sc@lo 10 30/04/2007

lettera sulle arti dal Ponente ligure
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Massimo Pulini
Termografia

Recensioni:
MARCELLO CAMMI - OMAGGIO POSTUMO
  di MANUELE SCAGLIOLA

GEOMETRIE IN GIOCO:
  ENZO MAIOLINO A SAN REMO

  di ALESSANDRO GIACOBBE

TIZIANO COLOMBO
  "ANIME FLUTTUANTI" A MONACO

  di MANUELE SCAGLIOLA

OTTO HOFMANN A JENA
  di SANDRO RICALDONE


Mostre:
MASSIMO PULINI AD ALASSIO
GIULIANO GALLETTA A CASA JORN
SIMONE LAMMARDO A CAIRO

Libri:
JEAN-PIERRE GIOVANELLI:
  UNA POETICA DELL'ESSERE

  di SANDRO RICALDONE







MARCELLO CAMMI - OMAGGIO POSTUMO
di MANUELE SCAGLIOLA



Marcello Cammi, particolare del giardino di Arziglia con la moglie Vittoria, foto Max Mencarelli


Alcuni mesi fa un nostro intervento su Scalo aveva cercato di attirare l’attenzione sui danni (o meglio, sul totale disinteresse) causati dall’alluvione del settembre 2006 nel giardino di cemento di Marcello Cammi in Arziglia, Bordighera.
Ecco dunque che la mostra monografica dedicata a Marcello Cammi (Sanremo 1912 – Bordighera 1994) tenutasi nel forte dell’Annunziata a Ventimiglia (7 aprile – 16 aprile 2007), curata da Marco Farotto, si presenta come una risposta concreta non solo alle nostre proteste, ma anche alla totale indifferenza che le autorità locali hanno sempre manifestato per questo artista. E siccome non appena questo articolo uscirà la mostra avrà chiuso le sue porte al pubblico, ci è sembrato più opportuno dedicare questo scritto a Cammi come un sentito omaggio postumo partendo dalle opere esposte nella esposizione.
“Scevro da ogni influenza artistica, Cammi è considerato un naïf anche se il suo primitivismo spazia dell’espressionismo al metafisico, al surreale. Si potrebbe inserire in un’area che da Van Gogh e Gauguin arriva ad Ornèore.” Così scrive Marco Farotto riguardo all’arte di Cammi nel catalogo della mostra, osservazioni senz’altro giuste e non prive di fondamento. Ma per chi ha conosciuto o solo parlato con Cammi risulta difficile non ricordare il totale disprezzo che questo uomo nutriva per ogni classificazione ed etichetta, nonché per il mondo artistico generale con tutte le sue gerarchie e teorie. Ci piacerebbe dunque rispettare questa sua opinione (pur consapevoli di tutte le ispirazioni esterne presenti nella sua produzione) nella formulazione di questo breve scritto. Se una parola deve essere usata è senza dubbio “naïf” (e dico senza dubbio perché proprio lo stesso Cammi amava usare tale espressione). Naïf, dunque, ma senza nessuna implicazione di “arte ingenua o infantile”: per Cammi tale parola era connotata in primis di tutta la fierezza di pittore autodidatta che dipinge per sé e non per le istituzioni artistiche. L’artista come forza della natura, e Marcello una forza lo era veramente sia caratterialmente che nel suo lavoro. Trattandosi di una persona cara, non posso fare a meno di ricordarlo mentre minacciava mio nonno con un bastone sbraitando come un folle in mezzo a via dei Pescatori in Arziglia, per poi accogliermi amorevolmente – lui e sua moglie Vittorina - nel suo giardino che da bambino non poteva sembrarmi altro che un posto magico e bizzarro: ogni tanto Cammi mi faceva un po’ paura con quei suoi baffoni, con quella berretta di lana e con quella mano senza un dito perso chi sa dove nella campagna di Russia.
Cammi si impossessava di qualsiasi “oggetto”: pietre, spazzatura, detriti, tavole, tele, vino, cemento. Tutto veniva sacralmente rispettato e conservato per poi essere convertito in opera d’arte contro ogni “tirannia” del materiale. Bastava fare un giro nel suo giardino o nel suo studio per rendersi conto di quanto questa persona accumulasse in attesa di un riciclo artistico! La recente mostra al Forte dell’Annunziata sembra aver prediletto, però, l’aspetto più “aulico” della sua produzione, specialmente le tele e le sculture. Mancano in realtà le lastre in gesso incise e graffiate, le ante dei mobili maldestramente dipinte, o i numerosissimi disegni dipinti col vino (unici al mondo!), forse tra le opere più originali di Cammi. Dalle macchie di vino impresse nella carta (spesso d’occasione) Cammi ricavava, con l’aiuto di una semplice penna, immagini che secondo la sua fantasia erano rinchiuse ab origine nelle forme “casuali” delle macchie, proprio come secoli prima aveva intuito quel gran visionario di Leonardo.
