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EMANUELE RAMBALDI ANTOLOGICA AD IMPERIA: LA RICERCA DI UNA FORMA.
di ALESSANDRO GIACOBBE

L’appuntamento fisso dell’estate c’è ancora, ad Imperia. Città dove la pinacoteca rimane quasi chiusa e dove di museo civico non si parla più si distingue però per le iniziative che, anche a più riprese, coinvolgono lo scenario di villa Faravelli. La quale non ha bisogno di presentazioni: centrale, a picco sul mare, coniuga la dimensione della “Imperia nuova” cercata negli anni Trenta.
Questa volta è protagonista Emanuele Rambaldi. E diciamo subito che è facile andarci d’estate perché non ci sono inutili aperture al mattino, ma si può approfittare di una giornata di mare o di percorsi nell’entroterra per poi andare alla mostra, anche di sera. Associazioni combattentistiche e benefiche garantiscono il guardianaggio, nell’ottica di una collaborazione che ha già funzionato precedentemente. Segno che il volontariato premia l’oculatezza della scelta e che aprire un museo è facile, ma gestirlo è difficile. L'allusione al sistema museale imperiese è del tutto voluta. Purtroppo la gestione costa, e chi paga?
Ritorniamo però ad Emanuele Rambaldi, nato a Pieve di Teco nel 1903, mancato a Savona nel 1968. I riferimenti alla città natale non mancheranno, ma andiamo con ordine. Perché la mostra ha un duplice apparente obiettivo: proporre nuovamente un percorso di vita produttiva nel contesto della enorme dimensione creativa di Rambaldi e proporre anche diversi inediti. Nato a Pieve di Teco, vissuto praticamente sempre a Chiavari, genovese d’adozione nella sua Direzione e Docenza all’Accademia di Belle Arti di Genova. Quando ancora le Accademie avevano un senso e rappresentavano un logico approdo, mentre ora qualcuna chiude, qualcuna viene salvata e sopravvivono (e giustamente direi) quelle che hanno il coraggio di uscire dagli schemi dei Ministeri e proporre allievi per il mondo del lavoro. Vero.
L’impresa del curatore della mostra, Franco Ragazzi, è stata oggettivamente improba: ci sono un centinaio di opere pittoriche in mostra. Una nuova sterzata dopo le antologiche precedenti, da quella del 1964 a quelle degli anni Settanta, sotto la supervisione di un critico che Ragazzi dice “ingiustamente dimenticato”, come il Podestà.
I rivoli della produzione di Rambaldi sono stati esplorati e sicuramente non è stato un facile lavoro. Troppo curioso, troppo facile e veloce nella riuscita, troppo spiazzante, talvolta, troppo appassionato a certi schemi per non mettere un curatore in difficoltà. Rambaldi pittore è solo in parte qui. Perché giustamente c’è anche la produzione grafica (disegni e stampe) e persino quella di designer, che piacerebbe tanto vedere e riproporre… Risulta interessante leggere gli incerti esordi, poi i riferimenti formativi, l’adesione fugace al futurismo e poi alla “stupefazione magica” (definizione di Podestà”, quindi il ruolo dominante in Liguria fino alla seconda guerra mondiale. Eccezionali, tra l’altro, gli avvicinamenti al divisionismo: ragazzi, andate a vedere i quadri perché il pur buon catalogo non rende l’idea luminosa di quel pino a picco sul mare marezzato dal sole. Duello vincente con Discovolo o con Guerello se volete. Anche la ricerca sulle nature morte, tetri “bodegones” marittimo liguri con stoccafissi apparentemente rancidi sono una negazione del cromatismo costruttivo tipico di Rambaldi. E così è l’idea della guerra che si approssima, dove le vittime saranno come pesci boccheggianti nella disincantata visione di Courbet. Poi la cavalcata del dopoguerra. Qui c’è una fedeltà abbastanza continua alle forme, che spazia dall’osservazione rimeditata degli Impressionisti e di Postimpressionisti fino a Cézanne. Rinforzata da viaggi parigini annuali e da un favore del pubblico, sempre costante. Si dovrebbe capire se le novità del rapporto Europa-America lo abbiano toccato. Presto per dirlo. Ancora presto. Così può bastare e invitare a procedere nello studio di un artista comunque sempre padrone della sua tecnica e delle sue convinzioni.
Un ultimo appunto…si vedono tanti scorsi di Pieve di Teco, di una Pieve di Teco che c’è in parte ancora. O di centri della Valle Arroscia. Provengono da una Pinacoteca Civica Rambaldi di cui ignoro stato di apertura e cose simili. Nella capitale della valle Arroscia fervono lavori di sistemazione di grandi strutture, progetti di spostamenti e creazioni di nuovi poli attrattivi, dallo spostamento delle Maschere di Ubaga alla succursale del Diocesano. Anche Rambaldi meriterebbe qualcosa di nuovo e di aperto, qualcosa che regga il confronto tra il mondo sospeso senza figura umana delle vedute e la situazione attuale. Un po’ come al Museo Levi di Alassio per intenderci. Ovviamente, gestioni permettendo. Una persona da sola non può fare tutto. Occorre investire e riavere in una politica coraggiosa che riesca a trarre fuori Pieve dal probabile isolamento cui sarà costretta dalla nuova circonvallazione. Rambaldi può essere uno dei grimaldelli.
Per inciso: la villa accoglie meglio artisti contemporanei alla sua costruzione ed alla sua vita. Qualche problema di illuminazione sussiste, soprattutto nelle sale più grandi. Suppongo che siano possibili visite a tema per gruppi, concordate. Il gruppo di lavoro dell’Assessorato ha operato con impegno.
