sc@lo 11 31/05/2007

lettera sulle arti dal Ponente ligure
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Nes Lerpa
con alcuni suoi lavori
in ceramica

Recensioni:
DAVID LACHAPELLE A MONACO
  di MANUELE SCAGLIOLA

A PROPOSITO DI NIZZA.
  BIENNALE UMAM 2007

  di MANUELE SCAGLIOLA

GIULIANO GALLETTA
  A CASA JORN

  di SANDRO RICALDONE


Interventi:
UN MUSEO NEL TERRITORIO
  di SANDRO RICALDONE


Convegno:
CASE E ATELIER D'ARTISTA
  di SANDRO RICALDONE


Mostre:
NES LERPA A FINALE
DANTE VILLA AD ALBISSOLA
ALESSANDRO GIORGI A CALICE
JANE MANUS AD ALBENGA
AZULEJOS LAGGIONI A SAVONA







DAVID LACHAPELLE A MONACO
di MANUELE SCAGLIOLA




Fotografo dei divi e delle superstars, David LaChapelle è ormai entrato a far parte dell’Olimpo artistico, guadagnandosi quello status di artista-celebrità già inaugurato con successo da Warhol. La Galleria Pastor di Monaco dedica una retrospettiva al genio visionario di questo artista con una serie di fotografie non esattamente recenti ma ormai entrate, con ogni merito, nella leggenda.
Difficile iniziare un discorso su David LaChapelle (fotografo nonché regista di lungometraggi, pubblicità e videoclips) senza ricorrere alla (comoda) etichetta di POP-ART. In effetti, la sua intera produzione artistica non può essere definita in altra maniera che POP, non solo per i soggetti (quasi sempre gli esponenti del jet-set internazionale) o per uno stile contrassegnato da un particolarissimo (quasi un trade mark) uso del colore, ma soprattutto perché la sua produzione sembra aver conquistato le simpatie di un vasto ed eterogeneo pubblico di ammiratori.
Per coloro che ancora credono nella totale naturalità dello scatto fotografico, LaChapelle propone una fotografia completamente artificiale dove ogni singolo elemento è costruito, o meglio raggelato entro le griglie di una razionalità prospettica di derivazione rinascimentale, che non offre spazio alcuno al caso o alla istantaneità di un momento irripetibile. Si tratta di veri “tableaux vivants” in cui ogni dettaglio della composizione viene pensato ed appositamente realizzato con artigianale meticolosità, come se si trattasse della scenografia di un film in costume. Il risultato è una fotografia allo stesso tempo iconica e narrativa: iconica perché fissa il momento dello scatto immobilizzando il modello per trasformarlo nell’oggetto della venerazione mediatica, narrativa perché la scenografia, la luce ed i gesti giocano una parte fondamentale nella visualizzazione di una idea, proprio come la scenografia appositamente creata per un film serve da supporto alla narrazione cinematografica. Nelle pale d’altare del passato La Madonna ed i Santi venivano raffigurati con oggetti simbolici che permettevano al fedele una più facile individuazione dell’immagine della loro venerazione, stabilendo allo stesso tempo una sorte di muta micro-narrazione nella mente di un pubblico ben informato sui fatti della religione. Ecco dunque che le eroine e gli eroi di LaChapelle (Naomi Campbell, Madonna, Uma Thurman, Leonardo di Caprio, Amanda Lepore e tanti tanti altri) devono confrontarsi con coniglietti di Playboy giganti, funghi o hamburger alla Oldenburg, ragni gonfiabili in plastica, stanze rococò, insomma tutto il repertorio del consumismo o dei cliché culturali. Forse gli oggetti parlano indirettamente della persona raffigurata o forse è solo il gioco spietato di un LaChapelle divenuto entomologo lisergico, ma di una cosa si può essere sicuri: i nuovi Santi del postmodernismo, all’opposto dei loro antenati rinascimentali, sono le nuove icone di un mondo dove gli oggetti creano la personalità degli effigiati fino a
rimpiazzarla completamente in una reificazione pan-consumistica dell’umanità. Creando questi teatrini effimeri LaChapelle sembra un bambino/demiurgo che si diverte a inserire i suoi pupazzi in situazioni di ogni tipo, ora grottesche ora estremamente umoristiche, colpendoci comunque per il suo sguardo divertito e divertente riguardo le meccaniche che governano il mondo delle celebrità e della moda, ma anche di una quotidianità ormai irrimediabilmente influenzata da tali modelli.
In un mondo dove poco o niente è lasciato al caso, dove l’imperfezione estetica e la malattia sono il nemico pubblico numero uno e dove la tristezza è bandita perché “noiosa”, LaChapelle ci catapulta nel mondo tutto lustrini e glamour della gente che conta, nel mondo dove l’unica regola permessa è quella di apparire o di essere qualcuno. E per andare oltre l’imperfetto mondo dei semplici mortali si deve ricorrere all’artificio, si deve ricorrere al colore saturo delle pagine patinate della pubblicità e dei giornali porno, il tutto condito con cinica ironia ed insubordinazione kitsch tipica della cultura gay (non a caso, prima di LaChapelle, già Almodovar e Derek Jarman avevano riservato la massima importanza ai colori brillanti ed innaturali, mentre James Bidgood si ispirava al technicolor dei film anni ’50 per il suo ormai celebre Pink Narcissus).
L’aspetto più affascinante nella produzione fotografica di LaChapelle è sicuramente il rifiuto di ogni naturalismo, l’assoluta predominanza dell’artificio (barocco) nella “costruzione” di ogni singolo ritratto. Per sottolineare questo concetto il fotografo non poteva che presentarci i divi, o meglio i corpi dei divi, queste divinità che esistono nella mente del pubblico solo attraverso la celluloide, dei raggi catodici o nelle pagine delle riviste di moda: non importa se tali personaggi siano davvero reali o no, quel che conta è la loro urgente apparenza di esseri inimitabili per bellezza, originalità o sex appeal. Proprio come si presenta più appetibile del vero la fotografia di un hamburger in Mc Donald's. I ritratti di LaChapelle sono estremamente fisici, l’incombenza del corpo (nudo o vestito) è rinforzata dalla luce innaturale che valorizza l’assoluta perfezione/artificio dei corpi costruiti, modellati secondo canoni di bellezza proposti incessantemente dai mass media o dal mondo della moda. Le vere icone del postmodernismo? la carne mescolata al silicone di Pamela Anderson, la sessualità costruita col rasoio dei transessuali, i corpi gonfi di steroidi di body-builders omosessuali. Non solo ironia, satira, kitsch o edonismo consumistico: ciò che rende unici i ritratti di LaChapelle è la riflessione attenta ed acuta di come un artista contemporaneo debba confrontarsi con secoli di rappresentazione della figura umana. Basta ricorrere al vecchio (ma mai dimenticato) ideale greco fondato secondo il binomio “mimetismo naturale/costruzione artificiale” per donare al soggetto la più irraggiungibile apparenza ultraterrena.

