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STEFANIA GESSI: FRAMMENTI DI VITA RANDAGIA
di MANUELE SCAGLIOLA
Dopo una serie di concorsi e mostre collettive, la giovane artista Stefania Gessi (Genova, 1985) organizza la sua prima mostra personale nel luglio 2007 presso il Forte dell’Annunziata a Ventimiglia, dal titolo “Giochi di sguardi sulle vie della strada”. Partendo da questa occasione, ed in concomitanza con il conseguimento della laurea della Gessi presso l’Accademia di Belle Arti di Sanremo nel settembre 2007, proponiamo qui di seguito un’analisi della produzione più recente di questo talento emergente.
La strada, arteria della vita cittadina, luogo di socializzazione per eccellenza, dove il “privato” si fonde con il “pubblico”. La strada (che nei villaggi e città di Liguria si trasforma in “caruggi” scuri e tortuosi), luogo in cui si lascia alle spalle la sicurezza domestica per abbandonarsi, forse inconsciamente, al piacere dell’ignoto. La strada come luogo di osservazione privilegiata, dove la “normalità” della tradizione nazionale può sbirciare, con il più disinvolto voyeurismo, il degrado, la realtà “aliena” degli extracomunitari, dei tossicodipendenti, dei barboni e dei malati. A Genova, non a caso, alcuni vicoli hanno un’infame reputazione.
Nella personale “Giochi di sguardi sulle vie della strada, la Gessi ci invitava a gettare uno sguardo sulla fauna variopinta che popola questo mondo, proponendoci una galleria di ritratti, o meglio di vere e proprie istantanee, di vita randagia. Così, tra le pareti sicure del museo, si entrava a contatto con quella parte di realtà sempre presente nelle strade di qualunque metropoli (occidentale e non) e solo in parte sfiorata: bambini mal nutriti, extracomunitari, artisti di strada…forse ladri. Insomma tutta quella porzione umana che vive da sempre ai margini della società “per bene”.
L’artista coglie gli sguardi profondi di questa umanità spesso disperata, i disagi ed i conflitti della perdita delle proprie identità culturali. Volti di bambini cresciuti nella povertà ed acclimatati in squallidi monolocali europei, così lucidi e furbi nella loro quotidiana lotta per la sopravvivenza; africani e “Vu cumprà” onnipresenti – ma di fatto inesistenti - in ogni angolo a vendere imitazioni di marche famose; donne dagli esotici copricapi e dalle vesti coloratissime. Nella società della globalizzazione si stenta ancora ad abbandonare l’ormai macera etichetta di “esotico”.
L’approccio a questi soggetti, sempre sentito con calorosa partecipazione, ha per l’artista un’aura di antico e di solenne. La paletta cromatica calda, basata su tonalità marroni-ocra-verdi, che caratterizza questi ritratti ricorda la pittura “spontanea” del Centro e Sud America (ma anche la pittura murale messicana di Diego Rivera) nonché quella africana: “Ho cercato far emergere la “ruralità” tipica di questa realtà, che da un punto di vista cromatico si concretizza nell’uso di tinte calde come i marroni che conducono facilmente al concetto di “terra”, di sabbia, di luoghi caldi, ma anche di terra vista come elemento di un sostentamento basato sul lavoro agricolo”, mi spiega l’artista in un comunicato scritto.
La dignità con qui Stefania Gessi ci propone questi ritratti si avvicina a quella monumentalità “masaccesca” con cui Pasolini descriveva il sub-proletariato italiano alle soglie della Società consumistica (Accattone).
Poi, gli artisti di strada. Saltimbanchi, musici, giocolieri e maghi (mestiere che ai nostri giorni, almeno in Europa, viene reinterpretato da giovani dalle idee politiche “dissidenti”). In questi ritratti la paletta cromatica diventa festosa e cangiante, e sono evidenti i compiaciuti anacronismi, in quanto “custodi di tradizioni di memorie passate”. Vengono in mente i menestrelli raffigurati nei dipinti murali tardomedievali in tante chiese dei paesi scandinavi (mi riferisco ai cicli pittorici di Albertus Pictor attivo nel XV secolo), universalmente conosciuti grazie alla personale visione offerta da Bergman nel Settimo Sigillo.
