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MATEMATICA DEL CASO: LA PITTURA STOCASTICA DI SERGIO LOMBARDO
di MANUELE SCAGLIOLA
Benché protagonista fin dagli anni ’60 del panorama artistico italiano, Sergio Lombardo (Roma, 1939) diviene internazionalmente conosciuto a partire dagli anni ’80 grazie alle sue complesse sperimentazioni artistiche sotto il nome di “pittura stocastica”. La mostra “Art Automatique” allestita presso la Galleria Maretti Arte di Monaco dedica un omaggio ad una delle personalità più rappresentative dell’arte italiana contemporanea.
Esponente della Nuova Scuola Romana nei primi anni Sessanta insieme a Rotella, Kounellis, Schifano e Mambor , partecipe, nei primi anni Settanta, delle idee artistiche sviluppatesi intorno al gruppo della Galleria La Salita (con membri quali Burri, Fontana e Manzoni), la produzione del romano manifesta durante quel lasso di tempo tendenze e ricerche eterogenee, comprendendo gli ormai celebri “Monocromi” (sagome di uomini politici a monocromo, appunto) ed i “Supercomponibili” (“sculture” in legno componibili nei modi più svariati). Gli anni ’70 rappresentano una svolta nella produzione teoretica e pratica dell’artista: fondata la galleria autogestita JARTRAKOR con la relativa rivista “Rivista di Psicologia dell’Arte”, Lombardi e gli altri membri del gruppo (Anna Homberg; Cesare Pietroiusti e Giovanni di Stefano) danno origine al movimento Eventualista, ovvero un’arte che “descrive la percezione di bellezza come un evento psicologico che può essere studiato con i metodi della psicologia sperimentale” ed in cui “la spontaneità è riconosciuta come una delle due fondamentali componenti della bellezza (…) e viene definita come comportamento involontario, automatico ed estraneo alla coscienza .”
Poco tempo dopo, agli inizi degli anni ‘80, le teorie sviluppate nel periodo Eventualista confluiranno nella pittura stocastica.
Ma cosa significa in realtà “pittura stocastica”? Lombardo stesso ne da una definizione (quasi un manifesto) in un articolo apparso nella Rivista di Psicologia dell’Arte (1986): “Si tratta di una pittura eseguita sulla base di una successione di numeri estratti a sorte e pertanto è una pittura senza senso. Lo studio di strutture senza senso eseguite con precisi algoritmi stocastici conduce alla scoperta di speciali strutture, dette iperambigue, capaci di scatenare un’attività interpretativa da parte dello spettatore che sfocia in arbitrarie attribuzioni di significato, differenti da persona a persona, di tipo pseudo-allucinatorio. La tecnica stocastica, essendo composta per mezzo di programmi statistici, presenta il vantaggio di poter essere modulata sperimentalmente in tutte le sue variabili formali e garantisce la massima neutralità rispetto alla psicologia del compositore .” Che si tratti di composizioni ottenute con il metodo TAN (che “consiste nel sezionare alcuni quadrangoli di cartoncino colorato e nello spargere i ritagli estraendo a sorte per ciascuno di essi la posizione esatta che andrà ad occupare su un foglio bianco, come se vi fosse caduto per caso .”) o con il metodo SAT (abbreviazione di Saturazione del piano, “genera delle carte geografiche formate da paesi le cui frontiere sono stocasticamente frastagliate .”), le teorie di Lombardo risultano troppo complesse per poterne dare un resoconto dettagliato in questa sede: ci limitiamo a farne un maldestro riassunto, asserendo che le sue opere sono una sintesi di calcolo per casualità in modo da favorire la libera interpretazione di significato.
Lombardo ripropone, dunque, la stretta congiunzione tra arte e scienza. A differenza dei maestri del passato (Policleto, Vitruvio, Leonardo, Dürer, ecc.) che ricorrevano al calcolo matematico per poter raffigurare l’esatta proporzione della bellezza, l’artista romano utilizza la matematica affidandosi esclusivamente al caso, in modo da ottenere un’arte misurabile, ma che non rivendica ideali “universali” di fruizione artistica. Le superfici astratte ottenute col metodo “stocastico” rassomigliano a mappe (mappe stocastiche toroidali) viste come attraverso un caleidoscopio, un mondo frammentario dove le forme (geometriche) si “attraggono” per pura casualità e dove i colori (ridotti a quattro se minimali, a otto se ridondanti) svolgono una determinante funzione psicologica. Le tele diventano opere aperte dove il significato dipende (nonostante la base matematica di sottofondo) unicamente dalla psicologia dello spettatore. L’autore diventa scienziato senza autorità, capace di organizzare una “verità” oggettiva (quella della rappresentazione visiva) che si realizza solo attraverso il più libero soggettivismo (del pubblico).