Galerie Delphine Pastor
11, Avenue Princesse Grace – Monaco
11 maggio - 29 luglio 2007





A PROPOSITO DI NIZZA. BIENNALE UMAM 2007
di MANUELE SCAGLIOLA


Cynthia LEMESLE & Jean-Philippe ROUBAUD
Le retable de la passion, 2000-2007
Contreplaqué, peinture acrylique, peinture à l'huile, paillettes, acier zingué bichromaté, laiton, acier, perles de verre, résine polyester,corneille
186 x 250 x 188 cm
Remerciements particuliers à Thierry Boussard pour la ferronnerie 
© Patrick Raissiguier


Si concluderà il 10 giugno l’edizione 2007 della Biennale UMAM (Union Méditerranéenne pour l’Art Moderne). La manifestazione, fondata nel 1946 da Pierre Bonnard e Henri Matisse, ma organizzata solo a partire dal 1967 con il supporto della città di Nizza, ha sempre cercato di mettere in evidenza il talento delle nuove generazioni di artisti nizzardi, o della Costa Azzurra in generale, confermando il profondo legame che dal secolo scorso lega questa vivace città della Francia del Sud con le più diverse realtà dell’arte contemporanea. La scelta dei direttori della presente edizione 2007, Simone Dibo-Cohen e Guillaume Aral, di optare per la diversità culturale e multietnica dei giovani artisti emergenti è finalizzata inoltre a sottolineare il carattere prevalentemente cosmopolita del panorama artistico, oltre che umano, della città di Nizza. Il risultato, come si può osservare direttamente visitando La Galerie Sante Réparate e la Galerie de la Marine, non è affatto stridente o qualitativamente disomogeneo: benché si tratti di artisti di provenienza diversa (francesi, coreani, cinesi, iraniani, islandesi, ecc.) sembra che le nuove generazioni adeguino le proprie matrici culturali ad un linguaggio di base ormai pienamente condiviso, quello della globalizzazione o della contaminazione dei generi, senza mai rinunciare a scelte personali derivate dalle proprie radici e tradizioni.
Da più di un secolo ormai si respira arte moderna a Nizza. Lo spirito della “Scuola di Nizza” sembra comunque non doversi esaurire mai in questa città che ha fatto dell’arte contemporanea una questione di politica e di sviluppo della propria immagine nel mondo.
Presentiamo qui di seguito un succinto elenco degli artisti e delle opere in concorso e se abbiamo tralasciato il nome di qualcuno è solo per ragioni di spazio.
In Ultima Cena Domini l’armeno Kegham Arabadjan ci propone un rebus concettuale giocato sulla parola Domino (il Signore, ma anche un gioco da tavolo). Tredici piatti grigi allineati simmetricamente su un rettangolo bianco richiamano la tipica forma delle tessere da domino. In realtà il fascino dell’opera risiede più nella capacità di evocazione che nel gioco di parola: la tavola, completamente spoglia, contiene solo i dodici piatti degli Apostoli più un tredicesimo in disparte destinato al Messia. La cena si è già consumata ed i commensali se ne sono già andati o la tavola è stata appena stata allestita per una futura Ultima Cena? Qualunque ne sia la risposta, la tavola rimane desolata. La religione, sembra dirci l’artista, ha lasciato questo mondo, mentre Gesù ed i suoi discepoli non si sono presentati all’appuntamento.
La Biennale abbonda di fotografi. Guillaume Barclay diverte con la cinica ironia della serie Quand les enfants dorment…dove dolci pupazzi e giochi per bambini vengono atteggiati nelle più sordide faccende degli adulti; In Orgueil Vincent Mallea ci presenta un elegante dandy “misantropo” che riflette nel suo carattere e nel suo portamento tutta l’eleganza felina del gatto che tiene tra le braccia; Marie-Eve Mestre in Ligatures magiques usa un blister dove invece delle pillole vengono incapsulate delle mosche intrappolate in un liquido vischioso, creando un vero e proprio cortocircuito visivo che valorizza il mistero dell’oggetto e della sua funzione; Metcuc (sigla per il lungo pseudonimo “Marre d’Etre Traitée Comme un Chien”) riprende gli esempi di Cindy Sherman per fotografarsi in diversi “ruoli” femminili, giocando con la propria identità ed optando per una espressione artistica socialmente impegnata. Esemplare, infine, il lavoro fotografico di Caroline Challan Belval. In Gardiens d’etoiles n° 1 – 2 l’artista ci propone un dittico dal sapore misticheggiante dove i corpi nudi della fotografa e del suo compagno vengono velati da armature medievali ottenute con una raffinata tecnica di sovrimpressione. Santi-guerrieri di vecchi poemi cortesi riesumati con spirito revisionistico o corpi fragili ed indifesi in cerca di corazze protettive per difendersi dal mondo?
Le opere di Gerar additano alla POP-art, proponendoci, oltre ad una enorme pistola in plexiglas ricoperta da disegni Optical, un pannello pseudo-pubblicitario con la figura di Cristo e scritte fluorescenti stile Gilbert & George.
Numerosi anche gli scultori. Ecco la nuova promessa di Cipre con le sue sculture parlanti, o meglio, con le sue parole-sculture (Look for God; Made in China); Cem utilizza pezzi di recupero in acciaio inossidabile per convertirli in splendenti macchine-giocattolo da Formula 1; Anche Olivier Vincent fa ricorso a materiale di ricupero trasformando le bombole di acetilene in oggetti di design quali lampade al neon (Survival). Più tradizionale, almeno nella tecnica, le sculture della giovane artista coreana Youn: oltre a tre dipinti, sono in mostra le sue deliziose figure femminili in argilla o resina atteggiate in gesti irriverenti e beffardi. A metà strada tra scultura ed installazione si colloca Agape di Frédéric Braham, un capriccio neo-Barocco degno del famoso ossario di Sedlec presso Praga: due scheletri si confrontano davanti ad un tavolo a suono di metronomo con tanto di lampadario di cristallo, il tutto rigorosamente in nero….(Memento mori?).