Con una pittura ad olio che la stessa Gessi definisce di “ispirazione alla tecnica impressionista, rielaborata in chiave personale attraverso una raffigurazione più grafica ed essenziale”, si elevano inni al Terzo Mondo. La concreta umanità delineata da questa artista, così profondamente radicata nel mondo rurale e solo sfiorata dal narcisismo consumistico, viene esaltata in contrapposizione alla dilagante inerzia intellettuale ed emotiva che caratterizza buona parte della classe media occidentale.
Il passato, incarnatosi nel Terzo Mondo, assume l’aspetto simbolico di una umanità “viva”, ora sofferente ora gioiosa, capace di farci riflettere sulla perdita di identità (e di emozioni) che ha interessato tutto l’occidente europeo.

BRUNO GORGONE: LE TRAME DEL MITO
Ampia selezione di opere recenti di Bruno Gorgone, corredata dal catalogo monografico contenente il saggio di Vittorio Sgarbi dal titolo "Gorgone, la storia come pattern", pubblicato per l'occasione. L'artista, esponente della nuova astrazione italiana, presenta lavori appartenenti all'ultima fase della sua ricerca che, avviata agli inizi degli anni Ottanta con motivo dominante della propria poetica il Mito, riferito frequentemente alle simbologie del Giardino, è ora caratterizzata da un ulteriore approfondimento del rapporto segno/colore, orientata formalmente verso una personale pittura di pattern. L'allestimento comprende inoltre alcuni lavori storici di riferimento realizzati negli anni Ottanta e lavori in vetro di Murano eseguiti con la particolare tecnica dell'incisione a caldo su lamina d'oro.
La mostra e' promossa dal Comune di Carcare-Assessorato alla Cultura, con il Patrocinio della Provincia di Savona, dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri-Sez.Sabazia e de Il Secolo XIX.
Vittorio Sgarbi scrive, tra l'altro, nel saggio critico di presentazione, nel quale viene particolarmente rilevato il contesto storico entro cui si colloca il lavoro di Gorgone: "Non e' troppo complicato, per uno storico dell'arte, risalire a un coerente percorso genealogico che conduca all'arte di Bruno Gorgone, attestatasi negli ultimi tempi attorno a valori espressivi ben consolidati e, probabilmente, destinati a conoscere un periodo di duratura prosecuzione. Credo sia cosa utile, e non solo un'esercitazione filologica da addetti ai lavori, provare a riprendere le linee di massima di questo percorso, per capire più dal di dentro il contesto complessivo entro cui si è mosso e continua a muoversi Gorgone, e quindi poterlo valutare secondo una dimensione critica che risulti quanto più appropriata alla sua arte.(...)
Gorgone è architetto di formazione, il suo approccio all'arte è fortemente condizionato dalla progettualità, ovvero dalla possibilità di adottare e applicare un metodo compositivo che possa essere applicato a più riprese, modificando gli esiti formali conseguibili attraverso il ricorso a varianti. In ciò consiste, primariamente, l'arte di Gorgone, in questa sua dimensione non strettamente concettuale, ma legata comunque alla supremazia dell'idea, dell'elaborazione mentale, e in secondo luogo alla predisposizione del meccanismo pratico che permette di concretizzarla in un fatto artistico pienamente compiuto, rendendola dal punto di vista formale un universo autonomo e del tutto autosufficiente, senza nulla che possa alludere a qualcosa che si sembri intentato o non sviluppato.(...)
La messa in pratica è per Gorgone esperienza di fondamentale importanza, vitale e vitalistica, come se le sue forme e i suoi colori, accostati in “textures” infinite, fossero delle “concrétions naturelles”, parafrasando una nota espressione di Arp, diretta emanazione dello spirito della natura che deve passare necessariamente per la mente dell'artista, ma anche attraverso la sua mano, e le sensazioni che questo passaggio determina. L'atto pittorico è per Gorgone ancora emozione, contatto con la materia, intimo piacere creativo che si alimenta da sé stesso, mutevole come la mutevolezza delle varianti espressive sperimentate (..)"