I paesaggi e le Nature Morte esposte nella mostra incantano per la loro immediatezza espressiva “anti-intellettuale”: in queste opere la realtà viene trasfigurata dal sentimento, l’artista diviene l’osservatore di un mondo magico (quello ligure delle radici) mai alterato nel ricordo. Fiori, vasi, paesaggi, palmeti, scorci di borghi liguri, tutto appare semplificato, il segno ora sensibile ora incisivo, la materia pastosa trabocca di colore puro. In essi vi si scorge una comunicazione diretta, un’arte illetterata, semplice, perché Cammi amava la semplicità della gente umile. Tra i capolavori di Cammi vanno sicuramente ricordati una lunga serie di ritratti, spesso semplici volti anonimi, dipinti rigorosamente su sfondi geometrici bidimensionali che ricordano ora i mosaici ora le fantasie dei tessuti. In queste tele l’artista sembra riflettere più che altrove sulla cosiddetta “arte primitiva” e sulle maggiori tendenze dell’arte moderna (vi si scorgono indubbiamente parallelismi con l’arte di Van Gogh, Gauguin, Modigliani e Ligabue, ma più che un’adesione consapevole si tratta della condivisione di un sentimento, di una “visione della vita” in comune), semplificando al massimo le fattezze dei volti, riducendoli a sagome in cui solo i grandi occhi da formica sembrano comunicare la loro irruente energia vitale. Privi di ogni connotazione temporale, queste figure hanno la dignità di santi bizantini, di vetrate gotiche o di feticci africani. Meraviglioso il Cristo del 1970: qui la faccia di Dio, bonaria ma ieratica, vera maschera africana, sembra fondersi indistintamente con il fondo “astratto” dai motivi spontanei, quasi a corroborare la sacralità della cultura popolare.
Vero capolavoro di Cammi, frutto di un’intera vita, è (dimenticavo, era) il giardino di cemento di Arziglia, luogo incantato a metà strada tra le inquietudini manieristiche di Bomarzo e la più squallida discarica suburbana della modernità. Un delirio pietrificato fatto di totem, gatti, cani, facce, biciclette, navi, tutto, proprio tutto….uno di quei luoghi che solo un personaggio singolare ed un po’ folle riesce a creare senza supporto alcuno, una cattedrale in cui viene esaltata e sacralizzata la propria paranoia creativa. La natura vi era esclusa, confiscata, ma allo stesso tempo generosamente partecipe: era la risposta di Cammi al più arido razionalismo dei nostri giorni che usa il cemento omettendo ogni arcaico impulso verso la pura manualità artigianale. Un giardino di cemento (materiale simbolo della modernità) che invece di alienare l’individuo lo riscatta dal grigiore dell’esistenza “pratica”. Se quest’opera si estendeva illegalmente su un terreno comunale non possiamo fare a meno di meditare: anche davanti alla più disinteressata creatività non si arresta l’ottusità burocratica. E per chi ha potuto passeggiare nel giardino pietrificato, le sculture esposte nella mostra, pur singolari nell’evocazione di una purezza “primitiva”, non potranno sembrare che irrimediabilmente decontestualizzate.
La bellezza nell’arte di Cammi si coglie pienamente nel senso di libertà individuale, nel gesto energico e disinteressato, nella costante trasformazione del proprio spazio in opera d’arte. Cammi sembra dirci con la sua parabola artistica che solo l’arte può guarire i mali dell’anima, fermare ogni miseria.
“Cammi Marcello re del pennello” si soleva dire per scherzo. Visto che ormai il giardino è andato perduto, speriamo che una sorte migliore tocchi al resto della sua produzione.





