilité optimale au lieu, tout en respectant un devoir de neutralité. L’idéal étant d’adopter un point de vue démocratique sur le site. La remise en question systématique du cadrage dans chaque série permettait également aux photographes d’évincer les tics qui auraient pu s’ériger en style. Après avoir arpenté les rues d’Alexandrie (1992-1994), puis celles de Rotterdam (1995-2000), de Montreuil (1996-2002) et de Gênes (2002-2005), le couple d’artistes est parti l’été dernier à la rencontre de l’Ouest américain, cette fois avec un appareil de moyen format. De ce voyage, ils ont rapporté un certain nombre de photographies qui seront présentées à l’occasion de leur exposition à L’Atelier Soardi à Nice avec des clichés antérieurs pris dans des villes européennes. Ce parti pris constitue une nouveauté dans le travail de Favret/Manez qui avaient jusqu’alors toujours oeuvré sur des séries qui examinaient des territoires géographiques précis, ville par ville.
Désireux de ne pas procéder de manière répétitive, les photographes ont également remis en question leur pra¬tique en ne s’intéressant plus exclusivement à l’architecture et en commençant à travailler, il y a quelques mois, sur des images comportant des individus dans l’espace urbain. Pour Favret/Manez : « Il s’agit d’une exposition programmatique : elle présente l’ensemble des questions sociétales sur lesquelles nous allons travailler dans les années à venir et réorganise le travail que nous avons réalisé jusqu’à présent selon ces nouvelles perspectives. Nous avions besoin de poser un nouveau regard sur notre production en considérant chaque photographie de manière autonome et non plus comme le seul rouage d’une série particulière. Nous avions déjà utilisé individuellement des images, notamment dans notre série Dispositifs, mais la combinaison de ces photographies donnait lieu à une « pièce » (diptyque ou triptyque) indépendante et unique. Aujourd’hui notre propos a évolué : la série explose et nous nous affranchissons du sujet. ».
Le titre de l’exposition, « Metroplex », fait écho aux développements exponentiels du paysage urbain entre Dallas et Fort Worth, deux aires qui ont fini par se rejoindre en une seule mégapole de plus de 5 millions d’habitants sous l’effet de leur expansion mutuelle. À l’instar de cet immense territoire géographique que l’on désigne aussi du sigle DFW, l’exposition à L’Atelier Soardi réunira donc des vues parfois étrangères les unes aux autres, effectuées dans différentes métropoles au fil des voyages du duo d’artistes, qui formeront une sorte de continuum urbain. On passera ainsi indif¬féremment de Nice, à Gênes, à Los Angeles et ainsi de suite, dans des cadrages diversifiés qui tentent de situer l’indi¬vidu au coeur de l’architecture. Ces images de nature et d’échelle différentes, ne seront volontairement pas légendées pour échapper à la notion de photographie documentaire. En outre, elles seront mélangées, l’idée n’étant pas d’iden¬tifier les lieux, mais de donner plutôt à voir ces divers territoires comme un seul monde fermé sur lui-même.
Les lieux choisis montrent que les photographes ont également cherché à évincer les stéréotypes de la photogra¬phie urbaine en intégrant fortement des reliquats d’espaces naturels qui ne sont pas sans évoquer la photographie de paysage : « Nous sommes définitivement sortis du modèle concentrique : centre - confins de la ville - banlieue - espaces naturels. Ici les frontières de la ville s’effacent, les espaces deviennent poreux, la ville se retrouve, par par¬celles dans l’extra urbain et vice-versa. ». Le corpus photographique présenté fonctionne sur un système d’emboî¬tement avec des vues qui comptent des structures paysagères très larges et des vues plus rapprochées qui amènent des détails précis, sortes de marqueurs signifiant que l’on se trouve bien dans un espace urbain.
Le sentiment qui ressort de cet ensemble hétérogène de photographies est celui d’une ville générique qui serait partout et nulle part. Ce no man’s land à la fois étrange et familier apparaît tantôt comme un lieu de la préca¬rité, tantôt comme un lieu de l’opulence ; tantôt comme un espace de conflits et comme un lieu d’aliénation de l’individu, tantôt comme un espace de survie où les corps réinventent leur relation au monde. Si le travail mis en route ici se situe fortement dans la lignée de la Street Photography, Favret/Manez essaient néanmoins de sortir de l’image de reportage et d’évacuer l’anecdote pour se concentrer sur la présence du corps comme faisant partie intégrante de l’architecture.