Bruno Gorgone (Cuneo,1958). Presente nel panorama dell'arte contemporanea dai primi anni Ottanta. Dopo la laurea in Architettura conseguita all'Università di Genova, si trasferisce a Venezia dove approfondisce le sue esperienze attraversando varie forme di espressione creativa con particolare attenzione al vetro di Murano. Si interessa inoltre di design. Dal 1992 fa parte del Gruppo degli Architetti Artisti Venezia con cui partecipa a esposizioni internazionali. Allestisce numerose personali, realizza interventi effimeri legati soprattutto al tema del "Mito Giardino", e installazioni nell'ambito dello studio del rapporto opera/ambiente. Espone in mostre internazionali in Italia e all'estero. Il critico francese Pierre Restany, teorico del “Nouveau Réalisme”, si interessa al suo lavoro e alle sue sperimentazioni nell'uso dei nuovi media, scrivendo, tra l'altro, il testo -Gorgone. Il colore nel nuovo destino dell'immagine-, Parigi 2002.
Bruno Gorgone
“Le trame del mito”
Dal 27 ottobre all'11 novembre 2007
Villa Barrili
Via Barrili 12 - Carcare (SV)

VIVIEN ISNARD ALLA GALERIE SAPONE
La Galerie Sapone expose du 28 septembre au 18 novembre les travaux recentes de Vivien Isnard et publie un catalogue monographique de l'oeuvre de l'artiste: "Vivien Isnard. Entretien avec Jean-Marc Réol".
C’est à Nice que la complicité entre l’artiste, qui y vit et travaille, et le critique d’art qui assure la direction pédagogique de la Villa Arson, (Ecole d’art de Nice), a pu trouver un terrain favorable.
Cette rencontre permettra d’appréhender dans sa totalité le travail de Vivien Isnard, particulièrement connu à Tours pour sa fonction d’enseignant à l’Ecole Supérieure des Beaux-Arts depuis de nombreuses années.
Vivien Isnard est né en 1946. Membre fondateur du "groupe 70" qu'il quitte en 1973, il fait partie de " l'Ecole de Nice ".
Ses œuvres récentes jouent avec une géométrie simple des formes (carrés, cercles, rectangles, triangles, "tomettes ") dynamisée par l'intensité de la couleur et la diversité des matières.
Jean-Marc Réol est historien d’art et critique d’art, directeur pédagogique de la Villa Arson, (Ecole Supérieure d’Art de Nice). Commissaire d’exposition, il a organisé récemment l’exposition « Nice to meet you » au Musée d’art moderne de Nice. Auteur de catalogues d’exposition, il collabore régulièrement à la revue Art Press.
Vivien Isnard
"Travaux recentes"
Galerie Sapone
25 bd Victor Hugo - 06000 - Nice
Exposition du 28 septembre au 18 novembre 2007

JAUME PLENSA AL MAMAC DI NIZZA
Scribe égyptien, repli sur soi, état d’apesanteur, origine de l’âme ou momies aztèques, les personnages de Plensa ont un point d’origine : le point fœtal, celui de l’intérieur.
Plensa a su exploiter ce que le corps humain possède de plus fantastique dans ses sculptures aériennes : le bien et le mal.
Jaume Plensa est né à Barcelone en 1955.
Il est actuellement l'un des sculpteurs les plus importants de la scène artistique contemporaine. Depuis sa première exposition à Barcelone en 1980, Jaume Plensa a vécu et travaillé à Berlin, Bruxelles, au Royaume-Uni et en France ; Il vit actuellement entre Barcelone et Paris où il a enseigné à l'Ecole Nationale des Beaux-Arts.
Il est l’un des 15 artistes sélectionnés dans le cadre de l’accompagnement artistique du tramway (« Les Penseurs », Place Masséna).
Jaume Plensa
MAMAC - Musée d'Art Moderne et d'Art Contemporain
Promenade des Arts - Nice
22 novembre 2007 - 27 avril 2008

PITTURA ABORIGENA ALLA GALERIE CONTEMPORAINE DEL MAMAC
60 peintures à l’acrylique sur toile choisies parmi les œuvres des artistes contemporains les plus significatifs nous permettent d’approcher une forme d’expression issue de la tradition aborigène des déserts du Centre et de l’Ouest de l’Australie, aux alentours d’Alice Springs.
De la tradition à la modernité
Une quarantaine de peintres, souvent des femmes, inscrivent sur un support de toile des motifs issus d’un passé culturel riche empreint de spiritualité, exprimé dans un assemblage de lignes, de points, de cercles, agencés avec ce qui apparaît comme spontané et intuitif mais qui révèle la vérité d’une réflexion séculaire.
L’originalité et la fraîcheur des toiles traduisent tout à la fois une tradition ancestrale et un potentiel d’innovation où transparaissent les fondements universels de l’esprit humain.