Per quanto riguarda la pittura vanno sicuramente ricordati il cinese Leung Yiu Wah che in Flécher l’amour si diverte a riprodurre un San Sebastiano alla Antonello da Messina (ma con tratti somatici asiatici) davanti alla Città Proibita di Pekino; in Business animal Gilles Miquelis ritrae tutta la ferocia del mondo animale, tra realismo scientifico e apologo morale, con una paletta e pastosità degna di Lucian Freud; Florence Obrecht in Baigneuse 2 ci presenta un ritratto femminile ora realistico ora sognante, quasi una nuova Ofelia immersa in un paesaggio di romantica esaltazione; mentre l’iraniano Axel Pahlavi con il suo dittico “Centaurette et Centaure” rivisita il repertorio della mitologia classica secondo un mimetismo, tipicamente postmoderno, dei maestri del passato.
Degni di essere ricordati sono anche i disegni di Ulrike Theusner caratterizzati da un tratto nervoso e incisivo, direi schizofrenico, che scopre e svela l’essenza delle cose, evidenziando le forme con magmatica irruenza fino a disfarle, o che avvolge oggetti di diversa natura in una ragnatela fittissima e inestricabile.
Poche le installazioni video: in Sans titre Bernard Pourriere usa quattro schermi in cui compaio ridottissime figure di feti a velocità sorprendente: lo schermo visualizza un mosaico fremente di pulsazioni organiche per poi disintegrarsi in lenti battiti cardiaci. Mauve Serra propone una lettura più concettuale degli spazi urbani, usando la telecamera fissa per documentare i passaggi da ombra a luce di periferie urbane stranamente “dépeuplé” ed immerse in algide atmosfere metafisiche.
Si potrebbero invece definire “installazioni biodegradabili” le provocazioni iconoclaste di Marc Chevalier. In Alphêtes et Balanêphagois pagnotte di pane incatenate alla parete e baguettes munite di rotelle sembrano strani, surreali animaletti che impazziscono per i croccantini del cane. Assurda messa in scena di una realtà sempre data per garantita, nonché divertente ed anarchica riflessione sulla “eternità” dell’opera d’arte, ridotta, qui, a puro avanzo alimentare.
Per concludere questa brevissima rassegna ci piacerebbe ricordare le opere originalissime ed intense di Aïcha Hamu e del duo Cynthia Lemesle e Jean-Philippe Roubaud. In Sans titre Hamu ci presenta un materasso tipo old-fashion sul quale appaiono ricamate “a point de poste” piccole escrescenze tubolari che, viste da lontano, assumono l’inquietante forma di larve raggruppate in un macabro banchetto di residui organici. Questo “materasso” colpisce per la ricercata preziosità del tessuto e dei ricami, ma allo stesso tempo disgusta per la realistica messa in scena di una decomposizione indiretta (osservando bene, sembra che i ricami sul materasso seguano il disegno impresso nel tessuto da un corpo umano sparito nel nulla). L’opera di Hamu parla un linguaggio viscerale che evoca la disperazione, ma anche il fascino, davanti al lato puramente fisico della morte. Altrettanto enigmatico il grande Retable de la Passion di Lemesle-Roubaud. Un delicato recinto in ferro battuto in stile Rococò ricorda lo spazio “sacro” di quelle fontane gotiche tanto care alla letteratura medievale (Le Roman de la Rose), mentre al suo interno è custodito un trittico (retable) sui cui sportelli è dipinto senza interruzione un giardino geometrico alla francese che si conclude all’estrema destra con una voragine infernale alla Bosch. Sul cielo terso campeggiano cuori spezzati ed i classici emblemi della passione amorosa. In cima alla struttura del trittico un corvo, che tiene nel becco un ciondolo a forma di cuore, sta a guardia di questo spazio proibito, o meglio di questa storia d’amore senza protagonisti. Ma di quale passione si tratta? Probabilmente la parola “passione” inclusa nel titolo fa riferimento al sacrificio religioso oltre che al gesto d’amore, incarnandosi in questo trittico che riassume in sé tutte le difficoltà della creazione. “Commencée sur une crise de présomption et d’ardeur”, come dichiarano gli artisti nel catalogo, ci sono voluti ben sette anni (2000-2007) per finire questa pittura-installazione, un vero e proprio Calvario, un monumento sepolcrale barocco che non ospita cadaveri, una fiaba (nera) senza senso condita con una preziosità ultra-kitsch. Stranamente, infatti, il paesaggio dipinto nelle ante del trittico risulta desolato, mentre i cuori da passione infranta che campeggiano in cielo non portano nomi, né storie. Solo il Paradiso e l’Inferno fanno da sfondo al Purgatorio della creazione artistica, vista appunto come unica catarsi e redenzione. Il corvo minaccioso sembra avvertirci a stare lontano dal “temenos” dell’arte, il suolo è ironicamente sacro. Opera complessa ma istintiva, Le Retable de la Passion è una festa per gli occhi, gioca con l’intelletto, intrattiene con sapiente ironia, mescola l’artigianato con la citazione storica parodiando i capolavori del passato in una dimensione sacra benché desacralizzata da un kitsch da negozio di second-hand. L’arte ha perso ogni immediatezza comunicativa, ed è rimasta una sfinge senza enigmi entro le etichette degli storici dell’arte. Una fiaba nera, anche se indiscutibilmente romantica (ed indiscutibilmente francese).