GEOMETRIE IN GIOCO: ENZO MAIOLINO A SAN REMO
di ALESSANDRO GIACOBBE


Enzo Maiolino, tre quadrati nel quadrato/1, 2004


Ottant'anni in gioco. Enzo Maiolino a San Remo. E dico San Remo, all’antica. E non se ne abbia il Comune organizzatore. La dimensione è storica in rapporto all’anniversario per l’autore. Una esposizione-festa di compleanno per un autore amatissimo nell’estremo Ponente ligure e non solo, caro anche a quella libero regno del concetto reso concreto che si è affermato in Germania. E si sa che da queste parti non ci sono solo stranieri amanti del mare e basta, ma molti amanti dell’arte e capaci di far conoscere un Maiolino anche attraverso una serie di esposizioni tedesche come ha fatto Walter Vitt.
La scelta operata è stata quella di presentare gli ultimi sette anni di produzione di Maiolino. Dunque non una necessità di ripercorrere lustri di attività. La sintesi del percorso concettuale, formativo ed autoformativo di Enzo la si ritrova in catalogo, nel saggio di Paola Valenti, didattico, utile per qualsiasi insegnante di Storia dell’Arte. Si è voluto vedere il percorso del XXI secolo, maturo e convinto, ove però ci sono innumerevoli possibilità di rilancio, di apparente novità. Il gioco è il tema conduttore di questa esperienza in un decennio che, fuori dalla porta, corre sul filo di enormi tragedie. Un gioco che è fatto di elementi, dipinti, tagliati (tanti i collages), posti in rilievo. E poi le rinnovate esperienze dei Tangram, la memoria di Esamini e Pentamini, che si meritano la lettera maiuscola per come sono stati nel tempo nobilitati. Attenzione da ritaglio di forme come è il ritaglio di quotidiano, di una fotografia, di una locandina, come individuato da Loretta Marchi nel saggio sulla dimensione raccoglitrice e memorialistica dell’autore sommessamente celebrato, in quanto anticelebrativo per dimensione personale. Nell’insieme dell’esposizione spiccano alcune soluzioni. E direi che il concreto delle forme regolari trovi qui nuove dimensioni. Spinge verso la tridimensionalità. Non c’è la particolarità della Composizione E.M. X87, una serie di aste larghe di ideogrammatica memoria, isolate, ma forse pensate in prospettiva. Si guardi piuttosto ai due entusiasmanti rilievi, un omaggio al Tangram ed un reticolo di linee che diventano forma ed anche ombra riportata. E poi le composizioni realizzate con la tecnica del timbro a secco. Dunque ancora di più ricerca verso la terza dimensione, la quarta, la quinta (teatrale), la possibilità delle infinite combinazioni per cui ci vogliono le mille vite di artista che lo stesso autore indica per le possibilità creative dei suoi semplici elementi, ingredienti di cucina artistica. Cucina, quel teatro alchemico che forse Leo Lecci non ricorda, ma che pensa, tra le righe di un contributo misurato, “concreto” in apertura del catalogo.
A questo punto manca solo un’osservazione finale. E si piazza così, a chi la sappia raccogliere: c’è tanta storia di Bordighera, in questi sette anni di lavoro e nel catalogo stesso. Possibile che una città che si è reputata internazionale non abbia ancora una sua collezione permanente, nella memoria e per il futuro, di arte moderna e/o contemporanea, di palestra didattica per le giovani generazioni?