Emanuele Rambaldi: Antologica
Villa Faravelli
Viale Matteotti 151 - Imperia
28 giugno - 2 settembre 2007
Orari: da giovedì a domenica dalle 16 alle 19, venerdì e sabato 16-19 e 21-23.
Info: Villa Faravelli 0183 769366 / Assessorato Beni ed Attività Comunali Imperia 0183 701551.
Catalogo: De Ferrari Editore

VINCENT MALLEA ALLA GALERIE SAINTE-RÉPARATE”
di MANUELE SCAGLIOLA
Sea, Sex and Sun, cantava Serge Gainsbourg. Più o meno le tre “S” per cui la mitica Côte d’Azur era conosciuta (come lo è ancora oggi) dai turisti europei del boom economico degli anni ’50 e ’60.
Vincent Malléa si confronta con gli stereotipi e cliché della sua terra natale con tono ironico e dissacrante. In Retour sur la French Riviera questo giovane artista ci propone una serie di fotografie dalla tecnica raffinata: si tratta di collages-vernis à la patine, ovvero montaggi fotografici trasportati su legno e laccati, assumendo una grande qualità pittorica. Le gigantografie in bianco e nero vengono colorate solo in un secondo momento (ecco la ragione di quelle tinte decisamente retro), le parti dell’immagine vengono smembrate e ricomposte sul supporto per rendere un esplicito omaggio ai poster degli anni ’50. Rifiniture, disegni e scritte eseguite a mano direttamente sulle superfici completano il tutto.
Imitando lo stile ingenuo e lezioso di certe cartoline di “Buone Vacanze” anni ’50, il fotografo esibisce tutto il repertorio classico che anima le vacanze della Riviera: bagnanti, italiani trasferiti in Costa Azzurra, Pin-ups, uomini super muscolosi, giocatori di tennis o di golf, giocatori d’azzardo, divi e dive. Ad impersonare i ruoli sono stati convocati amici e familiari, ma anche personaggi famosi del moderno varietà francese (in larga parte sconosciuti al pubblico italiano), mentre per la parte dei super-macho da spiaggia la scelta è caduta su attori del hard-core gay. Cannes, Nizza, Monaco, Saint-Tropez: i luoghi della bella vita. Di giorno al mare (magari a “La Madrague” con B.B.), di sera in discoteca a ballare “Comic strip”. La Dolce vita degli anni ’60 viene riassunta nel dolce FARNIENTE, dove una bella diva dai tacchi a spillo si abbandona nel proprio sogno edonistico. Lo sguardo con cui Malléa revisiona i miti della Riviera oscilla tra il kitsch più trito, la più divertita ironia, lo sfoggio di cliché iconografici (omo)erotici ed un gentile tocco di nostalgia per un mondo (quello felice e gaudente delle cromo-litografie degli anni ’50 e ’60) ormai lontano ed ineguagliabile.
Non solo il bel mondo. Malléa si confronta anche con le tradizioni e costumi popolari della propria terra, ora sublimandoli ora ridicolizzandoli come vecchie cartoline dal vago sapore etnografico. Così i famosi agrumi di Mentone diventano lo sfondo per una Miss Citron in technicolor, mentre un bel nudo femminile incarna il giallo fosforescente delle mimose (con tanto di scritta Art Nouveau!).
“Durant toute mon enfance j’ai été bercé par ce brassage touristique saisonnier qui s’enivre de pittoresque d’operette; je pensais que le prestige international de ce petit pays n’était du qu’aux restes moribondes de cette belle région de la Belle Epoque.” Il mito moderno della Costa Azzurra si regge ancora oggi sull’ombra di un passato glorioso, quello della Belle Epoque e dell’esplosione turistica del dopoguerra. Per Malléa, nato a Mentone, ma trasferitosi a Parigi, la Côte d’Azur assume un fascino “decadente”, un luogo che riesce a vivere il presente solo grazie alle fortune della propria fama. Un luogo che si anima solo d’estate, ma che d’inverno diventa un silente ospizio a cielo aperto. Il turismo non è più quello del jet-set internazionale, la Promenade des Anglais ha conosciuto tempi migliori, mentre il magico mondo del cinema Nouvelle Vague è stato sostituito da negozietti di souvenir dove cantano imperterriti grilli artificiali. Comunque sulla Costa Azzurra brilla sempre il sole….
A concludere questa “revisione” dei miti della Riviera francese, Malléa ci riserva un “retable” fotografico dove viene rappresentata una sfolgorante Apocalisse nizzarda. La città, il suo inconfondibile panorama segnato dalla lunga striscia di mare, appare stranamente deserta. Nel cielo campeggia un ritratto dell’artista a due facce, Vincent e Wincent, quasi una nuova divinità indiana del Bene e del Male. I tatuaggi sulle braccia recitano: Proteggimi/da me stesso. Nizza diventa il campo di battaglia tra forze creatrici e distruttrici, tra la nostalgia per le proprie radici ed il rinnegamento delle stesse, ma stranamente non ci sono angeli né demoni a contendersi lo spazio di questo cielo sempre terso.
Un sentito ringraziamento a Olivier Bergesi
Vincent Mallea
Galerie Sainte-Réparate
rue Sainte-Réparate, Nizza
27 giugno – 23 settembre 2007

“NOS PEINTURES, NOUS LES FAISONS COMME L’ON FAIT LA CUISINE…”
L’ARTE DELLA CITAZIONE DI CYNTHIA LEMESLE & JEAN-PHILIPPE ROUBAUD.
di MANUELE SCAGLIOLA

Un cerbiatto impagliato subisce una capricciosa metamorfosi a metà strada tra Walt Disney ed il Cabinet di meraviglie: le corna e gli zoccoli diventano d’oro, la pelliccia assume i contorni sinuosi delle siepi geometriche di un giardino alla francese. È così elegante che anche le sue feci diventano pepite d’oro.