L’ensemble des œuvres provient d’une collection privée azuréenne.
"Peinture aborigene contemporaine
des déserts du Centre et de l’Ouest australien"
Galerie Contemporaine du MAMAC
Promenade des Arts - Nice
du 8 15 novembre 2007 au 10 fevrier 2008

C-L-W / L.G.O À LA STATION
Axel H. Huber propose un dispositif où le Modulor de Le Corbusier avoisinera une colonne évoquant des ruines de la maison de Wittgenstein à Vienne et où l'on pourra lever notre verre aux 100 ans de "L'American Bar" de l'architecte Adolf Loos.
Presque 10 ans après une première exposition à La Station, ce projet marque son retour en France et sera suivi d'une autre exposition personnelle au FRAC Pays de la Loire au mois de novembre.
C-L-W / L.G.O
La Station
10, Rue Molère - Nice
du 13 octobre au 9 décembre 2007

NIZZA VISTA DA BEN
Io abito a Nizza dal 1949, e a partire dal 1958 (fino al 1975) ho avuto un negozio che ospitava nel piano rialzato delle mostre di tutto ciò che era nuovo, perché ho sempre amato l’idea del nuovo e l’incontro con le persone. Nel mio negozio ho conosciuto Yves Klein e i Nouveaux Réalistes, nel 1965 ho incontrato Georges Brecht e Robert Filliou di Fluxus e nel 1966 i componenti di Support Surface. Contemporaneamente, portavo avanti la mia carriera personale, con delle mostre collettive, alcune delle quali erano curate da me, come per esempio “A propos de Nice” (1977), una mostra di artisti nizzardi al Centre Pompidou di Parigi, nella quale avevo mostrato tutta la creatività di questa città, da Fluxus, a Support Surface, ai Nouveaux Réalistes, appunto, ma anche agli Occitani. Secondo me Nizza è rimasta una città creativa perché si trova lontano da Parigi. Se si pensa che in quegli anni per andare nella capitale bisognava metterci due giorni con la due cavalli e che il treno e l’aereo erano piuttosto cari, si capisce che gli artisti fossero automaticamente obbligati a restare qui e non potessero recarsi a Parigi i fine settimana, come quelli che abitano nella banlieue. Questo fatto pratico, unito all’eredità artistica di artisti come Matisse, Chagall, Picasso, che sono venuti qui per morire nella prima metà del Novecento, ha fatto sì che a Nizza si creasse una vera e propria situazione artistica indipendente.
Oggi, accanto alla commemorazione, fatta dai musei monografici come Matisse, Chagall o anche dal MAMAC, che purtroppo non si occupa molto di artisti giovani e contemporanei, ci sono alcuni luoghi interessanti. La Villa Arson, benché rivesta un ruolo non secondario nell’animazione artistica, è diventata una sorta di ghetto, poco aperta verso l’esterno, verso la popolazione della città. Questo malgrado tutte le dichiarazioni di apertura e la buona fede del nuovo direttore, Eric Mangion.
Per quanto riguarda gli altri luoghi d’arte, come La Station o Spada, mi danno l’impressione di essere gestiti da artisti usciti dalla Villa Arson e che hanno una visione dell’arte tipicamente “villarsoniana”, un po’ basata sulla filosofia di rue Louise Weiss a Parigi, quella del “tutto succede a Parigi”. Io personalmente, dal momento che sono un occitanista, avrei voluto che la nostra regione prendesse coscienza della sua diversità culturale e non cercasse di assomigliare a tutti i costi a Parigi. Tuttavia, oggi, si può dire che a Nizza c’è un’inaugurazione, anche due, per settimana, e per me, che sono un amante di belle donne, è molto piacevole visitare le gallerie e poterle ammirare bevendo magari anche un bicchiere di vino… ci sono alcune città dove c’è a malapena un’inaugurazione al mese! Quindi le iniziative qui non mancano, quello che manca è uno spazio di dibattito, un luogo dove si rimette in questione l’arte, dove si discute, non dove c’è solo il lato esteriore dell’arte, la decorazione. Accanto a luoghi che fanno un buon lavoro come La Villa Cameline o La Sous Station, c’è per esempio uno spazio nuovo che io apprezzo moltissimo, benché sia molto discusso, è il Museaav7 del signor Phillips, gestito da un giovane, Jérémie Strauch. Io sono al 100 % a favore della visione del Museaav, quello che auspico è che non diventi un luogo con dei muri bianchi perfetti e delle mostre stile Villa Arson. Abbiamo già la Villa Arson, il MAMAC, adesso abbiamo bisogno di uno spazio come questo, un po’ strano, dove succede qualcosa, dove può esistere la creatività vera.