TIZIANO COLOMBO
A PROPOSITO DI "ANIME FLUTTUANTI"

di MANUELE SCAGLIOLA


Tiziano Colombo, dalla serie 'Anime fluttuanti'


Recentemente la Galleria Maretti-Arte Monaco ha esposto una serie di tele del giovane artista lombardo Tiziano Colombo dal titolo “Anime fluttuanti”. Si tratta di primi piani di volti femminili immersi nelle acque fosforescenti di una piscina. Per essere precisi, si tratta di un grande autoritratto dell’artista a cui fan da corollario numerose tele con volti femminili ritratti nelle più diverse posizioni. L’impressione generale è che Nettuno e le oceanine abbiano abbandonato i mitici fondali del Mediterraneo per nascondersi dentro qualche anonima piscina comunale. Servendosi della tecnica dell’aerografo Colombo ci offre in queste tele un iperrealismo fotografico dalle tenui colorazioni pastello. Eppure tale meticolosità iperrealista, così fredda ed “oggettiva”, è lontanissima dai risultati raggiunti da altri celebri esponenti di questa tendenza pittorica (pensiamo, solo per citare due celebri nomi, alla piatta descrizione della banalità del sogno americano espressa nelle tele di Robert Bechtle, o al misticismo metafisico del cileno Claudio Bravo). I volti di “Anime fluttuanti”, pur partendo da modelli fotografici, sembrano dotati di una dimensione ultraterrena. Immersi nell’acqua, questi visi sembrano subire una metamorfosi marina, trasformandosi in strane creature dalla flessuosità acquatica: i capelli volteggiano ora come delicati tentacoli di meduse evanescenti ora come quelli di poderosi polpi; nell’acqua, la pelle assume una colorazione irreale, mentre tutto intorno ai volti orbitano bolle d’aria che frammentano la superficie con effetti prismatici. A volte il taglio della composizione scelto da Colombo accentua il mistero di tale apparizione, immergendo i visi in una sospensione metafisica: come ha osservato Bernadette Dejean de la Bâtie, curatrice del catalogo, i volti perdono la loro materialità per convertirsi in puro spirito. Riflettendo sul significato di queste tele, ci sembra che la questione centrale, oltre che ad una meditazione sulla identità, sia di carattere nettamente meta-artistico. Ogni immagine (specialmente se “realistica”) è il punto di partenza del proprio simbolismo, della propria astrazione e della propria metafisica. Osservando distrattamente una qualunque fotografia (l’immagine più “reale” per eccellenza) non potrà che sembrarci in un primo momento niente altro che una fetta di realtà. Ma osservandola attentamente, studiandola e decontestualizzandola, ci accorgeremo che quella immagine è irrimediabilmente chiusa in un proprio universo. In essa ogni dato, ogni dettaglio, è il punto di partenza per infinite interpretazioni (personali) secondo letture puramente simboliche e/o allegoriche che non hanno niente a che vedere con la “realtà” di un momento preciso e definito. Ecco dunque che i visi enigmatici di “Anime fluttuanti” sono a metà strada tra la più pura tradizione iperrealista e la più libera interpretazione simbolista: i volti, benché pienamente riconoscibili nella loro fisicità tutta carne ed ossa nascondono un lato immateriale e fantastico, diventano esseri eterei (come se l’acqua in cui sono immersi fosse aria al tempo stesso), spiriti, “anime” e fantasmi frutto di una bizzarra ibridazione pop-mitologica. Iperrealismo, dunque. Per quale motivo i giovani artisti si ostinano a ricorrere a tecniche iperrealiste quando da tempo l’imitazione del visibile è stata sostituita dagli apparecchi fotografici? Condanna-benedizione della cultura occidentale che non può fare a meno di secoli di riproduzione del mondo naturale? La formazione artistica di Colombo è radicata nel mondo dei mass-media, degli spot televisivi e della decorazione di interni. Con abilità tutta artigiana e con una leggerezza eclettica che lo ha portato ad occuparsi dei più diversi progetti artistici (spesso senza quella obsoleta distinzione tra arte “alta” e arte di “decorazione”), con “Anime fluttuanti” (così come in molti altri suoi lavori) l’artista ci propone un mondo pienamente riconoscibile e vero, anzi, più vero del vero, tipico delle seduzioni pubblicitarie delle riviste e della tv. Eppure il messaggio è ben diverso: la seduzione qui non serve a stimolare il pubblico a comprare un prodotto, bensì ad accendere in esso una scintilla di meraviglia per quella spiritualità che si nasconde nel quotidiano oltre la semplice apparenza. Dipende dall’occasione e le immagini a cui siamo distrattamente abituati perdono ogni riferimento casuale per rivelarci la loro incombenza mitologica.