Tutt’intorno una serie di tavole ornitologiche, dipinte con tutta la grazia dei naturalisti del ‘700, sono intrappolate in fragili gabbie auree, esili come merletti, dal disegno Optical. Più in là, i dettagli minuziosi della pittura fiamminga (quel groviglio nero di rovi che spunta dal candore della neve non poteva che essere di Bruegel!) confluiscono in paesaggi invernali che ricordano certi auguri kitsch (con tanto di brillantini) di Buon Natale.
Stiamo parlando delle strane creazioni che crescono nella serra artificiale di Cynthia Lemesle e Jean-Philippe Roubaud*. O meglio, nella loro cucina altamente specializzata da hotel cinque stelle. Per questo duo di amici-colleghi l’arte si “prepara” infatti come una pietanza: ingredienti diversi combinati e mescolati ad ottenere succulente e stravaganti sollecitazioni olfattive, tattili e visive. Gli artisti hanno il menu dell’arte alla mano, con una netta predilezione per la grande tradizione fiamminga: i fratelli Limbourg, van Eyck, van der Weyden, Bruegel. In questa sofisticata nouvelle cuisine i prati fioriti del polittico dell’Agnello Mistico crescono sotto le reiterazioni geometriche della Op-art: così un dettagliato paesaggio alla van Eyck si innesta ad un cielo artificiale che ricorda i motivi seriali delle tappezzerie. Oppure certe vedute alla Jan Massys assistono a improvvise colate cromatiche venute chissà da dove, come l’apparizione della Madonna in una mandorla di luce divina.
Nella produzione del binomio Lemesle-Roubaud la citazione assume un carattere festivo, di celebrazione, di rispetto, ma anche di esilarante ironia. Mai di oltraggio o derisione. Quel che preme sottolineare è il confronto diretto con secoli di rappresentazione pittorica, di come l’uomo si è servito durante i secoli dell’arte per ordinare e rappresentare il visibile. Dai racconti leggendari su Zeusi ed Apelle, alla mimesi realistica dei fiamminghi, fino alla de-costruzione post-moderna, il vasto repertorio non poteva che andare in frantumi, assumendo l’aspetto di una enciclopedia strappata e frammentaria, in costante evoluzione. Una esaltazione barocca dell’ordine nel disordine.
Entrare in una esposizione di Lemesle-Roubaud è come trovarsi in una moderna Wunderkammer: oggetti preziosi, dipinti raffinati, animali impagliati, oggetti di lusso mescolati a curiosità di ogni genere. Un mondo erudito ed internazionale, scaturito da qualche dimenticata formula alchemica. Nizza (la loro città) diventa per un momento la Praga di Rodolfo II d’Asburgo, mentre Cynthia e Jean-Philippe s’improvvisano un Arcimboldo a due facce capace di forzare la natura alla più improbabile, benché credibile, artificiosità. Così le ninfee di una bella fontana di palazzo vengono rimpiazzate da una flora sintetica e sgargiante, gli apparecchi ottici dell’anamorfosi manierista creano visioni caleidoscopiche che disintegrano il visibile in un mosaico dal soggetto sempre uguale e ripetibile all’infinito. La sensibilità New-Baroque del duo si concretizza nei “Trionfi” dei combine paintings, bizzarre scenografie in cui confluisce ogni sorte di oggetto e materiale. Eleganti cancellate rococò racchiudono microcosmi indecifrabili formati da uccelli impagliati sotto campane di vetro stile Napoleone III, ricami, stoffe, trittici dipinti alla fiamminga, fiori e roselline (ottenuti da uno stampo per budini?) in resina. Oggetti inconsueti trovati in negozi di seconda mano o dai rigattieri diventano il pretesto per elaborare nature morte dal sapore indubbiamente kitsch, l’esaltazione del ready made diventa il simbolo della morte dell’arte confluita essa stessa nella storia dell’arte. Si svolge un dialogo muto tra questi oggetti, ognuno rivela la sua intima natura, ma il significato generale rimane oscuro, criptico, raggiungibile solo dopo rituali iniziatici. Tutto si stratifica in un silenzioso teatro dell’assurdo che acquista senso solo se si conosce la storia dell’arte. L’importante è lasciare tempo a che gli oggetti dialoghino tra di loro, che inneschino le scintille del pensiero: “la temporalité, encore et toujours, les strates, les élaborations, les capillarités colorées qui construisent notre travail sont autant de dépliements, de déploiements, de signes d’intériorité. C’est une peinture du temps, non pas lisse, mais avec des morceaux dedans.”
Le intenzioni del duo non si limitano ad “esporre” opere d’arte in una galleria. Una volta che le loro creazioni entrano in contatto con lo spazio circostante si innesca uno strano processo di proliferazione, le forme colonizzano le pareti ed i tetti per diventare baldacchini barocchi, per fiorire in delicate roselline d’ottone simmetricamente ordinate, mentre gli uccelli impagliati, scappati dalle diorame del più vicino museo di storia naturale, se ne stanno a guardare lo spettacolo coi lori occhi di vetro.
Lo studio del tassidermista si anima di notte. Con un oscuro processo di abiogenesi l’inorganico fermenta in una schulziana “Generatio Equivoca”, in una pseudo-flora che prende vita per pochi minuti al calar del sole.
* Nella descrizione delle opere si è seguito il percorso proposto dalla mostra “Le Souverain Poncif ou les délices de la répétition” (05/05/2007-23/06/2007) dedicata a Lemesle-Roubaud presso l’Atelier Soardi in Nizza . Il titolo e la citazione in francese sono tratte da: “Ne me touche pa…” scritto dagli stessi artisti. Ci piacerebbe aggiungere una breve nota in merito alla originalità dello spazio Soardi: nato in origine come bottega specializzata nella incorniciatura di opere d’arte, l’Atelier si è sviluppato recentemente in una vera e propria galleria per l’arte moderna, uno spazio polivalente aperto ai giovani talenti emergenti.