Un sentito ringraziamento a Monsieur Olivier Bergesi per la sua preziosa collaborazione.

UMAM – Biennale de l’Union Méditerranéenne pour l’Art Moderne
Nizza, 12 aprile - 10 giugno 2007
Galerie de la Marine
59, quai des Etats-Unis
Galerie Sainte Réparate
4, rue Sainte-Réparate
Tutti i giorni, tranne la domenica ed il lunedì, dalle 10.00 alle 18.00
Entrata libera
Catalogo disponibile nelle gallerie





GIULIANO GALLETTA A CASA JORN
VARIANTI DEL DETOURNEMENT

di SANDRO RICALDONE


Giuliano Galletta, dall'Archivio del caos, 2007


Non è del tutto inusuale che le cose esistano prima di essere inventate. L’uso del fuoco ha preceduto per certo la creazione del mito di Prometeo. E la fatica del lavoro non ha atteso la descrizione della cacciata dall’Eden per affliggere l’incipiente umanità. Così è occorso, seppure attraverso una genealogia cronologicamente più compatta, anche al détournement, oggetto di questo breve saggio. (In effetti è convinzione di chi scrive che il détournement stesso, a dispetto del nome lungo, sinuoso semanticamente e nella pronuncia, sia in sé una sorta di saggio breve, costruito con un meccanismo elementare ma con una concettualità affilata).
Ma torniamo al principio: Guy (Debord) e Gil (Wolman), teorizzandone i modi d’impiego sulle pagine di una rivista significativamente denominata labbra nude (che preludono, in sequenza, al bacio nudo di Samuel Fuller, al pasto nudo e, in estensione, alla dassiniana e/o debordiana città nuda) non si diedero la pena d’occultare - senza peraltro citarlo espressamente - l’archetipo d’Isidore Ducasse, ovvero l’incontro fortuito d’un parapioggia e d’una macchina da cucire su un tavolo operatorio, cui, con l’aiuto di un pezzo di stoffa e di una matassa di spago, Man Ray si è sforzato d’imprimere i connotati del mistero. Con una certa preveggenza ne sottolinearono, comunque, il tratto propagandistico, utilizzato in prosieguo più dai mercenari dell’advertising che dai militanti della lotta di classe.
Un altro sviamento d’epoca, del tutto ignorato dai nostri nonostante la sua articolazione multipla, era stato operato da Duchamp con la sua fontana/orinatoio, oggetto provocatorio introdotto non vi sed clam in ambiente deputato alle raffinatezze dell’arte e per giunta ironicamente ribattezzato. I surrealisti con i loro cadavres exquis, ottenuti facendo proseguire a B (e poi a C e via dicendo) un disegno iniziato da A, lasciandone intravedere appena gli estremi contorni, hanno messo in atto una versione del détournement tra il medianico e l’azzardo, e su quest’ultimo piano hanno poi divagato non poco grazie alla poetica antigraziosa dell’object trouvé.
Alle pratiche ante litteram, nel cui ambito non si può dimenticare romanzo metagrafico lettrista ove la scrittura emerge dall’accostamento di codici eterogenei (segni alfabetici, fumetti, rebus et similia), sono seguite quelle ormai canoniche dei situazionisti medesimi, diligentemente catalogate secondo leggi universali e particolari, nonché secondo le varie discipline letterarie, plastiche, urbanistiche e cinematografiche, queste ultime riconosciute come portatrici della “più grande bellezza”.
Del tutto radicale, ma all’atto pratico scarsamente applicato, l’ultra-détournement, concernente la vita sociale quotidiana, che veniva additato, ahinoi invano, come la chiave di volta di una palingenesi epocale, o come il pulsante che risolutamente premuto avrebbe dato luogo ad un’inarrestabile reazione a catena, esplosiva quel tanto (o quel poco) da sconvolgere l’intero sistema dei riferimenti culturali invalsi.
Tra gli esiti, non eclatanti a tal punto, ma di livello superiore nel contesto situazionista, si sono venuti situando, con la tempestività richiesta dalle circostanze, la pittura industriale (mediante cui Pinot Gallizio ha offerto un epilogo parodistico alla storia della pittura affidandosi ad un sovrappiù di pittura, salvo poi divenire pittore lui stesso) e le “modificazioni” operate da Jorn su quadri rastrellati al mercato delle pulci (ora si direbbe dell’antiquariato minore), fra le quali campeggia la biancovestita fanciulla, abbellita con barba e mustacchi e sormontata dalla scritta: “L’avanguardia non s’arrende!”.
L’improvvida tendenza del nuovo a farsi tradizione (Jorn accennava, meno accademicamente, allo scadere della menzogna in verità) ha prodotto conseguenze non calcolabili. Un post-détournement di cadenza classica ci è stato offerto, in anni recenti, da Barbara Kruger, Leone d’oro alla Biennale veneziana del 2005 (sic transit …). Wikipedia però, all’apposita voce, c’informa che esiste ancora un autentico detournatore. Si tratta (lasciando da parte i subvertisements di Adbusters, la cui fama nel web non poggia su un piedistallo di adeguato spessore) di Paul Conneally, che con Marlene Mountain ed altri, combina i dieci comandamenti e citazioni di George Bush in simil-haiku ignoti nei nostri paraggi ma, si suppone, deliziosamente raccapriccianti.
Giuliano Galletta, i cui precoci esordi sono avvenuti all’insegna del diario détourné (“Tous jours”, romanzo visivo, Libreria editrice Sileno, 1978), si volge ora, nelle stanze di Casa Jorn, a straniare, stravolgere, ribaltare la Filosofia dello Spirito in un match dall’esito imprevedibile con Muhammad Alì ed a sentimentalizzare lo shopping con grafemi trascritti manualmente su sacchetti di carta. Imprende a detournare l’indetournabile (il caos) abbozzandone un archivio: tentativo in cui le agevoli vittorie riportate su uno stato di cose obsoleto si polverizzano di fronte a quello che, nelle parole di Jankélévitch, è l’Ostacolo, l’Insormontabile, “l’aggiornamento indefinito del grande scacco mortale”.