Note:
1) Sergio Lombardo: Arte come Scienza, quattro ipotesi, in “Rivista di Psicologia dell’Arte”, Anno VII, nn. 12-13, 1986, p. 5.
2) Ibidem, p. 15.
3) Sergio Lombardo: Pittura stocastica. Introduzione al metodo Tan e al metodo Sat, in “Rivista di Psicologia dell’Arte”, Anno VII, nn. 12-13, 1986, p.17.
4) Ibidem, p. 32.
SERGIO LOMBARDO: ART AUTOMATIQUE
Dal 13 dicembre 2007 al 13 gennaio 2008
Galleria Maretti Arte Monaco
Le Roccabella 24, Av. Princesse Grace – Monaco
info@marettiartemonaco.com

Incontro con l'artista: JEAN-MICHEL GNIDZAZ: POP OBLITERATO
Considerando la produzione recente (dal 2003) di Jean-Michel Gnidzaz, non vi è ombra di dubbio che la sua principale fonte di ispirazione sia il Pop di Andy Warhol: le icone del XX secolo proposte dall’artista francese hanno in comune con quelle dell’americano la predilezione per effetti grafici e l’uso intenso, quasi fluorescente, del colore, tipico del mondo pubblicitario e di appeal chiaramente consumistico. Le differenze tra i due, comunque, sono immediate. Mentre Warhol ritrae nelle sue serigrafie personaggi a lui contemporanei (attori, personaggi politici e pop stars) quali proposte dai media, Gnidzaz si rifà a personaggi già ritratti e non più “attuali” nel senso mediatico del termine (Bob Dylan, Marilyn, Jimmy Hendrix, Serge Gainsbourg, James Dean, Woody Allen, Che Guevara, Albert Einstein) e come ha giustamente notato Amiel Grumberg “qui sont synonymes d’une rébellion face à l’ordre établi” (Beaux Arts Magazine, 2004). Gnidzaz, dunque, partendo dal POP “storico” tanto conosciuto e sfruttato (quello di Warhol, ma anche di Lichtenstein) ci propone una riflessione personale su una esperienza artistica già discussa ed archiviata, anche se mai totalmente estinta. Se Warhol si limitava a ritrarre i personaggi contemporanei in modo meccanico (come se lo stesso artista si fosse convertito in macchina capace di emulare le tecniche della comunicazione di massa), il francese si appropria del linguaggio (e a volte delle stesse iconografie – vedi la Marilyn) di Warhol per riflettere sulla società di massa, sul ruolo della memoria (sia storica che artistica) e sulle meccaniche che regolano il nostro rapporto con le celebrità.
La seconda e più rilevante differenza è che Gnidzaz predilige effetti più marcatamente grafici dove i contorni (rigorosamente eseguiti a mano, dopo rielaborazioni fotografiche) assumono un aspetto a dir poco “astratto”. E questo amore per la grafica viene intensificato dalla profusione di bande diagonali e orizzontali monocrome che invadono, o meglio obliterano, l’icona raffigurata riducendola ad uno status di puro papier peint, da carta regalo. Non si deve dimenticare che questo pittore ha intrapreso la sua carriera artistica durante gli anni ’90 con esperimenti “cinetici” debitrici delle composizioni del venezuelano Soto, che hanno sicuramente determinato le sue scelte figurative anche per questa nuova serie di ritratti. L’effetto ricercato da Gnidzaz non è puramente decorativo: con questo tecnica egli ridicolizza e svuota la forza dell’immagine della società di massa, la riempie di interferenze, la disintegra (ancor di più che la serigrafia warholiana) rendendola quasi irriconoscibile o comunque “innocua” agli occhi del pubblico contemporaneo ormai abituato a tali soggetti da esperienze indirette o di seconda mano (cosa accomuna la generazione di Serge Gainsbourg a quella di Britney Spears?).
Questo processo di alienazione del significato è ancora più evidente nelle tele con soggetti classici derivati da celebre tele del passato: che si tratti della Pallade o della Venere di Botticcelli, della Monna Lisa o di altri soggetti celebri, Gnidzaz ricorre alla stessa obliterazione, alterando la percezione visiva di immagine che ormai fanno parte del nostro comune bagaglio culturale per renderle “diverse” e non immediatamente riconoscibili. L’arte del passato, nella nuova veste POP, assume un aspetto più vicino e quotidiano alla sensibilità “popolare”, perde la sua “aurea” di oggetto culturale per eccellenza per divenire uno dei tanti souvenir in vendita presso i musei d’arte contemporanea. L’idea non è sicuramente originale: anche Warhol si era cimentato in un tale confronto, banalizzando la cultura “alta” del passato in immagini riproducibili all’infinito (Ultima Cena di Leonardo), ma l’americano non avrebbe mai pensato agli estremi di una grafica “cinetica” (o se si vuole Optical) così ostentatamente “iconoclasta” e così profondamente POP….