OTTO HOFMANN A JENA
di SANDRO RICALDONE


Otto Hofmann, Ligurisches Sommernacht - Notte estiva di Liguria, 1977


Studiare al Bauhaus, negli anni ’20, è stata senza dubbio per un giovane artista una grande opportunità. Per il carattere radicalmente innovativo dei programmi d’insegnamento e per la levatura dei maestri, architetti come Gropius e Van der Rohe, pittori come Klee e Kandinsky, sperimentatori del mezzo fotografico come Moholy-Nagy ed Herbert Bayer. Una chance che comportava un rischio non trascurabile: quello di trovarsi schiacciati dalla personalità degli insegnanti.
Che con autori della statura d’un Kandinsky fosse davvero arduo competere, risulta patente dalla rassegna “Wassily Kandinsky e l'astrattismo in Italia 1930–1950” in corso a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, dove il confronto è chiaramente sbilanciato in favore dell’artista russo.
Questo si può dire sia stato il problema che, analogamente ai suoi colleghi, il giovane Otto Hofmann, uscito a 24 anni, nel 1931, dai corsi del Bauhaus, si è trovato ad affrontare. La soluzione che individua quasi immediatamente - e che ne costituirà sino agli anni più tardi, trascorsi nel buen retiro di Pompeiana, la cifra costante – consiste in una peculiare associazione di cornice astratta e di elementi figurali all’interno di una rinnovata interpretazione dei temi del ritratto e, soprattutto, del paesaggio.
A corroborare questa considerazione, già avanzata in precedenza, viene ora la possibilità di esaminare in un contesto unitario l’intero svolgimento dell’opera del pittore offerta dalla rassegna … da poco inaugurata presso lo Stadtische Museum di Jena, in occasione del centenario della nascita. Sin dai dipinti del 1931-32 (anno quest’ultimo nel quale Hofmann tiene la sua prima personale al Kunstverein di Jena) si può osservare l’emergere, accanto ad un uso lirico del colore, cui l’esperienza del Bauhaus l’aveva preparato in specie attraverso la lezione kandinskiana un’attenzione allo spazio che in una pluralità di composizioni risulta articolato sullo schema del paesaggio, scompartito da una linea d’orizzonte ed abitato da elementi naturalistici (case, mongolfiere, vele ecc.) seppure stilizzati.
Nel periodo della seconda guerra mondiale, che l’artista (già emarginato dalla crociata nazista contro l’“arte degenerata” e fondamentalmente pacifista) vive sul fronte russo, questa sua attenzione al paesaggio si esprime in una serie di acquarelli inseriti nelle lettere inviate alla famiglia, opere necessariamente di formato minimo ma di grande intensità nelle quali dà vita ad una sorta di realismo fantastico, ritraendo villaggi ed isbe su sfondi incendiati dal tramonto, con una partecipazione che riesce ad oltrepassare la brutalità del conflitto.
Dopo gli anni della maturità, trascorsi fra Berlino e Parigi, che vedono la rielaborazione e il compimento formale delle originarie intuizioni giovanili, questa poetica di trasfigurazione del paesaggio (e, sotto un certo profilo, del cosmo) in forme astratte elementari trova una definitiva impaginazione nel ciclo di lavori di grande dimensione dedicati alle stagioni (1976-1977) realizzati a Pompeiana, al cui centro si colloca la “Notte estiva ligure”, autentico inno alla natura della nostra regione.
“E’ proprio per questa sua profonda adesione al paesaggio del Ponente ligure, il territorio dove Otto Hofmann aveva scelto di vivere che tenevo particolarmente a presentare a Sanremo, in prima assoluta, questa retrospettiva che ne celebra il centenario”, commenta Giovanni Battista Martini, curatore della rassegna. “Mi spiace che valutazioni a mio parere inappropriate l’abbiano impedito. In ogni caso la mostra si è fatta egualmente e il catalogo dà conto della qualità del lavoro dell’artista”.
Non è probabilmente la prima volta che, in Liguria, l’arte contemporanea ha suscitato dispute che hanno fatto perdere occasioni storiche, come nel caso della Collezione Della Ragione, finita a Firenze, o del Museo sperimentale di Eugenio Battisti, ora a Torino. “Certo – riflette Martini – l’arte del Novecento e di questo primo scorcio del nuovo secolo non è particolarmente favorita neppure a Genova dove ho lavorato per più di trent’anni con Alberto Ronchetti e continuo ad operare. Le mostre di Palazzo Ducale assorbono la maggior parte dei finanziamenti ed agli altri spazi, in primo luogo al Museo di Villa Croce, non sono assegnate risorse sufficienti”.
Il che non impedisce comunque al Museo di allestire esposizioni di notevole spessore come l’attuale “In pubblico. Azioni e idee degli anni ’70 in Italia” o l’antologica di Allan Kaprow, prevista per l’autunno. Chiediamo a Martini se nei futuri programmi degli enti genovesi potrebbe esserci spazio anche per Hofmann. “Per ora non se ne è parlato”, replica. “Ci sono però contatti altrove, per una presentazione italiana della mostra in una sede prestigiosa”.
(da "Il Secolo XIX" - 8/4/2007)