Giuliano Galletta
Archivio del caos e memoria dell'I.S.
Casa Museo Jorn
Via G. D'annunzio 6/8 - 17019 Albissola Marina (SV)
aprile-giugno 2007





UN MUSEO NEL TERRITORIO
di SANDRO RICALDONE


Il legame fra museo e territorio si è venuto articolando, nel tempo, secondo molteplici modalità. Fra queste, due appaiono predominare: l’una incentrata sulla conservazione di memorie storico-culturali; l’altra, più recente, tesa alla promozione di una specifica comunità locale. Innumerevoli sono gli esempi della prima specie, e – per ciò che attiene alla seconda – è quasi d’obbligo citare il caso del Guggenheim di Bilbao, progettato da Frank Gehry negli anni ’90 e divenuto simbolo della riscossa della città basca.
Decisamente inconsueto, e originale, è invece il caso di un territorio che viene a proporsi come museo. Potrebbe essere, e forse già in parte è, il caso del comprensorio che dalle Albisole, passando per Savona, si spinge sino ad Arnasco, nell’entroterra ingauno. Un ambito vasto, ma già legato dai fasti delle stagioni futuriste e informali della ceramica, rinverditi negli ultimi anni dalla Biennale ad essa dedicata, e dalle presenze di artisti come Arturo Martini e Tullio d’Albisola, di Asger Jorn e Wifredo Lam, di Fontana e Pinot Gallizio; popolato dalle fabbriche-monumento – fra le altre - dei Mazzotti e dei Poggi, dal Giardino di Albisola creato da Jorn ai Bruciati, dalla lunga Passeggiata degli Artisti.
In quest’arco territoriale si prevede possa trovar stabilmente sede (anzi, una pluralità di sedi) la raccolta di Alessandro Passaré, straordinaria figura di collezionista di arti primitive e contemporanea, che gli eredi, attraverso una fondazione a lui intitolata, intendono rendere disponibile al pubblico. Nel progetto elaborato da Giuliano Arnaldi per la Cooperativa degli Accesi, infatti, le varie branche della collezione verrebbero ospitate in località diverse, scelte in rapporto alle rispettive vocazioni storiche. Nella ex fornace Alba Docilia di Albissola Marina, già in corso di ristrutturazione, verranno allocate – come conferma il Sindaco, Stefano Parodi - le opere d’arte contemporanea, che includono lavori di Picasso, Carrà, Burri, Fontana, Baj, Mesens e alcuni importanti dipinti di Wifredo Lam, attualmente esposti a Villa Jorn, affiancati da una selezione di oggetti africani: maschere Bete e Dan, reliquari Fang e Kota, che ruoteranno con altre componenti della raccolta. Ad Albisola Superiore verrebbero invece ospitate le antichissime terracotte Noc (Nigeria) e Djenné (Mali). Ad Arnasco, terra d’origine di Pinot Gallizio, autore di ricerche archeologiche, avrebbero dimora i reperti subsahariani (selci punte di freccia e simili). A Savona, infine, nella sede della Cooperativa presso il Santuario, è prevista la sistemazione della ricca biblioteca di Passaré, incentrata sulle arti primitive, con testi divenuti ormai difficilmente reperibili e dalla preziosa documentazione fotografica riunita da Passaré nei suoi viaggi che ha recentemente sollevato l’interesse di esperti del livello d’un Pierre Amrouche e di ricercatori della Sorbona.
Mentre si lavora alla realizzazione di questo progetto complesso, che implica il raffronto con nuclei di opere di altra provenienza (già è in via d’organizzazione, ad esempio, una rassegna degli oggetti d’arte primitiva riuniti dal pittore surrealista Roberto Matta). Ed è ormai già stata fissata, per il prossimo dicembre, al Priamar di Savona una grande mostra che permetterà di visionare nella sua interezza la Collezione Passaré, finora esposta in segmenti ristretti nell’ambito delle iniziative condotte dalla Cooperativa degli Accesi all’interno del progetto TribaleGlobale, che - dal 2004 – ha animato località della Liguria e della Costa Azzurra, della Corsica e della Sardegna, alla ricerca di una saldatura fra le diverse culture del mondo.

(da "Il Secolo XIX" del )