Catherine Macchi


ANNE FAVRET / PATRICK MANEZ
METROPOLEX
Atelier Soardi
8, rue Désiré Niel - 06000 Nice
12 janvier - 03 mars 2008





ALAIN LESTIÉ: À MOTS COUVERTS

Dans les années soixante, Alain Lestié pouvait être considéré comme un peintre de la figuration critique, s'interrogeant sur l'avenir même de la peinture qui, pour beaucoup à l'époque, semblait destinée à disparaître. L'exposition qu'il nous propose aujourd'hui, intitulée A mots couverts, témoigne du chemin parcouru par cet artiste atypique qui s'exprime avec une dextérité extraordinaire au moyen du seul crayon Nero. Une austérité de moyens techniques qui contraste avec la variation infinie de teintes du noir au blanc présente dans ses dessins. Issue de secours, après la nuit, heures noires, interruption, dernier horizons... voilà quelques titres des œuvres exposées. Juste après le tout premier coup d'oeil qui pourrait, par réflexe, faire penser à de la photographie, les dimensions et les formats des dessins (170 X 50 cm), la palette infinie des nuances de gris et la finesse du trait plongent le spectateur dans une atmosphère intense, un univers particulier chargé des interrogations de l'artiste. Grillages inquiétants, clairs obscurs saisissants, arc-en-ciel du noir au gris, angles et triangles construits, déchirure recousue... La variété des dessins est infinie au gré des rêves de l'artiste qui ne sont pas sans rappeler, en beaucoup plus sophistiqués, quelques univers virtuels qui hantent nos écrans. Alain Lestié ne se contente pas de dessiner. Ses écrits sur l'art et sur la culture prolongent ses dessins avec une acuité du regard et une distance par rapport à l'agitation culturo-médiatique au moyen d'une sévérité sans concession. Une écriture substrat de cette exposition, recouverte par la cendre argentée de ses coups de crayons lumineux. Des images fortes dont la substance s'imprime dans nos mémoires comme sur une pellicule argentique. Un grand peintre...


ALAIN LESTIÉ
A MOTS COUVERTS
Galerie Depardieu
64 bd Risso - Nice
17 janvier 2008 - 8 février 2008





LEONARD/TROUVÉ/FONTAINE/DENIMAL A VILLA ARSON

Le Centre national d'art contemporain de la Villa Arson présente quatre expositions monographiques. Les quatre artistes, pourtant fort différentes dans les formes et supports proposés, ont toutes en commun de révéler des modes et des chaînes de production, qu'ils soient artistiques, économiques ou politiques, fictifs ou réels.

ZOE LEONARD : Analogue
Zoe Leonard photographie les vitrines traditionnelles des magasins de East Village à New York de manière très protocolaire, en utilisant un vieux Rolleiflex.
Ce travail porte ainsi sur la disparition progressive de toute une «iconographie» typiquement américaine, s’inscrivant aussi dans une réflexion sur les mutations des chaînes de production et de diffusion du commerce international. L'ensemble du travail est constitué d'une seule installation composée de près de 400 photographies.

TATIANA TROUVÉ :
L’exposition de Tatiana Trouvé prend forme autour d’une ballade/rébus dans la partie labyrinthique du centre d’art. Dessins et sculptures s’assemblent afin de former un jeu permanent de construction et de déconstruction.
Avec Tatiana Trouvé les choses ne sont pas forcément placées où elles devraient être. Rien ne semble jamais déterminé...

CLAIRE FONTAINE : Equivalences

Collectif fondé à Paris en 2004, Claire Fontaine tire son nom d’une marque populaire de cahiers pour écoliers.
L'exposition réunit un ensemble de nouvelles pièces produites pour l'occasion.