YAN PEI-MING: PORTRAITS D'ARTISTES
di MANUELE SCAGLIOLA
Yan Pei-Ming, uno dei più grandi artisti viventi. La Fondation Maeght, forse uno (e aggiungiamo il nome del museo-villa Louisiana presso Copenaghen) dei più rinomati “santuari” per l’arte contemporanea. Successo garantito.
L’artista cinese (che vive e lavora tra la Cina e la Francia) ha creato appositamente per questa esposizione una serie di ritratti in omaggio al grande artista svizzero Alberto Giacometti. Pochi pezzi, in realtà, ma di una bellezza mozzafiato.
Per chi è abituato a pensare al soggetto “ritratto” o “autoritratto” come arte intima o da “camera” (ed in qualche modo di piccolo formato), l’opera di Pei-Ming servirà a cambiare idea: i ritratti realizzati su tela (tra cui due autoritratti) sono a dir poco colossali per dimensioni, tanto da occupare le intere pareti delle sale. Rosso e nero, i colori predominanti. L’autoritratto in rosso del 2007 (350 x 350 cm!) è allo stesso tempo di una intensità e di una semplicità grandiosa, il volto pensoso dell’artista (immerso in quel ormai dimenticato rosso maoista) ci scruta come un gigante uscito da ere lontane, affiorato (come il celebre esercito di terracotta) dalle sterminate campagne cinesi.
I rimanenti ritratti sono quasi delle grisailles giocate su raffinate tonalità nero-grigio-bianche: che si tratti di Giacometti, del padre dell’artista o dello stesso artista (a figura intera, con maschera antigas?) ci stupisce l’abilità con cui Pei-Ming fa “ribollire” la materia pittorica, con cui fa “eruttare” l’olio, impastandolo, plasmandolo, controllandolo per infine lasciarlo libero a se stesso. Le superfici pittoriche diventano torbidi mari in tempesta, onde sferzate dai venti, cielo plumbeo fuso con gli abissi oceanici. La semplicità degli sguardi e dei gesti (così quotidiani ed anti retorici), nonostante il grande formato così spaventosamente incombente (come quelli dei personaggi politici totalitari), contribuisce a trasformare questi ritratti in icone universali dove il dettaglio realista lascia spazio ad idealizzazioni e ad angosciose riflessioni sulla identità della natura umana.
Inutile cercare tutto questo in riproduzioni fotografiche: i ritratti di Yan Pei-Ming (come anche alcune sue sculture, o teste, parimenti in mostra) esposti alla Fondation Maeght vanno visti esclusivamente dal vivo.
Yan Pei-Ming
Portraits d’artistes
Fondation Maeght
Saint-Paul de Vence
Dal 24 novembre 2007 al 9 marzo 2008
Tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 18.00
Ingresso a pagamento

MONICA AMMIRATI E JAVIER RAMIREX: NÖVU-PITÜA. NUOVA PITTURA IN LIGURIA
di ALESSANDRO GIACOBBE
L’informagiovani di Imperia ritorna piccola galleria d’Arte Contemporanea con un ciclo che si spera continuativo e capace di supplire alla prolungata e necessaria chiusura della sala comunale in piazza Dante.
Marzia Taggiasco, che ha studi di filosofia, ha operato una scelta interessante.
Ha messo di fronte artisti giovani, sia pure con percorsi distanti l’uno dall’altro. Ovviamente alleghiamo il comunicato stampa, perché c’è la presentazione condivisa degli autori.
Personalmente, visitando la mostra, ho avuto impressioni positive e anche in questo caso le ribalte possono aumentare, magari verso l’ambito monegasco e nizzardo senza dubbio competitivo, ma complesso.
Javier Ramirex (attenti al sito, ramirex.com) è un salvato dall’arte. Il suo bisogno di espressione nella natia Bucamaranga è stato inoltrato dal writing selvaggio e scorretto entro binari di amore per l’Arte da una madre lungimirante. L’esperienza internazionale non manca e così i confronti tra i continenti. I suoi contatti sono tantissimi, l’impiego della rete determinante. È anzi la base della sua pittura, che dal recupero di oggetti come supporto (pochi, ma ben scelti), arriva ad un uso controllato della spada-bomboletta spray, con acuto senso del colore, ma soprattutto della forma e del messaggio. Indubbiamente c’è un debito forte verso il pop, che a quanto pare a New York è ancora dominante a decenni dall’affermazione. Il percorso è iniziato, non ancora maturo, ma sicuramente incanalato. Ci sono tag individuate. Simboli chiari e presenti, riconoscibili nel continuum.