CASE E ATELIER D'ARTISTA
di SANDRO RICALDONE


“La casa d’artista è un fenomeno moderno, la cui fioritura appare legata alla crescita del peso sociale dell’arte e dell’artista stesso”. Così Eduard Hüttinger, lo studioso svizzero curatore del più vasto studio sull’argomento (pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri) fissa il punto iniziale di un fenomeno che si estende nel tempo dal Rinascimento ai giorni nostri, con il passaggio dalla bottega d’artista, esemplificata dalle abitazioni di Piero della Francesca a Borgo San Sepolcro e di Andrea del Sarto a Firenze alle tipologie più ambiziose rappresentate dalle case del Mantegna (1493) e di Giulio Romano (1540) a Mantova, dalla casa del Vasari ad Arezzo (1541 ss.) alla celebre residenza di Rubens ad Anversa (1615), lungo un fitto itinerario che giunge sino alla Villa di Franz von Stuck a Monaco (1897-98) ed alla casa-studio realizzata fra il 1922 ed il 1924 da Le Corbusier per il pittore Amedée Ozenfant a Parigi, in piazza Montsouris.
Nonostante il diffondersi, a partire dall’800, di una sorta di “culto dell’artista” che ha dato luogo alla trasformazione in musei di abitazioni ed ateliers (soccorrono in proposito gli esempi della casa natale del Canova a Possagno, della residenza di Vincenzo Vela a Ligornetto e dell’atelier di Gustave Moreau a Parigi) appaiono poco frequenti in Italia gli esempi di conservazione degli ambienti di lavoro di artisti prestigiosi nel periodo a cavallo fra il XIX ed il XX secolo.
Fra questi - accanto all’atelier di Pellizza a Volpedo, dove nel prossimo autunno, nell’ambito delle iniziative per il centenario della morte del pittore, sarà ospitata la mostra “Luce, controluce, iridescenze. Pellizza e gli amici divisionisti” – assume particolare risalto la “Specola”, lo studio allestito dall’architetto Rodolfo Winter nel 1911 per Pompeo Mariani, nella villa di Bordighera dove questi soggiornò nell’ultima parte della sua esistenza.
Ripristinata con spirito filologico, sulla traccia fornita da fotografie d’epoca, dalla Fondazione Pompeo Mariani, presieduta da Carlo Bagnasco, la Specola - frequentata, fra gli altri, dalla Regina Margherita, da membri della famiglia Rothschild, collezionisti dell’opera di Mariani, da Edmondo De Amicis e Gaetano Previati – costituisce oggi una delle testimonianze più vitali di una stagione in cui la vicenda del Ponente ligure si lega, attraverso l’opera di Boine e dei Novaro, di Charles Garnier e degli Hanbury, con le presenze di Monet e dello stesso Mariani, al contesto culturale europeo.
E proprio a quest’ambito si rivolge la prima delle iniziative promosse dalla Fondazione Pompeo Mariani (con il sostegno della Regione Liguria, della Provincia e della Camera di Commercio d’Imperia, del Comune di Bordighera e della Compagnie di Gestion Privée Monegasque) per onorare la ricorrenza del centocinquantesimo anniversario della nascita dell’artista: il Convegno “La valorizzazione culturale delle Case e degli Atelier d’Artista. Un confronto tra esperienze europee” che si terrà nella giornata di sabato a Bordighera, nella sede dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.
Nella prima sessione il dibattito si concentrerà sui temi della conservazione e della gestione della casa dell’artista e del collezionista, con gli interventi di Maria Teresa Verda Scajola, Rosanna Pavoni, Aldo De Poli, Mina Zeni e Bernard Beguoin. Nel pomeriggio verranno invece messe a fuoco – ad opera di studiosi come Peter Hohenstatt, Marco Piccinelli, Nicola Poggi e Fderica Arman - alcune esperienze recenti di riprogettazione di case di artista, con la presentazione di nuove ricerche e di progetti recenti di case e di parchi d’artista intesi come musei all’aperto, mentre Marco Speroni con Andrea Candela e Matteo Saporiti scandaglierà le opportunità offerte dalle nuove tecnologie per la creazione di una rete informativa al servizio del visitatore.
In occasione del convegno verrà infine presentata una Guida alle case d’artisti e uomini celebri della Riviera Ligure e della Costa azzurra curata dall’architetto Federica Arman, articolata in una settantina di tappe disposte lungo due itinerari costieri, volta ad ampliare la fruizione di un patrimonio ancora non adeguatamente conosciuto.

(da "Il Secolo XIX" del 1(da "Il Secolo XIX" del )9/05/2007)

Convegno
La valorizzazione culturale delle Case e degli Atelier d’Artista.
Un confronto tra esperienze europee
Istituto Internazionale di studi liguri
Bordighera, 19 maggio 2007




NES LERPA A FINALE LIGURE

"I GUERRIGLIERI DELL’AURORA”
In un mondo regolato e condizionato dai media anche l’artista trova difficoltà nel proporre un pensiero di dissenso, nel lanciare un gesto di profanazione nei confronti dell’ovvio e del consolidato gusto della superficialità. L’artista guerriero è una merce rara. Ancor più raro è l’artista guerrigliero, quale si proclama Nes Lerpa. Al pari di chi ha scelto di tendere trappole e agguati improvvisi, fuori di ogni consolidata strategia bellica, Nes attenta alle regole di mercato rifiutandone la logica. D’altronde il suo comportamento anarcoide gli è stato trasmesso da quell’universo Cobra che ha nutrito la sua gioventù non solo di immagini e di gesti ma soprattutto di ardue consapevolezze e di ancestrali respiri. Anche Jorn e compagni hanno dovuto, almeno agli inizi, comportarsi da guerriglieri per introdurre e diffondere le loro idee nella società che aveva subito la guerra e ne stava ancora pagando le conseguenze in termini di strazi esistenziali. Lerpa ha dovuto fare di più: a un certo punto è stato costretto a “uccidere” e a consumare Cobra per poter rinascere dalle sue ceneri, per poter interpretare con la convinzione del proprio spirito le aspre e subdolamente edulcorate contraddizioni del nostro tempo. Il guerrigliero Lerpa è dunque spuntato con l’aurora da lui stesso auspicata e corrotta. Le sue tele e le sue carte vivono di accensioni tonali e di contrasti umorali, si allargano in macchie fuggitive di colore guidate da una mano che preannuncia e seduce il pensiero, si arricchiscono dei segni e delle tracce di un’armonia o di un reiterato travaglio interiore che non teme di aggredire gli spazi e di popolarli di misteriose memorie, di alchimie strutturali, di apparizioni estatiche e di improvvise negazioni di luce.
La terracotta subisce da parte sua la sorte dell’abbandono e della riconquista della carne: la scultura, che fiorisce dalle mani di Lerpa come un informe o frantumato prodotto della metamorfosi, attende la pioggia o il bagno del colore per riprendere vita e coscienza, per rinnovare l’urlo di un nuovo mondo e di un nuovo modo di esprimersi.
Tutto rinasce ogni giorno per una rinnovabile primavera in queste opere scaturite in parte in Italia e in parte in Danimarca, in un continuo pellegrinaggio di emozioni, di palpiti, di percezioni. I Chiostri di Santa Caterina, che hanno scandito i secoli nella solenne severità degli archi e delle volte, sono in grado di accogliere e di restituire magicamente il significato del confronto e del contraddittorio di Nes Lerpa per un motivo molto semplice: il nostro autore lancia attraverso collaudate sensazioni visive e tattili il confronto e il contraddittorio più limpido e più vero dell’esistenza. La verità è ora, grazie a queste grandi tele, davanti agli occhi della gente; i guerriglieri di terracotta sono inesorabilmente in marcia: nessuno deve distogliere lo sguardo o allontanare il pensiero. Nes Lerpa è in agguato e sempre pronto a colpire.
Luciano Caprile

