sc@lo 14 31/08/2007

lettera sulle arti dal Ponente ligure
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Champion Metadier
Timetrackers n. 13, 2004

Recensioni:
DAVID MARIA MARANI
  AL PALAZZO DEL PARCO
  DI DIANO MARINA

  di SILVIA GENTA

ANCORA SULL'ANTOLOGICA
  DI EMANUELE RAMBALDI

  di SANDRO RICALDONE


Interventi:
JEAN-CRISTOPHE LE DU:
  ANATOMIA DELL'ANGOSCIA
  di MANUELE SCAGLIOLA


Mostre:
ENZO MAIOLINO,
  STEFANO LUBATTI,
  ROBERTO COLOMBO
  A DIANO MARINA

TOBIA ERCOLINO
  A BORDIGHERA

CHAMPION METADIER
  AL MAMAC DI NIZZA







DAVID MARIA MARANI AL PALAZZO DEL PARCO DI DIANO MARINA
di SILVIA GENTA



Essenzialità, con questo termine potremmo e dovremmo definire l’opera di David Maria Marani.
“Una scultura di erosione. Le realtà viste per essenza”, secondo le parole di Francesco Biamonti.
Linearità, essenzialità, devono far spazio a lacerazione ed erosione.
L’eterno incontro-scontro tra classicismo e avanguardia, che si palesa nella plasticità, corporeità messe drasticamente in discussione dalle inquietudini, dalle ansie interiori.
Nessun appiglio nozionistico o informativo accompagna le opere all’interno della sala mostre di Palazzo del Parco a Diano Marina, tappe di un percorso che si delinea, si snoda tra rassicuranti ritratti realistici ( “Ritratto del pittore Giuseppe Balbo”, 2006) e volti, figure ( “Uomo con maglione” 1990; “La brezza della sera” 2003) in cui la forza primitiva è evidente, irrompe quasi bruscamente, con smorfie di fastidio ( “India” 1998).
Il duello tra finito e non finito esplode, tra forme e informe, tra realismo e arificio.
Forse un semplice caso, un sottofondo musicale ligure, il De Andrè di
“Creuza de ma”. Voci di donne cantilenanti, immagini sonore di una terra arida, aspra, ruvida, come l’argilla refrattaria usata dall’artista, sempre in bilico, sul filo di lama tra terra e mare, tra il “mugugno” e le speranze per il domani.
Un dispiacere personale è dato dalla mancanza di alcune opere, come ad esempio “Divaricazioni” (1980. collezione privata), dove ad un’autodivaricazione prima cerebrale e poi fisica, l’autore cerca di far uscire il sé, un sé che poi è costretto a fare i conti con un “io”, e con il resto del mondo…

David Maria Marani
Mostra antologica
Palazzo del Parco, Diano Marina
11 - 20 agosto 2007