LAURENCE DENIMAL : Joubor
Laurence Denimal réalise un joubor (journal de bord).
L’exposition permet de découvrir une partie du joubor à travers l’installation de vingt-cinq classeurs présentés comme des archives consultables dans un esprit de salon de lecture. Au-delà d'une histoire personnelle, c'est toute une analyse de notre société qui est ainsi mise en exergue à travers ses hiérarchies et ses composantes socio-économiques.


ZOE LEONARD, TATIANA TROUVÉ, CLAIRE FONTAINE, LAURENCE DENIMAL
CNAC Villa Arson
20 avenue Stephen Liégeard - Nice
Du 24 novembre 2007 au 3 février 2008




LA SCOMPARSA DI GIGI CALDANZANO

Lutto in Liguria per la morte, il 31 gennaio, di Gigi Caldanzano, decano degli artisti savonesi.
Nato a Genova nel 1922, futurista, figlio d’arte (suo padre Luigi Enrico è stato uno dei maestri dell’affiche agli inizi del Novecento) ha lavorato a lungo la ceramica, ad Albisola negli anni ‘50 e ‘60 accanto a Lucio Fontana e agli altri grandi del periodo.
Nel 1990 è stato insignito dalla Regione Liguria del Premio “Artista dell’Anno”.
Attivo anche nel campo dell’umorismo, ha fatto parte del celebre gruppo Humour Grafic che raccoglieva i migliori illustratori negli anni ‘70.




L'ARCHIVIO DI STELIO RESCIO

Politica, filosofia, poesia e naturalmente arte: quasi su ogni libro appunti rigorosi, a volte veri e propri schemi di saggi da completare.
Davvero i libri parlano di chi li ha posseduti, ma a volte, quando chi li sceglie è speciale, l'insieme di questi parla di una intera generazione, di un pezzo di storia: più raramente questo insieme diventa testimonianza vivente di un punto di vista, di un percorso interattivo e si apre una finestra temporale che trasforma la consultazione di quei libri in un'avventura partecipata ed emozionante.
E' il caso della Biblioteca di Stelio Rescio, compianto e incompreso protagonista della stagione artistica e politica savonese dagli anni 70 alla fine degli anni novanta .
Il Brandale, galleria d'arte e circolo culturale da lui fondato e diretto, ha puntualmente portato un mondo a Savona e Savona in un mondo –, quello dell'arte che si misurava in modo innovativo con i processi di cambiamento globale ed epocale che si delineavano in quegli anni: se fosse stato necessario, ciò è fisicamente evidente nelle 32 casse di libri, riviste, appunti, cataloghi di mostre, locandine salvati dal macero dalla associazione no profit “Asso di Cuori” grazie al contributo della Fondazione Passarè.
Molte prime edizioni (Celine, Calvino, praticamente tutti i saggi su cui si sono formate quelle generazioni) moltissime riviste d'arte e politica compongono l'eredità salvata di quel signore tenace, discreto e capace di trasformare intuizioni geniali , verificate puntigliosamente sui testi che hanno composto la sua Biblioteca, in lavoro dell'arte e per l'arte attraverso un sostegno libero e concreto del lavoro di decine di giovani artisti.
Da Franco Basaglia e il movimento che produsse la legge 180 sull'apertura dei manicomi ad Agnese
Heller e la teoria dei bisogni, da Gianni Vattimo fino alle riflessioni sulle implicazioni dei movimenti (ben oltre il '77), Stelio Rescio (lettore avidamente consapevole dell'urgenza di comprendere ogni nuovo punto di vista come ci raccontano appunto le numerose prime edizioni presenti nella sua biblioteca) trasforma le idee in fatti d'arte, rende un dibattito teorico concretamente percepibile attraverso gesti, segni , linguaggi che sceglie nella galassia vorticosa degli artisti di quegli anni: ecco che troviamo tra le pagine di una monografia sul popolo Lobi dell'Alto Volta immagini di vita popolare negli anni '50.
Un gruppo di lavoro composto dal intellettuali e artisti e coordinato da Giorgio Amico, Enzo L'acqua e Luigi Lirosi stà iniziando la catalogazione di tutto il materiale rinvenuto, con la speranza di coinvolgere tutti coloro che hanno memoria e testimonianze e al fine di costituire un patrimonio di memoria viva che , insieme alla Biblioteca di Arti primarie della Fondazione Passarè, è destinato a rimanere nella nostra città in modo permanente e a produrre una serie di iniziative concrete di approfondimento e riflessione.
Il programma è stato presentato il 21 gennaio al Priamar durante una manifestazione in memoria di Stelio.