Monica Ammirati ha una solida formazione. Il suo fare pittorico è “classico” nell’accuratezza di pennellata e nella volontà di costruire percorsi per immagini, in questo caso con una dedica alla donna e anche alla sua femminilità. L’aggancio con Ramirez è nella scelta di colori forti, talora fluorescenti, figli di un wall-working che è facile nelle più giovani generazioni. Monica ricerca sempre un centro di gravità visivo, talvolta spostato dal centro della tela, ma attrattivo. Una serie di motivi trainanti accostati può essere il prossimo passaggio, sicuramente in una sede più ampia, che ne possa esaltare un dipingere vasto, che ha qualcosa da raccontare.
Monica Ammirati e Javier Ramirex
Növu-Pitüa. Nuova Pittura in Liguria
a cura di Marzia Taggiasco
Centro Informagiovani
Piazza Ulisse Calvi 2 - Imperia
dal 24 novembre 2007 al 12 gennaio 2008

TINO GUARISE A VILLA FARAVELLI
di ALESSANDRO GIACOBBE
Un evento particolare caratterizza la fase prenatalizia dell’arte contemporanea ad Imperia. Dura poco, dal 29 novembre al 2 dicembre. La sede è quella della Villa Faravelli, piacevole, residenza di qualità con vista impareggiabile sul mare o meglio ormai sul nuovo porto in cui si concentra uno dei fattori di crescita di Imperia.
La domanda fondamentale è questa: poteva Imperia accorgersi prima di Tino Guarise. La sua figura è di artista, bisogna dire dell’ “artista” come uno lo immagina. Sembra vivere un po’ fuori dagli schemi, ma il mondo lo conosce benissimo. Il bastone con cui si regge nel cammino è un “ready made” che sarebbe di per sé da esposizione, con la collezione di medagliette sacre legate a motivi e protezioni. Il suo percorso artistico è personale e intuitivo: al suo paese Urbana di Padova, conservano gelosamente i primi disegni distribuiti tra oratorio e privati cittadini. All’evento, del resto, i compatrioti erano presenti in gran numero. L’applicare una etichetta a Guarise è superfluo. “Concettualismo surrealista” condensa sicuramente un percorso studiato. Nelle idee, nella forma. Intanto conforta sapere che Guarise non è un’artista che cerca di vendere. Le opere che “diventano” tela da esporre non sono molte. C’è tanto disegno, capace, sicuro, intuitivo. Per fortuna alcuni tra questi disegni erano esposti. Giusto. Ora, pare che le valutazioni per questo artista dalle opere giramondo siano lievitate. Interessa forse per la sua ri-notorietà improvvisa, corredata da pareri forti. C’è ovviamente quello che si attende da un italiano: richiamo alle forme classiche e metafisiche, da Carrà a De Chirico, semplicità ideativa, ma qualche arcano significato abilmente disposto nello studio. Profetico, spesso. Anche in questa celebrata opera “The Pollution”, dove il titolo inglese aiuta il mercato, ma è molto lontano da un autore che possiede ancora una inflessione veneta. E poi c’è l’esperienza della malattia, da cui si è salvato e da cui ha tratto un senso del colore più spiccato e volitivo. Forse meno cupo, pur nel significato corrosivo. Da rivedere, più completo, in una mostra che non sia Dubai o chissà dove…

SERATA “POINT ART” A MONACO
di MANUELE SCAGLIOLA
Il progetto si chiama POINT ART. Mercoledì 12 dicembre a partire dalle ore 18.00 alcune delle più prestigiose gallerie d’arte monegasche aprono i battenti al pubblico per una serata interamente dedicata all’arte, contemporanea e non. Per l’occasione saranno previste navette (contrassegnate con il logo ART POINT) disposte in luoghi strategici per facilitare la visita delle numerose gallerie disseminate nel Principato. Si consiglia di iniziare la visita dall’Avenue Princesse Grace: la Galleria Maretti Arte inaugura (in presenza dell’artista) la mostra dedicata ad un grande esponente dell’arte italiana contemporanea, Sergio Lombardo, famoso per le sue sperimentazioni “stocastiche”. Si prosegue per la Galleria Artcurial Gismondi Pastor. La visita raggiunge poi il cuore del principato, Place du Casino: ad attenderci la prestigiosa GAM specialista in autori dalla fama ben consolidata (Andy Warhol, Magritte, Mirò, per citarne solo alcuni), nonché le gallerie MdA TODAY! e Monte Carlo Art Gallery. Da non mancare le sedi monegasche di Sotheby’s e Christie’s, oltre i negozi antiquari Adriano Ribolzi e SAPJO, per fermarci infine a riflettere sulla produzione fotografica contemporanea proposta dalla Galleria IN CAMERA. Ultima meta (o inizio del tragitto?) la galleria Marlborough Monaco ( Quai Antoine 1er) che propone la pittura a “taglie forti” di Fernando Botero (dal 22 novembre 2007 al 26 gennaio 2008).