(a cura di Stefania Meazza - Juliet, anno 27, numero 134 ottobre-novembre 2007)

IL POZZO GARITTA AD ADRIANO LEVERONE E MATTEO POGGI
Sabato 27 Ottobre 2007 si è svolta la cerimonia di consegna del II Premio Pozzo Garitta, un riconoscimento che entra con forza nel panorama culturale con finalità importanti, legate all’innovazione artistica e alla ricerca e al prosieguo dell’antica tradizione ceramica albisolese. Il Premio, di rilevanza nazionale, nasce da un’idea del Comitato di Rigore Artistico di Savona Albisola nelle persone dei suoi membri fondatori e soci aggiunti : Roberto Giannotti, Claudio Manfredi, Tullio Mazzotti, Franco Dante Tiglio, Giovanni Tinti e Silvia Campese, Secondo Chiappella, Riccardo Griffo, Enrica Noceto, Mino Puppo e Silvia Calcagno.
Il Premio, che avrà cadenza annuale, viene assegnato mediante votazione dei membri fondatori e soci aggiunti del Comitato, a :
• un artista
• un amico dell'arte ceramica di Albisola (un ceramista o un gallerista o un critico o uno studioso che si è distinto nel settore arte/ceramica albisolese)
Il premio, consegnato sabato 27 ottobre 2007 nel corso di una manifestazione in Pozzo Garitta a Albisola Mare, è un oggetto creato da Tullio Mazzotti presso l’omonima storica manifattura che si affaccia sul Sansobbia e consiste in un vaso a mascheroni, forma classica del repertorio albisolese, con l'inserimento di una scala, antico simbolo di Pozzo Garitta, dove ve ne sono ben 5 esterne ai palazzi, con alla cima una porta ad arco ribassato come le antiche fornaci a legna. La ceramica è stata realizzata con ossidi e smalti.
Il premio si inserisce nella tradizione della Rosa d’Oro e dell’Oscar di Albisola, che unitamente all’attribuzione della Cittadinanza Onoraria, hanno costituito dal 1952 il riconoscimento della cittadinanza verso coloro che si sono distinti nel campo delle arti e per l’impegno di amicizia verso Albisola.
I membri del Comitato di Rigore Artistico, dopo aver valutato il lavoro degli artisti e delle persone che nel campo dell’arte ceramica hanno lavorato in Albisola hanno deliberato di attribuire il Premio Pozzo Garitta 2007 a : Adriano Leverone e Matteo Poggi.
Adriano Leverone
Scultore ceramista, in riconoscimento delle elevate qualità estetiche della sua opera, consolidata anche dai numerosi consensi nazionali e internazionali. La ricerca di Leverone, tesa a definire una risposta di ordine metafisico alle istanze sempre più pressanti per una riconciliazione poetica fra Arte e Natura, rivitalizza la ceramica, affrancandola dai formalismi delle astrazioni geometrizzanti e dalle monotone involuzioni materiche, ponendo al centro dell’indagine l’analisi dei processi vitali presenti nella Natura. Su questa linea l’artista accorda poi il rigore plastico delle forme concave e convesse con le risonanti iridescenze cromatiche delle superfici, realizzando un appassionante dialogo fra la vita interna e quella esterna dell’oggetto ceramico.
Adriano Leverone nasce a Quiliano (SV) nel 1953, Si diploma all'Istituto Statale d'Arte di Chiavari e successivamente al Magistero Artistico di Faenza. Nel 1974 apre il suo studio a Ferrada di Moconesi (GE), dove tuttora vive e lavora. Dal 1973 espone in numerose città italiane e straniere, e partecipa alle più significative rassegne internazionali dell'arte. Dal 1987 al 1992 è in Etiopia e Brasile come esperto della lavorazione della ceramica per conto del Ministero degli Affari Esteri. Dagli anni '90 ha tenuto corsi di formazione e conferenze a livello internazionale oltre che in Italia, anche in USA, Ucraina, Spagna, Giappone, Grecia, Svizzera, Germania; e ha ottenuto importanti premi e riconoscimenti.