L'ARCHIVIO DI STELIO RESCIO

Politica, filosofia, poesia e naturalmente arte: quasi su ogni libro appunti rigorosi, a volte veri e propri schemi di saggi da completare.
Davvero i libri parlano di chi li ha posseduti, ma a volte, quando chi li sceglie è speciale, l'insieme di questi parla di una intera generazione, di un pezzo di storia: più raramente questo insieme diventa testimonianza vivente di un punto di vista, di un percorso interattivo e si apre una finestra temporale che trasforma la consultazione di quei libri in un'avventura partecipata ed emozionante.
E' il caso della Biblioteca di Stelio Rescio, compianto e incompreso protagonista della stagione artistica e politica savonese dagli anni 70 alla fine degli anni novanta .
Il Brandale, galleria d'arte e circolo culturale da lui fondato e diretto, ha puntualmente portato un mondo a Savona e Savona in un mondo –, quello dell'arte che si misurava in modo innovativo con i processi di cambiamento globale ed epocale che si delineavano in quegli anni: se fosse stato necessario, ciò è fisicamente evidente nelle 32 casse di libri, riviste, appunti, cataloghi di mostre, locandine salvati dal macero dalla associazione no profit “Asso di Cuori” grazie al contributo della Fondazione Passarè.
Molte prime edizioni (Celine, Calvino, praticamente tutti i saggi su cui si sono formate quelle generazioni) moltissime riviste d'arte e politica compongono l'eredità salvata di quel signore tenace, discreto e capace di trasformare intuizioni geniali , verificate puntigliosamente sui testi che hanno composto la sua Biblioteca, in lavoro dell'arte e per l'arte attraverso un sostegno libero e concreto del lavoro di decine di giovani artisti.
Da Franco Basaglia e il movimento che produsse la legge 180 sull'apertura dei manicomi ad Agnese
Heller e la teoria dei bisogni, da Gianni Vattimo fino alle riflessioni sulle implicazioni dei movimenti (ben oltre il '77), Stelio Rescio (lettore avidamente consapevole dell'urgenza di comprendere ogni nuovo punto di vista come ci raccontano appunto le numerose prime edizioni presenti nella sua biblioteca) trasforma le idee in fatti d'arte, rende un dibattito teorico concretamente percepibile attraverso gesti, segni , linguaggi che sceglie nella galassia vorticosa degli artisti di quegli anni: ecco che troviamo tra le pagine di una monografia sul popolo Lobi dell'Alto Volta immagini di vita popolare negli anni '50.
Un gruppo di lavoro composto dal intellettuali e artisti e coordinato da Giorgio Amico, Enzo L'acqua e Luigi Lirosi stà iniziando la catalogazione di tutto il materiale rinvenuto, con la speranza di coinvolgere tutti coloro che hanno memoria e testimonianze e al fine di costituire un patrimonio di memoria viva che , insieme alla Biblioteca di Arti primarie della Fondazione Passarè, è destinato a rimanere nella nostra città in modo permanente e a produrre una serie di iniziative concrete di approfondimento e riflessione.
Il programma è stato presentato il 21 gennaio al Priamar durante una manifestazione in memoria di Stelio.