In occasione dell’avvenimento (e delle ormai vicine feste natalizie) tutte le gallerie inviteranno ad un cocktail.

JAUME PLENSA AL MAMAC DI NIZZA
Jaume Plensa est né à Barcelone en 1955 ; il est actuellement l'un des sculpteurs les plus importants de la scène artistique contemporaine.
Depuis 1980, date de sa première exposition à Barcelone, Jaume Plensa a vécu et travaillé à Berlin, Bruxelles, au Royaume-Uni (invité par le Henry Moore Institute) et en France (invité par l'Atelier Alexandre Calder) ; Il vit actuellement entre Barcelone et Paris où il a enseigné à l'Ecole nationale des Beaux-Arts.
Depuis 1992 Plensa a reçu de nombreux prix et distinctions tant sur le plan national qu’international, notamment une nomination au titre de Chevalier des Arts et des Lettres du Ministère de la culture en France (1993), le prix national des Arts Plastiques, le prix national de la culture de la Généralité de Catalogne (Barcelone, 1997), le Prix de l'Association espagnole des Critiques d'Art pour la meilleure œuvre présentée à l'ARCO (Madrid, 1998), le prix Koinè-Seat per l'Arte (Vérone, Italie, 1998), le prix Mariano Benlliure de Sculpture 2002 (Madrid, 2002) ; plus récemment il a été nommé Docteur Honoris Causa de la School of the Art lnstitute of Chicago (Chicago, Etats-Unis, 2005).
Son œuvre a été exposée dans de nombreux musées et galeries en Europe, aux États-Unis et au Japon : Fondation Joan Miró, Barcelone ; Galerie nationale du Jeu de Paume, Paris ; Henry Moore Sculpture Trust, Halifax, Royaume-Uni ; Malmö Konsthall, Malmö, Suède ; Stadtische Kunsthalle, Mannheim, Allemagne ; Musée d'Art Contemporain de Lyon ; Musée Luigi Pecci, Prato, Italie ; Kestner Gesellschaft, Hanovre, Allemagne ; Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig, Vienne, Autriche ; Palais Vélasquez / Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia de Madrid, Espagne ; BALTIC Centre for Contemporary Art, Gateshead, Royaume-Uni ; Arts Cluc Center for Contemporary Art de Chicago, Etats-Unis ; Musée des Beaux-Arts de la ville de Caen ; Wilhelm-Lehmbruck-Museum de Duisbourg, Allemagne ; CAC, Malaga etc.
Les matériaux de l’artiste
Le travail de sculpture de Jaume Plensa a connu différentes étapes. Au début des années 1980 le fer a représenté son matériau privilégié, les sculptures étaient en grande partie réalisées avec des éléments et matériaux de récupération, fer, bronze, cuivre, etc., matérialisant des personnages et des formes anthropomorphiques à partir de collages et découpages.
En 1986, Plensa engage une série de sculptures en fer ayant recours à l'une des plus anciennes techniques de fonte de métal. Ses pièces se transforment alors en sculptures de grand format en rapport avec la terre, les roches et le magma.
Abandonnant ensuite presque toute trace de figuration, Plensa tout en continuant à travailler avec le fer lui associe la lumière qui, combinée au métal, produit un travail d'une grande beauté. C'est à ce moment-là aussi qu’il introduit dans ses sculptures des textes en relief, des textes poétiques, des phrases ou simplement des mots, qui agissent comme autres matériaux constitutifs de l'œuvre, couleur ou coups de pinceau.
Depuis lors, Jaume Plensa n'a jamais cessé de travailler avec la lumière et la fonte, aluminium, bronze, laiton, verre, acier, résine et autres, variant les matériaux en fonction des besoins de l’œuvre elle-même ou de l'espace d'exposition. Toujours réalisées à l'échelle humaine, ses sculptures nous donnent à voir des containers, des cabines, des cavités. Ces dernières années, de manière presque simultanée, les matériaux retenus pour la fonte étaient la résine synthétique, le verre fondu, mais aussi l'albâtre, choisi pour sa mystérieuse translucidité, utilisés pour construire ces «maisons» si personnelles, sièges de l'âme et recueils des émotions.
Ajoutés à la lumière parfois troublante, son et texte constituent une autre piste à suivre, une porte à ouvrir et confèrent au travail actuel de Plensa la dimension poétique du langage, à la fois lyrique et matériel, qui le caractérise et le différencie.