Nes Lerpa - Biografia
Nes Lerpa è nato a Copenaghen il 22 agosto 1942. Ha esordito come artista nel suo paese nel 1960.
Ha improntato sin da subito la sua pittura con la vivacità del colore e le grandi dimensioni delle superfici, come necessità espressiva. Scevro da confini o dimore sicure si libera, nello spazio della tela, guidato dalla forza della mente e dal gesto. Plasma i colori ripercorrendo il suo peregrinare in un universo di percezioni immagazzinate in giro per il mondo e rappresenta, nei suoi dipinti, come afferma Debora Ferrari, “..l’azzurro della Lapponia, il rosa dell’India, il giallo dei Paesi Bassi su un mare del Nord”.
Ha soggiornato in Europa, India, Cina ed ha esposto in quasi tutti i paesi Europei, Stati Uniti e Cina. Importanti per la sua pittura sono stati gli incontri e le amicizie intrattenute con numerosi artisti, tra gli altri Andrè Masson, Hans Øllgaard, Phillip Martin, Emilio Vedova.
Notevole è il numero di esposizioni personali tenute in tutto il mondo e la presenza di sue opere in spazi museali.
In Italia si segnalano quelle alla galleria Rotta di Genova, alla Galleria Bludiprussia di Albissola Marina, al Chiostro di Voltorre di Gavirate, al Mercato del Sale e alla galleria Annunciata di Milano, al Palazzo Ducale di Urbino e ai Chiostri di Santa Caterina, a Final Borgo.
Frequenta le manifatture di ceramica: Ibis a Cunardo e San Giorgio a Albissola Marina dove, ha creato una produzione di sculture e di piatti in terracotta che raccolgono intorno alle forme tridimensionali, le tonalità care all’artista .
Le grandi dimensioni delle sue opere gli hanno permesso di realizzare innumerevoli interventi artistici con allestimenti o eventi open air; in particolare all’interno di strutture architettoniche come: chiese sconsacrate, centri commerciali, fabbriche, saloni di rappresentanza o con ambientazioni nella natura.
Sensibile alla meditazione interiore, lontano dai ritmi frenetici, alterna i suoi soggiorni tra l’ Atelier Asserbo a Nord di Copenaghen e l’Atelier di Borgo Lanfranco posto sulle dolci colline piacentine dalle quale domina la pianura Padana e strizza l’occhio al Monte Rosa.


NES LERPA
I guerriglieri dell'aurora
Oratorio dei Disciplinanti
Piazza Santa Caterina - 17024 Finale Ligure (SV)
dal 2 giugno al primo luglio 2007

Organizzazione:
Paola Grappiolo Presidente Centro Artistico e Culturale Bludiprussia, Vincenzo Vinotti, Gianni Bacino, Assessorato alla Cultura del Comune di Finale Ligure.



DANTE VILLA AD ALBISSOLA MARINA

La mostra presenta più di 20 opere di Dante Villa, artista che ha lavorato al confine tra pittura e scultura, raggiungendo risultati di grande novità, in particolare negli anni ’60-’70 del ‘900 ed offre l’opportunità di approfondire il suo percorso, dopo l’esposizione che la Galleria ha organizzato nei proprii spazi nel 2002. Dante Villa arriva abbastanza tardi a lavorare come artista. Era nato a Calco (Como), nel 1919 e si era trasferito a Genova con la famiglia dopo la metà degli anni Trenta. Come molti uomini della sua generazione, aveva combattuto in guerra, ma dopo l’8 settembre del 1943 si era rifugiato in Svizzera, era stato internato nel campo di Murren, capitando in un gruppo di giovani intellettuali, tra i quali erano Lamberto Vitali e Giorgio Strehler. Ritornato a Genova nel 1945, il giovane Villa si impiega in una ditta di importazione ed esportazione , studia l’arte con passione, e sul finire degli anni Cinquanta, sperimenta egli stesso le sue scoperte. Nel 1957 comincia a lavorare alla sua prima opera, “Costellazioni”, in metallo, bidimensionale, che sembra porsi al confine tra il piano e lo spazio. A “ Costellazioni” seguono altre sculture, costruite saldando tra loro lamiere industriali di metallo, tra le quali si innesta qualche rete metallica, e colorandole ad olio. Le forme si fanno geometriche, come frutto di una rotazione e di una scomposizione che discende da Kupka, Gabo e Pevsner, destinate ad evolversi nei lavori successivi, mentre la rete occupa porzioni più estese dell’opera. Nascono così “Trasparenze” , “Struttura inquieta”, “ Binomio antitetico”, tutte presenti in mostra. Incorniciate in ferro, le sculture sono a giorno, in una relazione aperta con lo spazio reale. Sul finire del 1961, la ricerca di Villa incomincia ad assumere una nuova direzione , viene abbandonata la cornice in ferro, le sculture sembrano emergere da una lastra di perspex. Sono lavori, come “Improvviso”, giocati su una modulazione della trasparenza, da quella assoluta del perspex a quella vibratile della rete Dal marzo 1962 Villa sviluppa la sua ricerca su uno dei materiali con i quali aveva eseguito le sue opere , la rete metallica : la serie delle “Vibrazioni”propone opere, che, come “Vibrazioni 31”, emergono da uno spazio dialettico tra l’io e il mondo, nel lacerarsi della rete l’artista rivela una dimensione esistenziale che è quella della sua epoca. Nello stesso periodo, indaga lo spazio con una serie di lavori più piccoli, quasi un’apparizione di rete metallica che emerge come una parvenza che si chiude o si apre nella realtà, racchiudendone l’atmosfera. Nel corso del 1963, la serie dei lavori che utilizzano la rete subisce una naturale evoluzione, le forme si fanno frastagliate e diventano “Organismi”, Villa sviluppa la sua ricerca sullo spazio curvo e sugli organismi studiandone le varie possibilità. Nell’ottobre dello stesso anno, si fa strada una nuova serie, “Allotropia”, termine che indica la compresenza di parole diverse, ma della stessa origine. In queste opere si combina nella fase iniziale lo spazio curvo, con una suddivisione geometrica dei piani, che ospitano al loro interno organismi di diverse dimensioni, compressi entro vere e proprie sequenze stereometriche o cinematografiche. Dal 1971 l’artista lavora alla serie “Polimorfico”, nella quale l’elemento quadrato convive con forme di fantasia, su un fondo di tempera industriale: “Polimorfico 48” e “Polimorfico 58” sono opere dall’effetto pittorico, che sembrano inserirsi nella scia di certa pittura astratta italiana.