ANCORA SULL'ANTOLOGICA DI EMANUELE RAMBALDI
di SANDRO RICALDONE


Con la mostra allestita a Villa Faravelli Imperia rende omaggio ad Emanuele Rambaldi, forse il solo artista della generazione d’inizio ‘900, fra i nativi nel circondario, ad avere raggiunto una consolidata presenza in ambito nazionale, con ripetute presenze alla Biennale di Venezia ed alla Quadriennale romana.
Come l’onegliese Jean Villeri, di poco maggiore di lui e cresciuto artisticamente in Francia, anche Rambaldi lascia però giovanissimo il luogo d’origine, Pieve di Teco, dov’era nato nel 1903, per trasferirsi con la famiglia a Chiavari. Qui compie la sua formazione, daautodidatta ma a stretto contatto con artisti come Leonardo Dudreville, Achille Funi e Alberto Salietti, che all’epoca – vi trascorrevano l’estate.
Attratto, agli esordi risalenti al 1920, dall’esperienza futurista e rimeditata nel periodo immediatamente successivo (192223) la lezione divisionista, si volge poi verso quel “realismo magico” che troverà elaborazione teorica nel celebre testo omonimo di Franz Roh, pubblicato alla metà degli anni ’20, per confluire infine nel gruppo del Novecento Italiano, patrocinato da Margherita Sarfatti, con il quale espone nel 1929.
Un percorso quindi, il suo, analogo a quello di altri artisti del tempo, marcato da un’adesione giovanile ad istanze avanguardistiche e da un successivo “ritorno all’ordine”, ma compiuto in maniera discreta, anche se con un impegno testimoniato dalla fondazione nel 1925 a Chiavari, con il critico Attilio Podestà e la partecipazione di altri artisti e intellettuali, del “Gruppo Azione d’Arte”.
La mostra, curata da Franco Ragazzi (catalogo De Ferrari), documenta il lavoro diRambaldi a partire dal 1922, con opere nelle quali l’artista rielabora l’usuale impianto “pointilliste” attraverso un intenso gioco cromatico, debordante nel controluce de “L’albero azzurro”, pulviscolare nella quieta atmosfera di “Pino sul mare”. Seguono le prove maggiori, l’”Autoritratto” del 1925, “Il Canzoniere”, una figura femminile ritratta dinanzi a ad una finestra (1928), lo scorcio della “Galleria in Via Preli a Chiavari” dello stesso anno, “Arlecchino e Pulcinella”, che riprende il tema delle maschere riportato in auge da Severini qualche anno avanti con gli affreschi nel castello dei Sitwell a Montegufoni: opere nelle quali la “stupefazione magica” evocata da Podestà si accompagna ad una salda sintesi costruttiva.
Agli anni ’30 appartiene un gruppo di vedute di Pieve di Teco, omaggio sensibile e arioso all’immagine della terra natale. Nelle nature morte dei tardi anni ’30 si avvertono tonalità più rigide e cupe, quasi un presagio della tragedia imminente, mentre alcune composizioni floreali rivelano una sorta di resa al mestiere.
Dopo una lacuna d’una decina d’anni, che coincide con il periodo iniziale del suo insegnamento all’Accademia Ligustica di Belle Arti, la mostra ci introduce nell’ultimo periodo della produzione di Rambaldi ove spiccano gli sfondi domestici de “La fruttiera bianca” (1954) e de “La tovaglia rossa” (1959) contraddistinti da una temperie cromatica prossima alla tavolozza d’un Bonnard e, quasi all’estremo della sua esistenza, il vivace panorama del “Bosco di castagni a Pieve di Teco” (1965), raffigurazione esemplare di quell’ “affettuoso abbandono all’amore dellanatura”(Podestà) che a lungo ne ha nutrito l’invenzione pittorica.

(Il Secolo XIX - 8 agosto 2007)

Emanuele Rambaldi: Antologica
Villa Faravelli
Viale Matteotti 151 - Imperia
28 giugno - 2 settembre 2007
Catalogo: De Ferrari Editore