Matteo Poggi
Abile torniante, figlio d’arte, lavora nella manifattura San Giorgio, che fu fondata nel 1958 dal padre Giovanni Poggi e da Eliseo Salino, unitamente a Mario Pastorino (staccatosi successivamente). Appartiene alla nuova generazione di ceramisti albisolesi. Ha il merito di continuare con passione e bravura il lavoro appreso dal padre Giovanni e di collaborare attivamente con gli artisti e i maestri che frequentano con continuità il laboratorio San Giorgio. Nel suo mestiere di ceramista ha dimostrato sensibilità culturale, assieme alla famiglia, nel allestire la raccolta museale San Giorgio che testimonia il legame profondo con il mondo dell’arte di tutta Albisola.
Alla fine degli anni Settanta, Matteo Poggi (Albisola Superiore, 1964), sollecitato dal padre Giovanni, inizia il suo apprendistato nel mondo dell'arte imparando a lavorare al tornio sotto la guida del genitore. Più tardi frequenta un corso di ceramica organizzato dalla Regione Liguria nel quale, per combinazione, ha come insegnante proprio il padre. Dal 1984 prosegue la sua carriera presso le Ceramiche San Giorgio dove Eliseo Salino accetta con entusiasmo il nuovo collaboratore. Matteo Poggi approfondisce le conoscenze tecniche del mestiere e lavora a contatto con numerosi artisti tra i quali Fabbri, Rossello, Cherchi, Dova e D'Amico. Negli anni Novanta tiene un corso di tornio presso la Scuola di Ceramica di Albisola Superiore. Dalle sue mani vengono foggiate tutte le sfere natalizie diventate uno dei simboli della San Giorgio.

MATERIALI PER UNA STORIA DEL M.I.B.I.
Ciò che poneva Jorn su un tragitto eccentrico rispetto alle sue stesse professioni di fede, era la vitale effusione di spontaneità – e la riflessione sulla stessa in rapporto a faccende e cose - che rendeva manifesta ben più là del gestualismo pittorico di moda all’epoca e per il quale sarà ricordato nelle storie dell’arte, sicché la stessa nozione di “artista sperimentale” che si sovrapponeva a quella “d’avanguardia” voleva indicare prima di tutto sperimentazione di soluzioni esistenziali. Perlomeno a partire dalla configurazione del MIBI (Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista), la sua critica al funzionalismo della scuola di Ulm e a Max Bill sarà caratterizzata non a caso dall’affermazione di elementi come l’inutile e l’insensato.
Dall’incontro di Pinot Gallizio e Piero Simondo, che porterà alla creazione del Laboratorio sperimentale di Alba, scaturirà poi una componente che, apparentemente incongrua alle premesse, non è altrimenti definibile che “pedagogica”. Ma tale pedagogia si fondava sul parametro della generalizzazione dell’arte e, più ancora, dell’artista. Se dell’una si mostra la facilità, dall’altro discende l’occasione di espandere ciò che la società sembra concedergli come privilegio. La successiva “pittura industriale” di Gallizio viene da lì, benché a questo riguardo sia stato fin troppo trascurato il contributo di Simondo, in una sottovalutazione che deriva da un vizio interpretativo focalizzato sulle posteriori vicende dell’Internazionale Situazionista, dalla quale Simondo sarà precocemente escluso e della quale, più tardi, come “persona a conoscenza dei fatti”, traccerà una salutare demistificazione del leggendario atto fondativo, essendo avvenuto nel suo paese e a casa sua durante un incontro diversamente giustificato.
Se è facile seguire in questa vicenda la vicenda dell’arte, e non solo, del XX secolo - con le tentazioni alle quali cedette in un groviglio che risale ai tempi dell’estetismo e, ancor prima, del romanticismo - raccogliere un insieme di testi che concernono l’esperienza del MIBI serve a rivendicarne la singolarità rispetto alle letture che relegano, in maniera alquanto superficiale, la sua vicenda in un contesto di transizione, una sorta di “stato nascente” di cui per giunta sarebbe solo un frammento. E questo è un indubbio merito della presente raccolta.
(dalla prefazione di Carlo Romano)
Hilda Ricaldone
"Materiali per una storia del M.I.B.I."
Prefazione di Carlo Romano
Ocra Press, Genova settembre 2007

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