Cynthia Lemesle & Jean-Philippe Roubaud
Atelier Soardi
8, rue Désiré Niel, Nizza
Aperto dal martedì al sabato dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 18.00
5 maggio - 23 giugno 2007

LUCIANO LASCHI
di CLAUDIA ANDREOTTA
L’esposizione raccoglie la produzione più recente di Luciano Laschi. L’artista, che ha partecipato dal 1981 a numerose collettive e ha tenuto mostre personali a Firenze, Genova, Monaco di Baviera, mantiene un rapporto privilegiato di rispetto con la terra dove vive ed opera, ritornando con assiduità alla galleria Ghiglieri, dove predilige presentarsi al pubblico con gli ultimi esiti della sua ricerca.
Laschi prosegue nell’approfondimento delle possibilità espressive del collage di impronta cubista (Braque in particolare) e delle esperienze dell’espressionismo astratto americano. La materia è immediatamente protagonista nell’evidenza del processo operativo, raggrinzita, a volte graffiata, uniformata da una copertura finale lucida, metafora materica di una realtà che si pone indistinta sullo stesso piano, senza la possibilità di distinguere livelli di conoscenza e priorità. (O di un reale che si vuole offrire perfettamente “preconfezionato”, così come riprodotto da Oldenburg?)
L’artista scava in questo apparente magma uniformato, nelle opere (una ventina circa) il flusso della “vita” è impetuoso, continuo, si congiunge alle “idee”, alle suggestioni che il reale induce a livello inconscio. La multietnicità, la globalizzazione, la malattia, sono tematiche che emergono con maggior forza, evidenziate da un uso forse più emozionale che emotivo della luce, che sa essere insieme esplosione di ordigno o di vitalità, che interrompe o esalta un momento. Non c’è contrasto, né armonia, le diversità convivono “in quanto tali”, perfettamente inserite e appartenenti sia al sistema del reale sia al non- sistema dell’onirico.
C’è insistenza sul corpo, una corporeità spezzata (braccia, capelli, tronco), che può apparire estraniante perché fortemente iconica, materialmente strappata e rovesciata, ma che invece è ancora una volta specchio del reale: attestazione di un mondo che valuta l’individuo non nella sua totalità ma nella sua attitudine ad una mansione o nella sua capacità di apparire secondo determinati canoni. Umanità svilita, abusata, piegata, come l’immagine di donne ammassate che rimandano alla ripresa della classicità (e il passato rinascimentale ritorna anche in una architettura di sfondo) di certe raffigurazioni della strage degli innocenti.
“Laschi 2007”: la riflessione di un artista, la sensibilità di una persona, un “io” che non si estrae ma si pone all’interno del reale. E resta aperto al confronto.
Luciano Laschi
Galleria Ghiglieri
Via Ghiglieri 13 - Finale Ligure
9 - 22 giugno 2007

COSIO: I CINQUANT'ANNI DELL'INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA
di SANDRO RICALDONE

L’arrivo a Cosio, dai quattro angoli d’Europa, di un gruppo di artisti, giovani e bohèmiens, non doveva, nell’estate del '57, passare inosservato. Da Parigi veniva, con la sua compagna, Michàle Bernstein, Guy Debord, leader dell’lnternationale Lettriste, una minuscola formazione di cui dopo una serie di epurazioni era rimasto pressoché l’ultimo esponente. Dalla Danimarca, via Albisola, Asger Jorn, in procinto di affermarsi come uno dei più grandi pittori europei del secolo. Dall’Inghilterra giungeva invece Ralph Rumney, responsabile di un fantomatico comitato psicogeografico londinese, con la moglie Pegeen Guggenheim, figlia della famosa collezionista.
Da Alba, dopo Walter Olmo, pioniere della musica elettronica, all’ultimo minuto doveva presentarsi Pinot Gallizio, farmacista e archeologo, inventore dei rotoli di "pittura industriale", da vendere a metro. Ad ospitarli nel paese alle pendici del col di Nava erano Piero Simondo, fondatore con Jorn e Gallizio del Laboratorio sperimentale del Bauhaus immaginista, ed Elena Verrone, sposati da pochi giorni. A sentire chi c’era, al centro della riunione non furono i dibattiti sulle arti belle ma la pratica dell’ars bibendi: Debord, che nell’autobiografia — non impropriamente intitolata "Panegyrique" — ha esaltato anzitutto le proprie capacità di bevitore, pare iniziasse la giornata con un litro del vino locale, melanconicamente rimpianto in una lettera riportata nel primo volume dell’epistolario pubblicato da Fayard.
Le fotografie dell’epoca, scattate da Rumney. incorniciano i protagonisti in un abbigliamento decisamente casual, la camicia fuori dai calzoni o in canottiera, vaganti a piedi nudi per le erte stradine cosiasche o nell’atto di avventurarsi nella discesa di sconnessi gradini di pietra. Una vacanza segnata, in apparenza, solo da qualche eccesso alcolico, e dal frenetico risuonare dell’unico disco disponibile: un brano di Vivaldi, che a distanza di decenni l’invecchiato psicogeografo inglese, rintanato a Manosque, ricordava come un incubo. Ma non si possono raccogliere personaggi acuti e inquieti al tempo stesso senza che si produca, anche involontariamente, qualcosa di esplosivo.