JEAN-CRISTOPHE LE DU: ANATOMIA DELL'ANGOSCIA
di MANUELE SCAGLIOLA


Il corpo come macchina: mascelle, scatola cranica, vertebre ed organi pulsanti.
Il corpo come macchina ferita: mutilato,smembrato, ridotto a particolare anatomico.
Nelle opere del giovane artista francese Jean-Christophe Le Du (recentemente premiato in occasione del Salone A.I.A.P. - U.N.E.S.C.O di Monaco 2006) il corpo umano assume una presenza inquietante, carica di significati strettamente esistenziali. Le "sezioni anatomiche" non hanno mai pretese realistiche o "scientifiche": spesso infatti convivono in un unico torso organi multipli, le figure diventano pelle e scheletro, l'anima si riduce al dialogo doloroso tra l'interiorità (viscere) e l'esteriorità (epidermide) del corpo, ogni nervo, ogni vena ed ossa sembrano tesi ad esplodere in un sovrumano, primordiale urlo d'angoscia. Un urlo trasfigurante che riduce l'umanità a larve spettrali, ad omuncoli denutriti e filiformi che muovono incessantemente le mascelle, che articolano meccanicamente membra minute pronte a spezzarsi, ma non per questo inadatte ad aggredire. Il dolore di questi esseri è così terribile da mutilare il corpo riducendolo ad un inutile giocattolo rotto. Ossessione ricorrente nelle opere di Le Du è la ricerca dell'effetto dinamico. Il movimento viene "sezionato" e ricostruito secondo dopo secondo sulle membra delle figure come se si trattasse di fotogrammi sovrapposti. L'angoscia, sembra suggerirci l'artista, deve esser studiata in slow motion per poterne osservare le grottesche conseguenze sul volto (non a caso le fattezze sono talmente sfigurate da sembrare più creature aliene che esseri umani). Con una tecnica prodigiosa che unisce l'acrilico ai pastelli ad olio, passando costantemente da tinte tenui ad una sinfonia di colori fluorescenti ed elettrici percossi da un graffiante tratto grafico, Le Du fa germogliare e sbocciare i suoi corpi mutilati e feriti come fiori di macabra bellezza, mentre l'angoscia della contemporaneità s'illumina al neon. Assistiamo all'estrema ibridazione tra i repertori figurativi di Basquiat e dell'Espressionismo, all'amplesso velenoso tra la carne sfatta di Schiele e la carne "urlante" di Bacon.

Per una galleria virtuale della produzione artistica di Jean-Christophe Le Du: www.artledu.com







ENZO MAIOLINO, STEFANO LUBATTI, ROBERTO COLOMBO A DIANO MARINA


L'arte è il dono di un uomo agli uomini, è fede, amore, rinuncia, è devozione, conquista, purificazione, è umiltà, misura, responsabilità, è coscienza del limite, forma visibile del pensato. (Antonio Calderara)

La mostra che riunisce ben 67 opere di Roberto Colombo, Stefano Lubatti e Enzo Maiolino esposte contemporaneamente nelle sale del Palazzo del Parco e presso la Bottega d’Arte Civiero, costituisce un'importante occasione per il grande pubblico di comprendere ed apprezzare, ancora una volta, la loro complessa attività artistica.
Accomunati sotto la comune etichetta di artisti astratto- concreti, caratterizzati cioè dalla speculazione e dall'impiego di forme geometriche, dalla ricerca della pulizia formale e dell'ordine, presentano ciascuno, come ben si evince dalle opere in esposizione, delle peculiarità che rendono originale ed interessante le rispettive produzioni artistiche.
La pittura di Stefano Lubatti porta avanti la sua raffinata riflessione di "concetto numerico" in base alla quale attribuisce al numero un nuovo ruolo, quello di forma privilegiata di espressione. Secondo Lubatti, infatti, il numero ha una capacità intrinseca, ossia quella di creare un contatto con una dimensione concettuale, e, contemporaneamente, riesce a mantenenersi ancorato ad una presenza concreta. Pertanto il segno-numero, a mano a mano che viene riprodotto, abbandona il suo aspetto visibile, frantumandosi secondo una griglia geometrica, formando pieni e vuoti dando origine a nuovi assetti spaziali sconosciuti.
Diverso risulta essere il lavoro di Roberto Colombo. Le sue tele sono caratterizzate da pitture chiarissime: egli dipinge rettangoli, quadrati, righe che vogliono essere rappresentazione della misura umana in uno spazio di luce. Come egli stesso dichiara "partendo da un'idea astratto-geometrica, nelle opere ricerco la pulizia formale, l'ordine e la tranquillità". La geometria è riconosciuta nella sua pura e semplice essenza, alla quale viene affidato il compito di esplicare il rapporto tra la forma e lo spazio che la determina.
Negli ultimi anni, Colombo ha introdotto nelle sue tele anche l'uso di delicati colori primari, che non inficiano l'armonia e l’equilibrio interno all'opera stessa.
Percorso ampio e articolato è quello di Enzo Maiolino la cui opera è caratterizzata sia dal rigore che dalla fantasia: il rigore è legato al concetto della razionalità delle forme geometriche, la fantasia si associa al gioco, elemento che si colloca all’origine delle forme che Maiolino crea, già dalla seconda metà degli anni settanta, periodo nel quale scopre il Tangram, il gioco millenario cinese ottenuto dalla scomposizione di un quadrato in sette forme geometriche, e successivamente i Polimini, sistema ludico di forme geometriche basato sul quadrato. Tutti questi strumenti hanno offerto e offrono ancora oggi un vastissimo repertorio di forme geometriche dalle infinite possibilità combinatorie che diventano espressione di un complesso e raffinato mondo interiore.