OMAGGIO A DANTE VILLA
Galleria Osemont
Via Cristoforo Colombo 13 - 17012 Albissola Marina (SV)
dal 12 maggio al 24 giugno 2007
Catalogo in galleria, con testo critico di Alessandra Gagliano Candela.



ALESSANDRO GIORGI A CALICE LIGURE

Nella fase attuale del percorso artistico di Alessandro Giorgi il filo conduttore della «distruzione creativa» che sottende alla poetica del suo intero lavoro si arricchisce di una nuova riflessione. L’artista mette in discussione il problema del segno nella sua duplice scansione di significante e significato, per arrivare, infine, ad indagare la complessa relazione tra arte e comunicazione. In questo senso la rappresentazione, nel lavoro recente di Giorgi, dell’alfabeto non viene considerata soltanto come segno grafico, ma riprodotta in tutte le sue valenze semantiche e fonetiche. I testi che entrano a far parte delle sculture di Alessandro Giorgi sono infatti spesso scritti in latino a sottolineare, attraverso la scelta di una lingua che tanto valore dava al ritmo e alla metrica, l'importanza, non soltanto visiva, della struttura fonetica del testo. La coniugazione poi del linguaggio di due materiali anche "ritmicamente" tanto distanti come il marmo, che richiama la lentezza e la durata per la sua durezza e per il lavoro che richiede e il neon, che rimanda invece alla velocità, alla scansione intermittente di tempi in rapida sequenza, alla esistenza effimera per la sua fragilità, suggerisce allo spettatore di ricercare nella poesia il motivo ispiratore. È infatti la raccolta di poesie d’amore La cenere ringrazia della brace e della favilla dell’amico scrittore e critico d'arte Sebastiano Grasso, la musa di alcune delle opere recenti di Giorgi-quelle, in particolare, in cui il linguaggio si fa ambiguo fino a caricarsi di valenze erotiche che, in una languida sinestesia, coinvolgono tutti i sensi. Nella serie delle ceramiche che completano la mostra, create con l'intento di diventare elemento costitutivo dell'arredo urbano, torna ad essere affidata al colore, che nell’opera di Giorgi è struttura e mai ornamento, la funzione di ricomporre l'effetto geometrico in un nuovo orizzonte percettivo.


ALESSANDRO GIORGI
Museo d'Arte Contemporanea Casa del Console
Via Roma 61 - 17020 Calice Ligure (SV)
dal 2 al 30 giugno 2007



JANE MANUS AD ALBENGA

Opere in cui “l'artista lavora sul volume, muovendosi tra l'assoluto dei piani geometrici e la sensibilità del colore: un cercare-scappare dall'oggetto nello spazio libero, la razionalità delle forme da mettere a confronto tra loro, il colore che tutto inonda e ne caratterizza il significato emotivo”, come nota il critico Lorenzo Bruni


JANE MANUS
Galleria Ristori
Viale Martiri Della Libertà 28 - 17031 Albenga
dal 2 al 30 giugno 2007



AZULEJOS LAGGIONI A SAVONA

La mostra ha come oggetto un patrimonio artistico di grande suggestione, ampiamente diffuso in Liguria e ben rappresentato all’interno delle Civiche Collezioni genovesi e della Pinacoteca di Savona: le piastrelle in ceramica smaltata utilizzate per il rivestimento di pareti e pavimenti di chiese ed edifici privati tra XV e XVI secolo.
In un primo momento importate dalla Spagna, ma ben presto prodotte in gran numero dalle manifatture locali, queste mattonelle policrome costituiscono una testimonianza importante del legame che univa l’antica Repubblica genovese alle altre civiltà che si sono sviluppate sulle sponde del Mediterraneo.
Il contatto con la cultura figurativa di matrice islamica è attestato, oltre che dalla tipologia di una parte dei decori, anche dal nome con cui venivano indicate le piastrelle: laggioni, anche se ai motivi che si possono ricollegare all’arte musulmana e allo stile mudejar della penisola iberica si affiancarono ben presto temi d’ispirazione rinascimentale.
Le due sedi della mostra, Genova e Savona, ospiteranno ciascuna una sezione con un tema ben preciso.
A Genova il filo conduttore del percorso sarà costituito proprio dai rapporti con l’Oriente, testimoniati dal precoce afflusso di piastrelle provenienti dall’Andalusia dell’epoca nasride, dalla zona di Granada (XIV secolo), seguite poi dai numerosissimi azulejos dell’area Sivigliana, cui si affianca ben presto una produzione locale ispirata all’arte mudejar.
A Savona, invece, protagonista sarà la cultura figurativa di stampo occidentale, rappresentata dai quadri in ceramica, un ricco patrimonio di pannelli figurati d’alto livello qualitativo, che comprende una serie d’opere provenienti da collezioni pubbliche e private: dai famosi pannelli savonesi con i Guerrieri, un tempo nel Palazzo Pavesi, alla Madonna con Bambino del 1529, proveniente dal palazzo dei Del Carretto a Finalmarina e da tempo nelle Civiche Raccolte genovesi.


AZULEJOS LAGGIONI
Pinacoteca Civica - Palazzo Gavotti
Piazza Chabrol 1 - 17100 Savona
dal 21 aprile al 2 settembre 2007




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