Otto Hofmann
Gemalde und Zeichnungen / Dipinti e disegni
Stadtische Museen Jena
Kunstsammlung im Stadtmuseum, Markt 7, 07743 Jena
25 marzo - 3 giugno 2007




MASSIMO PULINI AD ALASSIO


Presso la ex Chiesa Anglicana di Alassio si è inaugurata domenica 29 aprile 2007 alle ore 18 la mostra "Certi sguardi della pittura", di Massimo Pulini (Cesena 1958). La mostra e' patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Alassio ed e' a cura del critico d'arte Nicola Davide Angerame.
La mostra presenta per la prima volta un confronto tra due importanti serie pittoriche dell'artista, ovvero tra i dipinti in bianco e nero eseguito a olio su -radiografie- mediche, appartenenti anni che vanno dal 1989 al 1996 circa, e le piu' recenti -termografie- iniziate nel 2000 e realizzate con smalti industriali su radiografie e su laminato, dai forti effetti coloristici.

La prima attività in campo artistico di Massimo Pulini si svolge nella veste di pittore: ha esposto, a partire dal 1976, in importanti gallerie private e pubbliche, sia italiane che internazionali. Ha partecipato, all'inizio degli anni Ottanta, a fondamentali mostre curate dai critici Maurizio Calvesi, Italo Tomassoni e Italo Mussa, che furono all'origine di raggruppamenti artistici, definiti rispettivamente: Anacronisti, Ipermanieristi o Pittura Colta. Successivamente ha affrontato un lungo tragitto di ricerca individuale, sempre in dialogo con la Storia della Pittura e con la memoria, che lo ha portato ad allestire vaste personali in Musei italiani e francesi, come l'esposizione tenuta a Villa Adriana di Tivoli (1997) e le antologiche della Saline Royale di Besançon (1997) e della Galleria Nazionale di Parma (1999). Da oltre un ventennio svolge ricerche nel campo della Storia dell'Arte, e ha pubblicato vari saggi su importanti riviste scientifiche, come "Studi di Storia dell'Arte", "Nuovi Studi", "ARTE/Documento", "Accademia Clementina", "Ars" ecc.
I suoi saggi hanno avuto come oggetto diversi artisti del XVI e XVII secolo e hanno aggiunto importanti novità al catalogo e ai documenti relativi ad artisti come Lorenzo Lotto, Andrea Lilio, Guercino, Domenico Fetti, Pietro Novelli, Alessandro Turchi e altri. Oltre alla monografia sull'opera completa di Andrea Lilio ha curato le mostre Guercino. Racconti di Paese (Cento, Pinacoteca Civica, 2001); Guercino. Le collezioni ritrovate (Iglesias, Palazzina Bellavista, 2003) e la vasta monografica Guercino. Poesia e sentimento nella pittura del Seicento in corso presso il Palazzo Reale di Milano e itinerante a Roma (Palazzo Venezia, 2004) e a Londra (Royal Accademy, 2004-2005). Ha partecipato anche alla realizzazione della mostra Seicento Eccentrico tenutasi al Forte di San Leo nel 1999 e a quella dedicata ad Alessandro Turchi detto l'Orbetto, tenutasi a Verona nel 1999. Attualmente e' docente di Pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna, dopo