Daniela Lauria
Storica dell'arte dell'Università di Genova


Palazzo Comunale del Parco
Corso Garibaldi 60 - Diano Marina (Im)
Bottega d'arte Civiero
Via Biancheri 35/33 - Diano Marina (Im)
21 agosto - 10 settembre 2007
Orari: 10.00/12.00 - 18.00/22.30
Ingresso libero




TOBIA ERCOLINO A BORDIGHERA

"L'arte si muove sempre nella sfera del linguaggio e della citazione" è a sua volta una citazione frequente nella critica d'arte.
Ci piace approfittarne come introduzione all'arte di Tobia Ercolino, ma per contrasto: in riferimento cioè ad un artista di segno calligrafico, artista della "scrittura" sì, ma appunto da intendersi essenzialmente in tal senso.
Con una particolarità ulteriore da sottolineare riguardo all'evoluzione della sua espressione artistica.
Ci pare avvenga secondo una traiettoria peculiare, che porta circolarmente ad una forse imprevista originalità: è come se nel suo procedere lungo la strada della concettualizzazione, l'artista felicemente fallisca in questa direzione, a tutto vantaggio di un esito pittorico vero, capace di destare innanzitutto quell'emozione non spiegata che all'opera d'arte si richiede.
La vera riuscita sfida sembra cioè quell'avvalersi della scrittura come elemento imprescindibile dell'opera pittorica e al tempo stesso silenzioso, una coltre di pensiero muto e galleggiante su cui cola la pittura, in una perfetta simbiosi che non consente all'elemento intellettuale di catturare l'attenzione, difende il piacere dello sguardo in esclusiva chiave pittorica: il fascino estetico che emana da questo fondo mosso di calligrafia contaminata dal colore, che a tratti sembra evaporare liberando scorci di un affresco quattrocentesco in attesa di restauro.
Dopo e solo dopo ci si addentra nel perché di questa illeggibile conversazione in sottofondo, una "sinopia" ci avverte l'autore, a proposito di una scrittura che ha preteso la convivenza.
Imposizione che l'artista costretto ad accettare ripaga perseguendo con analogo accanimento l'illeggibilità, la dissolvenza non del testo ma del filo logico che lo giustifica come tale: poesia o prosa poco importa, occorre anzi qui non poter discernere nell'ambito di un'eredità sedimentatasi dalla passione per la lettura e accoccolatasi in una dimensione più quieta, al riparo da petulanti narcisismi.
Su tutto si diffonde così una sorta di nebbia dislessica da cui emerge vincente la figura umana. O parte di essa, in una sorta di sineddoche pittorica tanto più eloquente della vulnerabilità, della fragilità dell'essere e dell'essere gettato nel mondo a mò di scaglia di roccia, tronco spezzato, reperto fossile di un anfratto.
Un essere che erompe con discrezione, si avvale dell'apparente contraddizione per mostrare ferite, stratificazioni, brandelli di sè - un Fontana al servizio di un'umanità dolente - infiorescenze corporee che squarciano di colore la pacatezza dello scritto, che non è un detto, con suggestioni viscerali e vegetali.
E, viceversa, grovigli logorroici soffocano corpi, gesti, volti, cullano ovattate mutilazioni.
Un corpo a corpo con tenaci parole mute che, spogliate di senso per pudore di un io invadente, si esibiscono come strumento espressivo in sé, in una raffinatezza grafica che ha un che di musicale, quasi un cordone ombelicale con un passato - siamo tra coloro che credono nella fondamentale importanza della biografia sull'opera - di musicista avvezzo allo spartito, quale soluzione di lettura che abitua a non ricercare il senso nella parola, ma nel segno.
Che è ritmo, valore matematico, suscettibile di letture multiple, un sopra e sotto a più voci e contemporaneamente, uno stratificarsi di polisemie.
Qui il concetto di spartito si travasa nel manufatto, si espande in formati notevoli a dare il Senso dello spazio rispetto alla figura che è suggestione/traccia dell'essere.
Evolve in un discorso di pura bellezza atmosferica, tonale, di poesia visiva nel senso pittorico tradizionale, accarezzata da un delicato accordo di grigi: grafite, argilla, oli i su tela che rievocano in delicatezza il contenuto e il mezzo dell'acquerello.
E, talora, bruciature, ora solo dipinte, come a voler tradurre anche il rito manuale della combustione in narrazione.
Si parli a questo punto pure di opere che cercano dimore affini, di "Scritture' che anelano a contesti idonei e, quindi, quale casa migliore di una biblioteca.
Ma, soprattutto, c'e tanta acqua in queste opere, tanto sospeso paesaggio lagunare che sicuramente imbeve lo sguardo di chi ci vive.
Certo, anche tanti Revenants che riemergono come ombre da un passato formicolante di lemmi: ci tentano come specchi e ci rendono evidente la sensibilità di Tobia Ercolino, inoltre, quale uomo di teatro.
Intorno, tanta luce acquatica si diceva, inglese, senza sole. Come a Venezia, come nelle tele di Turner.