L’œuvre sur papier :
Parallèlement à son travail de sculpture et en y accordant le même degré d’importance, l’artiste a réalisé une œuvre sur papier considérable, essentiellement constituée de dessins et de collages qui entretiennent toujours un rapport étroit avec la sculpture.
Ce ne sont pas des dessins d’étude, mais bien des œuvres pensées pour un travail en deux dimensions, traitées le plus souvent en noir et blanc mais comportant aussi des touches colorées, bien qu’éparses. Les collages de photos, les textes constitués de lettres en plastique, les superpositions, les manipulations et le relief qu'il parvient à donner au papier confèrent à son travail une dimension matérielle qui le rapproche inévitablement de la sculpture.
Sur ce point, tout en considérant aussi l’aspect ludique avec lequel il aborde la sculpture ou l’œuvre sur papier, il faut mettre en évidence l’implication et l’énergie soutenue qu’il consacre à son travail graphique lequel révèle de façon évidente une constante préoccupation de recherche et d'originalité.
Dans le domaine de la sculpture dans l’espace public qui représente une importante partie de la production de l’artiste, on peut voir des œuvres permanentes de Plensa en Espagne, en France, au Japon, au Royaume-Uni, en Corée, en Allemagne, au Canada, aux États-Unis etc. L’un de ses projets les plus récents et indéniablement l'un des plus brillants, est The Crown Fountain (2006) situé dans le Millenium Park de la ville de Chicago; on peut citer aussi Breathing installée dans le bâtiment de la BBC à Londres.
Jaume Plensa
MAMAC - Musée d'Art Moderne et d'Art Contemporain
Promenade des Arts - Nice
22 novembre 2007 - 27 avril 2008

PLINIO MESCIULAM AD ALBISSOLA MARINA
Plinio Mesciulam ritorna ad Albisola dopo oltre trent’anni: l’ultima sua presenza è nel 1973 la partecipazione alla mostra internazionale “Il ritratto oggi” a Villa Faraggiana.
Negli spazi della Galleria Anna Osemont saranno esposte da sabato 1° dicembre una serie di opere recenti, provenienti da una importante collezione privata, della serie Ombre attraversate, ritratti nei quali l’immagine della persona emerge alla superficie come evocata dal regno delle ombre.
Sagome di persone note e meno note, che il segno dell’artista fa affiorare all’opera dipinta quali segni di una somiglianza colta in un silenzio, in un gesto, in un attimo di sospensione, i quadri sono stati in gran parte pubblicati nel 2004 sul catalogo “Una lontana somiglianza”(De Ferrari & Devega). A questa serie si affiancano alcune opere della serie delle Finestre eseguite negli anni Ottanta e Novanta.
Plinio Mesciulam (Genova 1926) è figura fondamentale dell’arte del Novecento in Liguria. Esordisce alla Quadriennale di Roma nel 1948. Amico di Monnet, Soldati, Munari, Scanavino, partecipa al MAC negli anni Cinquanta. Conosciuto ed apprezzato da critici quali Dorfles e Crispolti, e poi Maltese, Barilli, Menna, ritorna oggi ad Albisola, dove nel 1965 ha esposto presso la Galleria Pescetto alla prima mostra del gruppo Cond, da lui fondato con Giusto, Parini, Rigon .
Sarà presente all’inaugurazione della sua mostra alla Galleria Osemont.
Plinio Mesciulam
Galleria Osemont
Via Cristoforo Colombo 13 - Albissola Marina
dal primo dicembre 2007 al 20 gennaio 2008

GRANDI SCULTURE A VILLA GROPPALLO. TRIBUTO AD ARTURO MARTINI
La mostra promossa dal Comune di Vado Ligure con il patrocinio della Regione Liguria e della Provincia di Savona, sarà aperta al pubblico da giovedì 6 dicembre
A sessant'anni dalla sua scomparsa questa mostra rappresenta il tributo di Vado al grande maestro trevigiano che trovò nella cittadina ligure il conforto degli affetti e l'ambiente dove conobbe i suoi più felici momenti creativi.
Sono le vicende del primo conflitto mondiale a portare nel 1916 Arturo Martini in Liguria, prima a Genova, impegnato nell'industria bellica come tornitore e fonditore di proiettili e quindi a Vado Ligure come operaio specializzato presso l'officina Senigaglia. A Vado lo scultore si trasferisce dal 1920, anno del suo matrimonio con Brigida Pessano, dalla quale avrà due figli, Maria (Nena) e Antonio. Nonostante la sua permanenza nella cittadina ligure, dopo i primi anni, sia saltuaria, Martini non interrompe mai i contatti con Vado, cui lo legano la famiglia e la casa scelta come ricovero alle sue opere, che resterà un punto fermo nella sua vita irrequieta.