E dall’incontro non incidentale fra Debord, che cercava allora un’arte capace di rendere la vita appassionante, Jorn, che faceva della libertà creativa una bandiera levata contro il funzionalismo del design industriale, Simondo, che proponeva il laboratorio come luogo dove ciascuno potesse realizzare la propria arte, e Gallizio, propugnatore del nomadismo, nacque con una frettolosa votazione l’internazionale Situazionista. Prese vita così la leggenda della "conferenza di Cosio d’Arroscia", punto di partenza di un’organizzazione destinata non solo a porre con le sue pratiche di spiazzamento e banalizzazione il problema del superamento dell’arte, ma — con la successiva elaborazione teorica a proposito della condizione studentesca e della "società dello spettacolo" — a dare l’avvio alla rivolta parigina del maggio 68.
Retrospettivamente, non sembra inappropriato che una rivendicazione di libertà abbia iniziato il suo cammino lontano dagli scenari sofisticati dei maitres à penser, in un clima di festa, anche se destinato a durare appena una stagione. In un breve arco di tempo, infatti, le strade dei protagonisti si sarebbero separate, lasciando a Cosio un quarto d’ora di celebrità mondiale che dura ormai da cinquant'anni, e una delle foto più riprodotte negli annuari delle avanguardie.
Cosio d'Arroscia
Memoria della nascita dell'Internazionale Situazionista
percorso e opere di Piero Simondo
14 luglio - 14 settembre 2007
inaugurazione 14 luglio 2007 h. 12

ARNALDO POMODORO A SAVONA
Conarte inaugura la sua nuova stagione, portando a Savona "Il tappeto volante", la nuova personale di Arnaldo Pomodoro. Duplice l'appuntamento con il grande maestro dell'arte contemporanea, in calendario dal 16 di giugno al 16 di settembre: il Priamàr, la grande fortezza affacciata sul mare, ospiterà le opere monumentali mentre la Galleria Conarte ospiterà una collezione di venti opere.
Sono simboliche le opere che Arnaldo Pomodoro, il piu' grande scultore contemporaneo italiano, ha scelto di posizionare su un tappeto volante, per rappresentare iconograficamente simbologie, temi e presenze del cosiddetto "secolo breve": un Novecento raccontato dalle "porte del sapere", dalle "battaglie" che lo hanno pesantemente contraddistinto, dagli scudi, dalle colonne destinate a sorreggere il tempio, segnate e segate dallo sforzo inumano, ai solidi sventrati, acuminati, a colpire la retorica prima, facile e banale, per scivolare nel senso proprio delle cose, condensando la summa di esperienze maturate dall'artista nel suo secolo. Un ossimoro di leggerezza del volo e di visione a fare da contraltare ai temi centrali dello studio di Pomodoro.
Le grandi opere in bronzo animeranno gli spazi aperti antistanti al palazzo di Sibilla, davanti al mare, anticipati visivamente da una immensa "rosa del deserto", a raccontare la poesia di una natura che trasforma in arte una goccia di acqua nascosta sotto la sabbia. L'evento internazionale, interamente gestito dalla galleria Conarte, si inserisce nell'evoluzione di una città che pensa al futuro: "Si parla tanto in questi giorni di una Savona del futuro" - afferma Federico Berruti, Sindaco di Savona - "Dalle opere di Fuksas, alla nuova centralità del porto nelle rotte internazionali, al riportare in auge una stagione artistica, come quella inaugurata da Pomodoro al Priamàr, dopo anni di relativo silenzio: non dimentichiamo che a Savona si e' formato e consolidato l'estro dei maestri albissolesi, con i quali molti artisti, tra cui Lucio Fontana, hanno avuto modo di realizzare opere di rilievo internazionale".
Accompagnare il maestro Arnaldo Pomodoro sul Priamàr, seguire il suo modo di costruire la mostra, osservare il suo sguardo, disincantato e coinvolto al tempo stesso, sulla città che sta ai piedi della fortezza e' stata una delle esperienze piu' piacevoli e istruttive del mio mandato amministrativo.
Veder crescere, giorno dopo giorno, il progetto della mostra e' stato un piacere cui abbiamo partecipato in molti. L'assessore, come tutti sanno, e' il terminale ultimo e piu' visibile di ogni avventura culturale, ma sono in tanti a lavorare dietro le quinte. A loro, nel mio ringraziamento, unisco anche i privati che hanno proposto questa straordinaria iniziativa. La "liason" culturale tra Conarte e Comune di Savona e' un modello di collaborazione ideale che spero continuerà.
Ferdinando Molteni
Assessore alla Cultura
Arnaldo Pomodoro
Il tappeto volante
Parco del Priamàr
Corso Mazzini - Savona
orario: 9,30-19 chiuso il lunedi' mattina
Ingresso libero
Galleria Conarte
Via Brignoni, 26r - Savona
orario: 9,30-19 chiuso il lunedi' mattina

UQBAR, IMPROBABLES GEOGRAPHIES D’UN NO MAN’S LAND
Uqbar est un non-lieu, c’est le point de départ de plusieurs fictions, la première du livre éponyme de Jorge Borges, une forme de ville invisible pour reprendre les termes d’Italo Calvino. Invités à réfléchir sur la notion de territoire dans une dimension plus poétique que documentaire, quatre jeunes artistes et un collectif sont réunis autour d’une œuvre de Pedro Cabrita Reis appartenant à la Collection du FRAC PACA. Sorte de fragment architectural prélevé on ne sait où, Una Casa in il muro,1999, se donne à voir comme une hypothétique construction de fortune, une sorte de ruine aveugle dont les formes font à la fois écho à l’histoire de l’abstraction et à la précarité sociale. L’exposition met en regard divers déplacements des codes de représentation de l’espace, de la cartographie à l’installation, elle s’arrête sur l’usage imaginaire que font les artistes du monde.