L'ARCHIVIO DI STELIO RESCIO

Politica, filosofia, poesia e naturalmente arte: quasi su ogni libro appunti rigorosi, a volte veri e propri schemi di saggi da completare.
Davvero i libri parlano di chi li ha posseduti, ma a volte, quando chi li sceglie è speciale, l'insieme di questi parla di una intera generazione, di un pezzo di storia: più raramente questo insieme diventa testimonianza vivente di un punto di vista, di un percorso interattivo e si apre una finestra temporale che trasforma la consultazione di quei libri in un'avventura partecipata ed emozionante.
E' il caso della Biblioteca di Stelio Rescio, compianto e incompreso protagonista della stagione artistica e politica savonese dagli anni 70 alla fine degli anni novanta .
Il Brandale, galleria d'arte e circolo culturale da lui fondato e diretto, ha puntualmente portato un mondo a Savona e Savona in un mondo –, quello dell'arte che si misurava in modo innovativo con i processi di cambiamento globale ed epocale che si delineavano in quegli anni: se fosse stato necessario, ciò è fisicamente evidente nelle 32 casse di libri, riviste, appunti, cataloghi di mostre, locandine salvati dal macero dalla associazione no profit “Asso di Cuori” grazie al contributo della Fondazione Passarè.
Molte prime edizioni (Celine, Calvino, praticamente tutti i saggi su cui si sono formate quelle generazioni) moltissime riviste d'arte e politica compongono l'eredità salvata di quel signore tenace, discreto e capace di trasformare intuizioni geniali , verificate puntigliosamente sui testi che hanno composto la sua Biblioteca, in lavoro dell'arte e per l'arte attraverso un sostegno libero e concreto del lavoro di decine di giovani artisti.
Da Franco Basaglia e il movimento che produsse la legge 180 sull'apertura dei manicomi ad Agnese
Heller e la teoria dei bisogni, da Gianni Vattimo fino alle riflessioni sulle implicazioni dei movimenti (ben oltre il '77), Stelio Rescio (lettore avidamente consapevole dell'urgenza di comprendere ogni nuovo punto di vista come ci raccontano appunto le numerose prime edizioni presenti nella sua biblioteca) trasforma le idee in fatti d'arte, rende un dibattito teorico concretamente percepibile attraverso gesti, segni , linguaggi che sceglie nella galassia vorticosa degli artisti di quegli anni: ecco che troviamo tra le pagine di una monografia sul popolo Lobi dell'Alto Volta immagini di vita popolare negli anni '50.
Un gruppo di lavoro composto dal intellettuali e artisti e coordinato da Giorgio Amico, Enzo L'acqua e Luigi Lirosi stà iniziando la catalogazione di tutto il materiale rinvenuto, con la speranza di coinvolgere tutti coloro che hanno memoria e testimonianze e al fine di costituire un patrimonio di memoria viva che , insieme alla Biblioteca di Arti primarie della Fondazione Passarè, è destinato a rimanere nella nostra città in modo permanente e a produrre una serie di iniziative concrete di approfondimento e riflessione.
Il programma è stato presentato il 21 gennaio al Priamar durante una manifestazione in memoria di Stelio.




SCRITTI E PARLATI DI FRANCESCO BIAMONTI

Politica, filosofia, poesia e naturalmente arte: quasi su ogni libro appunti rigorosi, a volte veri e propri schemi di saggi da completare. Oltre trent'anni di scrittura - e d'idee, di pensieri, di emozioni - raccolti in un libro-ritratto di Francesco Biamonti. Si tratta di scritti dispersi, editi o inediti, di argomento vario, dalla letteratura all'arte, dalla cronaca alla vita: mondi testardamente comunicanti, capaci d'illuminarsi a vicenda. E si tratta poi di «parlati», e cioè di trascrizioni di alcuni interventi tenuti dallo scrittore in diverse occasioni: testi preziosi, dove la voce di Francesco - sommessa e mormorante, lucida e insieme trasognata, come sa bene chiunque l'abbia udita - è davvero una musica che s'imprime per vie misteriose sulla pagina. Tre racconti e un'intervista inedita rilasciata a Giovanni Turra completano il volume, curato da Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti, con una Prefazione di Sergio Givone.


FRANCESCO BIAMONTI
SCRITTI E PARLATI
Contributi di Sergio Givone
A cura di Gian Luca Picconi, Federica Cappelletti
Einaudi 2008
Fuori Collana





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