aver insegnato in varie accademie italiane. Nel 2000 e' stato invitato ad allestire una sua composizione di opere pittoriche alla vasta rassegna retrospettiva sul "Novecento italiano", allestita presso le Scuderie Papali del Quirinale con la cura di Maurizio Calvesi e Paul Ginsborg. Nel 2002, per conto dei Musei Vaticani, ha realizzato la decorazione della volta di una delle stanze degli appartamenti papali. Recentemente ha pubblicato il volume Il secondo sguardo (Medusa editrice, 2002), che tratta il ruolo della copia nella pittura italiana del Seicento.

-Nello scorrere il curriculum vitae di un artista come Massimo Pulini - sostiene Monica Zioni, Assessore alla Cultura di Alassio - ci si rende conto della enorme forza culturale che il nostro Paese ancora detiene quando sa mantenere vivo il dialogo con la propria tradizione senza manierismi. Pulini e' un artista colto, intenso, capace di sentire sulla propria pelle, trasmettendocela, l'attualità della pittura di un glorioso passato. Con questa mostra si vuole sostenere il valore di una pittura che molti maestri italiani hanno inteso riproporre negli ultimi decenni attraverso visioni originali, interpretazioni innovative, approcci concettuali e usi moderni di materiali che parlano del nostro tempo. Un ruolo culturale, quello di Pulini, che va ben oltre quello del solo artista e si allarga a quello del conservatore dei nostri tesori nazionali e del continuatore della grande pittura come dimostra la sua recente realizzazione, per conto dei Musei Vaticani nel 2002, della decorazione della volta di una delle stanze degli appartamenti papali-.

-Dipingere - spiega Nicola Davide Angerame nel testo in catalogo - significa sempre adottare uno sguardo, aprire un proprio orizzonte di senso all'interno di una radura piu' estesa nella quale il tempo e lo spazio si condensano in quella strana materia di cui sono fatti i nostri piu' alti valori estetici, morali e teorici. Per Massimo Pulini dipingere significa toccare con uno sguardo personale il corpo della storia, dei suoi miti, dell'umano e dell'arte con l'intensità dell'intuizione ma anche con la forza di una dedizione che gli suscitano le opere dei grandi maestri del passato. L'opera di Pulini evidenzia la necessità oggi di riflettere su un concetto, quello della -formazione- dell'artista e di tutti noi. Una formazione il cui concetto piu' alto risale alla -paideia- degli antichi greci e alla -bildung- dei romantici tedeschi. Si tratta di una educazione sentimentale ai valori della civiltà che condividiamo e che rischiano di essere troppo presto dimenticati per un eccesso di modernismo e di progressismo il cui volto oscuro e' offerto dall'oblio del nostro passato-


Massimo Pulini
Certi sguardi della pittura
a cura di Nicola Davide Angerame
Ex Chiesa Anglicana
Via Adelasia 7 – Aassio SV
29 aprile - 3 giugno 2007