Uqbar, improbables geographies d’un no man’s land
Artistes: BP, Pedro Cabrita Reis, Marie-Eve Mestre, Emmanuel Régent, Sylvie Réno, João Vilhena
Production : Le Conseil General Des Alpes Maritimes, Le Labo & L'atelier Soardi
commissariat : Catherine Macchi
Atelier Soardi
8, rue Désiré Niel, Nizza
mardi-samedi 9 > 12 - 14 > 18
30 juin - 29 septembre 2007

MICHELANGELO PISTOLETTO AL MAMAC
Le musée d’Art moderne et d’Art contemporain de Nice consacre ses espaces d’expositions temporaires à l’œuvre forte et insolite de Michelangelo Pistoletto, 68 œuvres en majeure partie issues de sa collection personnelle, qui permettront au public d’apprécier l’ensemble de sa démarche : Autoportraits et Tableaux-miroirs des années 60, œuvres Arte Povera, Objets en moins, Miroirs découpés des années 70, Signe Art, son dernier concept concrétisé en objets à usage quotidien, de nombreux documents sur les performances des années 80 et sur Cittadellarte, lieu de l’Université des Idées qu’il a créé à Biella en Italie.
La dimension humaniste de l’artiste est exceptionnelle. Elle donne un fondement éthique à son œuvre qu’elle amplifie et renforce l’apport esthétique de son œuvre plastique.
L’exposition est une synthèse de l’ensemble de son travail depuis l’Autorittrato oro 1960 et Il Presente-Uomo di schiena 1960-1961. Travaillant à la peinture à l’huile sur support de toile, l’effet du vernis brillant dont il recouvrait ses tableaux lui apparut refléter une autre réalité, celle du spectateur debout devant l’œuvre, la regardant et s’y observant de même que l’environnement de la salle d’exposition ou de l’atelier. Il choisit alors l’acier poli traité en miroir comme fond, sur lequel il pose l’image fixe d’un personnage plus ou moins anonyme, d’abord de papier vélin gommé, puis traitée en sérigraphie. Ce sont les Quadri Specchianti, ses Tableaux-miroirs, où il joue du dédoublement de l’image comme théâtre de la perception analytique. Le jeu successif des reflets dans le miroir de l’environnement et des regardeurs arpentant la salle, s’approchant de l’œuvre, provoque l’étonnement, puis la réflexion. Le temps et l’espace se télescopent sur la surface brillante, induisant une perte des repères qui ordinairement jalonnent notre vécu, mais qui se brouillent alors jusqu’au vertige. « L’œuvre est bidimensionnelle, puisque c’est un tableau avec une hauteur et une largeur ; elle a une profondeur qui suggère la tridimensionnalité ; elle est quadri-dimensionnelle car on a la vraie dimension du temps. Le temps est là tout entier : le passé, le présent, le futur. » (in entretien Michelangelo Pistoletto / Gilbert Perlein).
Si Michelangelo Pistoletto au début des années 60 affirme déjà une démarche spectaculaire et décisive avec ses Quadri specchianti, il surprend et force la réflexion avec les Objets en moins. En l’espace de quelques mois, à l’articulation de 1965 et 1966, il crée un ensemble d’œuvres insolites, non par leur aspect étonnant de banalité parfois (mobili, letto, …) mais par leur juxtaposition dans un même espace, celui de son atelier tout d’abord, puis celui des galeries contemporaines les plus innovantes. « En 1965-66, j’ai regroupé une série de travaux sous le titre Objets en moins. Bien que proposés en tant que volumes, tous ces objets faisaient appel à une idée de soustraction, de déplacement matériel, de matérialité qu’ils ne tentent pas de faire coïncider avec le pouvoir obtus d’une monumentalité aliénante. » (extrait de : « Les mots », édité à l ‘occasion de l’exposition au Centre d’art contemporain du Creux de l’Enfer, Thiers, 1993). Il n’est pas vraiment possible d’identifier leur auteur au sens d’un style. Des objets aussi divers qu’une Vierge de bois ancien protégée d’un plexiglas de couleur orange (Scultura lignea 1965-66), une gigantesque rose épanouie réalisée dans du carton ondulé et partiellement brûlé (Rosa bruciata 1965), côtoient la photographie en grande dimension des oreilles de Jasper Johns, quand ce n’est pas une vitrine oblique exposant des vêtements masculins (Vetrina 1965). Rien de commun en effet entre Casa a misura d’uomo et Lampa a mercurio ou Mappamondo. Le terme lui-même d’ objets « en moins » continue de faire couler l’encre des analystes. La synthèse de cette série est sans aucun doute le M3 d’infini, un cube fermé dont les six faces intérieures sont des miroirs. Evidemment de l’extérieur on ne voit pas ces miroirs qui dans l’obscurité de la boîte se reflètent mutuellement à l’infini, du moins on l’imagine ; c’est la quintessence de la notion.
Ces œuvres précèdent l’appareil théorique de l’Arte Povera défini par Germano Celant en 1967. Si Michelangelo Pistoletto n’a pas fait partie de la présentation du groupe à la Galerie la Bertesca de 1967, sa première participation a lieu à la Galerie Stein-Sperone-Il Punto en décembre1967 pour “Con temp l’azione”. Celant a théorisé les principales intuitions et les caractères communs à la quinzaine d’artistes reconnus comme apportant sur la scène artistique de Turin un sens nouveau, des réponses originales à une recherche formelle centrée sur les médiums de l’art. Le travail de Michelangelo Pistoletto prend forme dans le prolongement des années 50 et de leur climat d’aliénation et d’angoisse existentielle, de malaise culturel propre à une société toute focalisée sur le bien-être. L’artiste affronte cette société, le monde de l’art et ses diktats financiers ou esthétiques. L’époque bouillonne d’idées créatives dans tous les domaines de l’art, tant en écriture qu’en musique ou au théâtre, sur une scène où se conjuguent les activités. Venere degli Stracci 1967, Borna miliare 1967 sont issus du répertoire antique, mais la Borne porte gravée la date de 1967, et Vénus est à moitié enfouie dans un amas de chiffons colorés, usagés, symbole du consumérisme contemporain en même temps que rappel du mode de vie traditionnel de ces familles où l’on utilisait le moindre matériau jusqu’à ce qu’il tombe en poussière.