Claudia Claudiano


Tobia Ercolino
Scritture
Biblioteca Civica Internazionale
Via Romana 52 - Bordighera
18 - 29 settembre 2007
orario: dal martedì al sabato 9-13
martedì e giovedì anche 15-18



CHAMPION METADIER: TIMETRACKERS AL MAMAC DI NIZZA

À l’occasion de son exposition personnelle dans la Galerie contemporaine du Musée d’Art moderne et d’Art contemporain, Champion Métadier présentera un ensemble d’œuvres, peintures et dessins de la série Timetrackers, exposée en 2006 au Chelsea Art Museum à New York. Temps, Urgence, Hybridité, Lévitation. Les chasseurs de temps expriment ces thématiques en cultivant l’énigme, le jeu, le paradoxe, la contradiction. Les œuvres d’Isabelle Champion Métadier semblent appartenir, à première vue, à un univers connu puis, peuvent immédiatement renvoyer à leur contraire. La tension ainsi créée, tient dans cette mutabilité de solutions visuelles. Les Timetrackers sont en expansion, en état d’apesanteur, ont un poids, une densité, restent énigmatiques, souvent non identifiables, proposent des motifs insaisissables. Les images sont des icônes peintes sur un blanc, un vide de lumière, se rapprochent d’un monde virtuel. Elles sont volontairement plates, jouent sur le mode de la force d’attraction et de la mise à distance. Le choix des couleurs est résolument froid, les variations chromatiques sophistiquées, violentes, et contrastées.

Les figures sont nomades, elles circulent dans notre panorama visuel et mental sans s’arrêter, sans jamais se déterminer complètement mais en laissant toujours ressortir, au dernier moment, quelque chose de neuf, d’inattendu, d’oublié, de sorte que l’expérimentation sensuelle et jubilatoire re-démarre sur une autre trajectoire*.
*Ann Hindry, in catalogue Musée des Beaux- Arts de Caen, 2002


Champion Metadier Timetrackers MAMAC NICE - Galerie Contemporaine Promenade des Arts - Nice 30 juin – 16 septembre 2007





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