Nel periodo ligure il linguaggio plastico di Martini giunge a piena maturazione, l'esempio antiaulico e anticlassico della sua scultura depurata d'ogni particolare esornativo dal linguaggio della stilizzazione popolare, è destinato a lasciare implicazioni sulle successive vicende artistiche italiane.
La mostra, promossa dal Comune di Vado e curata da Cecilia Chilosi presenta un significativo nucleo di opere, che ben testimoniano delle diverse tappe del suo percorso creativo e dei differenti materiali da lui interpretati: gesso, bronzo, terracotta e marmo. Verrà allestita nel Museo di Villa Groppallo le cui sale conservano in permanenza alcune opere di Arturo Martini tra cui i quattro magnifici gessi preparatori per il Monumento ai Caduti (inaugurato nel 1924), la prima commissione pubblica che Martini riceve nel 1923, e il Benefattore, monumento funebre in terracotta di don Cesare Queirolo eseguito tra il 1932 e il 1933.
Le opere in mostra
A Vado Martini, in uno dei suoi più felici momenti creativi, da lui stesso definito del "canto", porta a maturazione nella sperimentazione della terra il suo linguaggio.
E' con le opere realizzate in questo periodo che egli ottiene il massimo riconoscimento che gli sarà tributato in vita: il primo premio alla Quadriennale di Roma del 1931.
Di questa fase del suo lavoro sono testimonianza in mostra il già citato Monumento funebre del Benefattore, la sorprendente opera in terracotta Madre folle del 1929, mai mostrata in pubblico, per volere dello stesso Martini, dopo l'esposizione alla Quadriennale di Roma del 1931 e La Veglia, l'imponente terracotta refrattaria del 1931 che non è più stata esposta al pubblico dal 1989.
Leone e Leonessa, due esemplari in gres smaltato del 1935-36, appartengono alla fase in cui Martini sperimenta la possibilità della riproduzione seriale, grazie alla tecnica del colaggio ceramico, di opere anche di grandi dimensioni, presso gli stabilimenti ILVA refrattari di Vado Ligure, Livorno e Corsico.
La Tuffatrice, scultura in marmo bianco di Carrara realizzata tra il 1941 e il 1942, è una delle sedici opere esposte alla Biennale di Venezia del 1942. L'opera, la cui plasticità manifesta interessi postcubisti, testimonia la ripresa della scultura, dopo il periodo di crisi e di allontanamento da essa per dedicarsi alla pittura.
Di grande ed esclusivo interesse sono inoltre due opere - che costituiscono un unicum nel percorso artistico martiniano - proprie di quel "non finito" che esalta la massima rappresentatività insita nella materia e contiene il germe del rinnovamento della sua scultura: Amplesso, monumentale scultura in pietra del 1940, mai presentata dall'artista in vita ma esposta una sola volta alla Biennale Internazionale di Scultura a Carrara nel 1998, si tratta di è un'opera costruttiva, architettonica, la cui forma contraddistinta dall'incastro dei corpi, al limite del figurativo, è suggerita dal blocco nel rispetto della materia. Deposizione, del 1941-42, scultura in marmo bianco di Carrara, è invece esemplificativa della lunga meditazione di Martini sul tema della deposizione al quale dedicò molti lavori nell'arco degli anni. L'esperienza della morte viene rivissuta nel composto dolore della madre che accoglie il corpo del figlio e con esso, nel marmo, diviene unica dolorante materia.
La partecipazione di Arturo Martini a pubblici concorsi è documentata oltre che dai gessi per il Monumento ai Caduti anche dai bozzetti in bronzo per il Monumento al Duca D'Aosta le cui vicende impegnarono l'artista dal 1933 al 1935. In mostra sono esposti i due gruppi scultorei La Forza e gli Eroi e La Fede e La luce e otto bassorilievi raffiguranti La messa al campo, Le Crocerossine, I gas asfissianti, Il riposo in trincea, I reticolati, I rifornimenti, Il Piave, L'assalto, caratterizzati da una mancanza di enfasi celebrativa.
Grandi Sculture a Villa Groppallo
Tributo ad Arturo Martini
a cura di Cecilia Chilosi
Vado Ligure (SV), Museo di Villa Groppallo
6 dicembre 2007 - 8 marzo 2008

LEONARD SHERIFI: WALKER
L'Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Celle Ligure, in collaborazione con l'Associazione Occhionellarte.org, presenta la mostra Walker di Leonard Sherifi.
L'esposizione, che si terrà presso la Sala Mostre di Via Boagno, inaugurerà l'1 Dicembre alle ore 17:30.
La mostra si inserisce all'interno delle attività del laboratorio della creatività giovanile Celle Arte Giovani e presenta una selezione significativa di opere pittoriche del giovane artista.