Ce faisant, Michelangelo Pistoletto poursuit ses interrogations sur le miroir dans une autre direction. Il travaille sur la structure fondamentale du matériau, la divisant en deux puis en quatre, puis… en fragments qui tous ont la même fonction que l’élément principal. Il procède par division-multiplication du miroir. Chaque partie a le pouvoir de capter l’univers et de le restituer. Pistoletto donne une extension à la fonction fondamentale du miroir en le partageant, jusqu’à approcher la notion de l’infini. Ses œuvres deviennent de plus en plus imposantes, jouant des répercussions visuelles dans des espaces choisis pour leur atmosphère de méditation.
En 1968, à la Biennale de Venise, Pistoletto présente le manifeste de la « Collaboration ». C’est à partir de là que naît le Zoo, un groupe ouvert qui propose un art d’échange créatif, c’est-à-dire de découverte de l’identité de « l’autre ». Il ne s’agit pas d’action purement théâtrale ni de happening, mais d’une activité intersubjective qui a pour ambition de créer au-delà de l’objet. Ce genre d’activités se poursuit tout au long de son existence d’artiste et il y mêle famille, amis, artistes, jusqu’à ce qu’il concrétise son dessein en créant Cittadellarte en 1996, à Biella. C’est l’action de diviser-multiplier le miroir qu’il applique à la société microcosmique de Cittadellarte. Dans une ancienne filature de cette région autrefois spécialisée dans la fabrication de fils à partir des plus belles laines, dans un lieu à l’architecture grandiose, il propose à des chercheurs, à des artistes confirmés ou en gestation, des écrivains, des scientifiques une manière de creuset où les échanges d’idées peuvent faire naître une collaboration fructueuse et active en matière de dynamique sociale.
Son dernier travail en adéquation avec la finalité exprimée dans le concept de la Cittadellarte, a été de choisir un symbole, le Signo Arte, le Signe Art, son signe personnel, qu’il décline sous toutes les formes possibles d’objets utilitaires : table, lit à baldaquin, fenêtre, radiateur, porte, d’autant plus symbolique que la porte est le vecteur du « passage », ce signe qui est l’indice de la fusion de l’art et de la vie.
L’ensemble du projet, tant dans le choix des œuvres, leur mise en espace, que la menée du catalogue a été réalisé en étroite collaboration avec Michelangelo et Maria Pistoletto.
MICHELANGELO PISTOLETTO
MAMAC NICE
Promenade des Arts - 06364 Nice
du 30 juin au 4 novembre 2007
Tous les jours de 10 h à 18 h sauf le lundi

LES MONSTRES DE CHAGALL
Chimères mystérieuses, mi-homme, mi-bête, objets composites à tête humaine et animaux fantastiques volants traversent tout l’oeuvre de Marc Chagall. Pour la première fois une exposition leur est consacrée.
Ces êtres hybrides, Chagall les a connus sans doute en regardant les diables des icônes et les compositions issues de la sculpture médiévale de son pays natal qu’il admirait profondément. La série des Caprices de Goya où l’homme prend si souvent l’aspect d’un âne a aussi retenu toute son attention. Plus généralement, l’hybridation, perceptible dans toute l’histoire de l’art a marqué l’imagination de Marc Chagall. En ce sens, il s’inscrit dans une tradition qui englobe des oeuvres aussi célèbres que le retable d’Issenheim, les compositions de Jérôme Bosch ou de Johann Füssli. C’est dans la même tradition que trouvent à s’inscrire certains de ses contemporains. En effet, de Picasso à Brancusi, de Hans Arp à Victor Brauner, les quadrupèdes ailés, les femmes-oiseaux et autres monstres plus ou moins aimables, constellent la production du XXe siècle.
Dans l’iconographie de Chagall, l’hybridation trouve ses figures de récurrence : la tête humaine est remplacée par une tête d’animal, les bêtes ont des membres humains, dont elles se servent pour jouer de la musique ou pour peindre, de même qu’il pousse des bras et une tête aux violoncelles qui se jouent eux-mêmes.
Quel sens peut-on donner à ces êtres ? Au delà de la dimension symbolique ou métaphorique, il ne faut pas exclure la dimension religieuse, liée aux traditions hassidiques de la région de Vitebsk, ville natale de l’artiste. Enfin, l'omniprésence des bêtes domestiques, vache, chèvre, coq, met l’accent sur les souvenirs d’une enfance au contact des bêtes. L’oncle boucher sacrifiait les vaches en leur murmurant des paroles apaisantes. La chèvre jouant du violon évoque les fêtes enchantées au son de la musique du violoniste ambulant. Le poisson rappelle la
figure du père, marchand de harengs. Et si les oiseaux jouent aussi du violon ou du schoffar, c’est que leur chant est comparable à la musique divine.
Avec l'humour qui le caractérise, l'artiste n'hésite pas à se peindre lui-même en animal : sous les traits d'un coq (Le coq, 1947, musée national d'art moderne - Centre Pompidou, dépôt au musée des Beaux-Arts de Lyon) ou d’une chèvre, animal pour lequel il a maintes fois exprimé son affection et sa compassion. L’âne, animal modeste, mais aussi messianique, est ici donné comme une possible image de l’artiste (Autoportrait à la pendule, 1947, Paris). Ces figures composites sont donc toujours la marque d’un raccourci poétique, qui donne à voir en une seule image ces divers niveaux de représentations. André Breton en 1941, parlait de l’entrée de la métaphore dans la peinture du XXe siècle avec Chagall. Il soulignait sa capacité à «affranchir l’objet des lois de la pesanteur, abattre la barrière des éléments et des règnes» et à traduire en langage plastique les traces troubles du rêve comme l’essence des êtres et des choses.
Marc Chagall
Monstres, chimères et figures hybribes
Commissaires: Maurice Fréchuret, directeur des musées nationaux du XXe siècle des Alpes - Maritimes
et Elisabeth Pacoud-Rème, chargée d’études documentaires, chargée des collections du musée national Marc Chagall, Nice
Musée National Message Biblique Marc Chagall
Avenue Docteur Ménard - Nice
du 28 juin au 29 octobre 2007

MURIZIO GALIMBERTI: POLAROID PORTRAITS 1993-2007
Presso la ex Chiesa Anglicana di Alassio s’inaugura sabato 23 giugno 2007 alle ore 19 la mostra personale del fotografo italiano Maurizio Galimberti. La mostra è patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Alassio ed è a cura del critico d’arte Nicola Davide Angerame. Resterà aperta fino al 22 luglio 2007, osservando l’orario di apertura da giovedì a domenica dalle ore 19 alle 23, con ingresso libero e catalogo disponibile in galleria. Si ringrazia per la collaborazione la Galleria d’arte Photo&Contemporary di Torino.
La mostra presenta una selezione di “ritratti mosaico” eseguiti da Galimberti in 14 anni di lavoro. Si tratta di circa venti ritratti di celebrità del mondo dello spettacolo e della cultura: Sting, Goran Bregovic, Lucio Dalla, Angelica Huston, Wim Wenders, Valeria Golino, Marco Ferreri, Umberto Eco, Lalla Romano, Mimmo Rotella, Sebastiao Salgado, Andres Serrano, Leo Matiz, Franco Grignani, Moran Atias, Eva Robbins e una “Venere” d’imponente bellezza.
Il ritratto di Lucio Dalla presentato ad Alassio apparirà sulla copertina dell’ultimo album del cantautore dal titolo “L’incontrario di me”, in uscita la settimana successiva all’inaugurazione della mostra alassina.
“Quest’anno si celebrano i 60 anni della Polaroid – sostiene Monica Zioni, Assessore alla Cultura di Alassio – Ia macchina fotografica che ha rivoluzionato le vite di intere generazioni. Con la sua istantaneità, questo sistema inventato nel 1947 dallo scienziato Edwin Land ha alimentato una “mania” popolare per la fotografia attirando anche l’attenzione di artisti famosi, tra cui Helmut Newton o Andy Warhol. In tale occasione Alassio ha voluto invitare in una mostra personale uno dei massimi interpreti mondiali della Polaroid, Maurizio Galimberti, il fotografo che ha inventato un nuovo modo di usare questo strumento. Tra tutti i lavori del celebre artista, i “ritratti a mosaico” dedicati a personalità di spicco dello spettacolo, della cultura e della moda rappresentano una delle novità più interessanti nel panorama artistico attuale, confermata da un successo internazionale e dal consenso ottenuto presso la critica”.
Maurizio Galimberti
Polarooid portraits 1993-2007
Ex Chiesa Anglicana
Via Adelasia 7 - Alassio
dal 23 giugno al 22 luglio 2007

URBANA-MENTE ALLA OSEMONT
Tre artisti che lavorano sull’immaginario urbano: Anke Armandi, Enrico Ingenito, Leonard Sherifi catturano momenti della vita contemporanea e li ripropongono nelle loro opere attraverso interventi che inducono a fermarsi, a riflettere, a considerare la città e la vita quotidiana da un altro punto di vista. Urbana-mente introduce in una dimensione diversa, nella quale il paesaggio urbano, rivisitato attraverso il filtro della pittura, si propone al confine di una realtà che non consente pause.
Anke Armandi dipinge visioni di trasognata modernità, nelle quali l’immagine appare nella sua essenzialità ed il colore emerge espressivo a denotare le figure. I suoi quadri introducono scenari di lucida sospensione, nei quali lo spazio è dilatato come in una ripresa cinematografica, negli acquerelli pochi tratti disegnano una situazione.
Enrico Ingenito gioca sul fermo-immagine, dipinge scene di una città in movimento, bloccata in un istante come attraverso un vetro. Volti dietro ai quali si affaccia una scritta luminosa, palazzi che si innalzano su strade segnate dai semafori, presenze evanescenti ottenute con una operazione di rigoroso “effacement”, sottraendo il colore in eccesso, che conferisce all’immagine un senso di desolazione straniante.
Leonard Sherifi inquadra vedute della città caotica, piena di traffico, affollata di autobus e di insegne, brulicante di colori e di stimoli, ripresa nella sua incessante attività attraverso pennellate corpose, dai colori vibranti che colano sulla tela. Immagini in presa diretta sulle quali si inserisce il ricordo e lo spazio si restringe o si dilata, riproducendo situazioni che ognuno vive, trasmesse attraverso l’energia del colore.
Armandi, Ingenito e Sherifi attraversano una città che è figura della vita contemporanea, cogliendo momenti che conservano l’aspetto dello scatto fotografico, dell’inquadratura della telecamera, ma che obbligano ad una diversa percezione.
Urbana-mente si propone come un’occasione di riflessione su un tema che ha in sé più temi, la città e le sue ombre, la modernità e i suoi fantasmi, attraverso le opere di tre artisti della più recente generazione, che utilizzano la pittura come medium privilegiato e ne fanno un’occasione per interrogare il loro tempo.
Urbana-Mente
Galleria Osemont
Via Colombo 13-15 - Albissola Marina
dal 30 giugno al 4 agosto 2007
da martedì a domenica dalle 16.30 alle 19.30

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