Leonard Sherifi (Berati, Albania 1984) utilizza, in maggior parte, il medium pittorico che gli permette una ricerca dal carattere emotivo ed emozionale e nel contempo di grande immediatezza visiva.
Il paesaggio urbano domina le sue opere “la nostra vita è come una strada delimitata, noi siamo solo di passaggio. In questo percorso capita di scendere e salire, attendere, a volte correre forte, altre rallentare e fermarsi per dare la precedenza a qualcun altro. Facciamo tutti la stessa strada, ma la differenza sta nella velocità con cui andiamo, cosa incontriamo e quali direzione prendiamo”. La città diviene così un segno espressivo che rimanda alla condizione dell'uomo nel labirinto della contemporaneità. Natura urbana, frenetica, caotica, e codificata. Il semaforo, che compare spesso nei quadri, è proprio uno di quegli oggetti simbolo: confine tra la propria libertà e quella degli altri, strumento di convivenza civile.
L'artista è un walker, un camminatore, un viaggiatore che si muove nella città per cogliere con il suo sguardo frammenti di paesaggio. I quadri diventano riflessioni, vissuti personali. Tutti noi ci muoviamo contemporaneamente sia nella realtà della città, che nelle situazioni della vita, nei rapporti sociali. Le immagini di semafori, incroci, punti di passaggio diventano, così, i link tra paesaggio umano e urbano.
Leonard Sherifi
Walker
Comune di Celle Ligure - Sala Consiliare
Via Stefano Boagno - Celle Ligure
dal primo al 9 dicembre 2007

FRANCESCO GARBELLI: ATLANTIS
Tra i principali artefici e protagonisti nel 1985 dell’esperienza milanese Brown Boveri, dalla metà degli anni ‘80 Garbelli comincia a realizzare i suoi primi interventi installativi. In seguito rivolge la propria attenzione al contesto urbano e compie i suoi primi interventi di ‘public art’. La segnaletica stradale, quella serie di segnali codificati che stabiliscono le norme per un ordinata viabilità automobilistica, è il primo e più vulnerabile bersaglio scelto dall’artista milanese. Ne stravolge i significati creando dei segnali nuovi dai contenuti inaspettati. Che siano pittogrammi o precise scritte, il significato che tali segnali assumono diventa ‘autonomo’, svincolato dalla logica della comunicazione informativa.
Per questa personale, dal titolo evocativo, Garbelli ha realizzato una sorta di campionario iconografico rivisitato della civiltà subacquea (monete, segnaletiche, vedute panoramiche) inventando di sana pianta ciò che la suggestione del mito e le assidue letture gli hanno ispirato.
Da sempre appassionato lettore dei grandi romanzi epici e d’avventura ambientati tra le acque tempestose degli oceani (Tifone di Conrad, L’Isola del tesoro di Stevenson, Moby Dick di Melville, Robinson Crusoe di Defoe, Il Vecchio e il mare di Hemingway...) Garbelli non vuole ricostruire fedelmente o provare, come un archeologo, l’esistenza della città sommersa, quanto proporre uno spunto di riflessione sulle condizioni attuali dell’ecosistema marino, con tutte le problematiche ambientali portate dal ‘progresso’ della civiltà occidentale e dallo sfruttamento “turistico” delle risorse marine.
L’artista vi immagina ed ambienta un viaggio, documentato da un proprio diario di bordo e da prove “tangibili” di questa fantastica avventura. Trova reperti che espone come reliquie di una civiltà subacquea pacifica ed immune dagli errori del popolo “terrestre”, che osserva e dal quale impara cosa “non fare”. L’idea del viaggio mentale, dello spostamento ideale, è quindi di fondamentale importanza per comprendere il significato di un lavoro che vuole recuperare quel senso, ormai completamente perduto, di purezza della vita condotta in completa armonia con l’ambiente circostante, in una sorta di ritorno alla verginità della natura incontaminata senza assumere atteggiamenti polemici, né esprimere una patetica retorica di tipo ambientalista.
Francesco Garbelli
Atlantis
Med Gallery
dall'otto dicembre 2007 al 12 gennaio 2008

NATALIE SAIPH MASSONE: RHYTHM & BLUES
R’n B è una ricerca nata per caso, partendo dalla musica…che mi ha portato ad indagare la realtà contemporanea come in un réportage fotografico, fissando dei momenti ricchi di vissuto quotidiano: il treno, la metropolitana, i bar o pub, le discoteche, il teatro, la strada…luoghi di transito, spazi vuoti o affollati di persone, di pensieri, di ricordi, di solitudini, di emozioni
Natalie Saiph Massone
Rhythm & Blues
Banca Sella
Piazza Gioacchino Rossini 10 - Imperia
dal 14 dicembre 2007 al 4 gennaio 2008

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