GIULIANO GALLETTA A CASA JORN

L’evento – inserito in una serie di iniziative dedicate al cinquantesimo anniversario della nascita dell’Internazionale Situazionista, fondata a Cosio d’Arroscia nell’estate del 1957 ma legata strettamente ad Albissola – si caratterizza come un omaggio a Asger Jorn da parte di un artista “anomalo”, fuori dagli schemi del mercato dell’arte, che ha sempre lavorato sulla dimensione estetico-comunicativa, in una linea che, idealmente, prende le mosse proprio dall’elaborazione teorica del-l’Internazionale Situazionista.
L’installazione di Galletta, ideata appositamente per lo spazio di Casa Jorn, è divisa in tre parti, corrispondenti alle tre stanze del piano superiore.
Nella prima sala sono presentati lavori fotografici storici tratti dalla mostra “appunti per la casa pericolosa” del 1990 e una parte dell’“Archivio del caos”, work in progress dell’artista, che presenterà i faldoni dedicati a memorie e materiali concernenti l’I.S..
Nelle altre sale due ambientazioni inedite: “Lo shopping sentimentale” e “Fenomenologia dello spirito”, incentrate, in modo diverso (la prima è di tipo oggettuale la seconda video), al tema del détournement. Il libro-catalogo pubblicato in occasione della mostra conterrà un saggio del giovane filosofo Simone Regazzoni, allievo di Jacques Derrida, che affronterà tre parole-chiave per il lavoro di Galletta: supplemento, détournement, scarto.


Giuliano Galletta
Archivio del caos e memoria dell'Internazionale Situazionista
a cura di Sandro Ricaldone
Casa Museo Jorn
Via G. D'Annunzio 6-8 - Albissola Marina SV
dal 22 aprile al 15 maggio 2007



SIMONE LAMMARDO A CAIRO MONTENOTTE

La Galleria d’Arte TECHNE di Cairo Montenotte presenta la Mostra Personale “FEMMINILE” dell’ artista Simone Lammardo. Nelle sue opere si può rintracciare un percorso estetico che va dalla contemplazione della figura femminile sino al ritratto della donna come natura complessa e misteriosa. La bellezza della donna diventa protagonista nella vita delle sue opere, dove non esiste “dominio sessista” e dove la femminilità non è una categoria ma un fulcro per la coppia e per la vita quotidiana. La donna di Simone Lammardo non è una donna da compere eccesive, da shopping domenicale, non è una donna sottomessa a qualcuno oppure a qualcosa, Simone Lammardo la ritrae semplicemente come una figura eterna e carnale nell’atto dell’amore per se stessa per il proprio uomo e per gli altri. Il suo mezzo espressivo preferito è l’olio su tela, per la possibilità delle sue atmosfere.
Di lui il critico Andrea Diprè scrive: “Come tutti i grandi artisti, Simone Lammardo sa che il suo compito è dare corpo ai sogni; il pittore è come un santo (e pochissimi lo sono): deve fare miracoli. Poveri e deboli sono gli altri che si dibattono in intellettuali sperimentazioni cercando di ovviare, con le apparenti complicazioni, alla loro inettitudine, alla loro incapacità di fare miracoli. Così Lammardo non vuole riconoscere la logica dei gruppi e delle mode; deve raccontare il suo mondo fantastico e lo fa nel migliore dei modi possibili. Il suo discorso comanda la pittura, non il contrario: ed è una fantasia senza limiti costruita con le ossessioni dell’infanzia e dell’adolescenza”.
Valentina Sclavo

Simone Lammardo e' nato a Genova, il suo Studio si trova a Giustenice, nel Savonese. Ha conseguito il titolo di Maestro d'Arte presso l'Istituto Statale d'Arte "Walter Gropius" di Imperia, ottenendo alcuni primi riconoscimenti artistici d'impronta storico-sociale. Ha cominciato l'attività espositiva nel 2000. Tra le sue esposizioni si segnalano: Rassegna d'Arte Contemporanea "Magica", Castello Estense, Ferrara, 2002; Personale Sala Olimpia di Artecultura, Milano Brera, gennaio-febbraio 2003; Personale "OniricaMente" presso la Biblioteca internazionale di Bordighera (Im), giugno-luglio 2003; Mostra personale "Forma e contenuto", Via Stella, Loano, 2005.Personale "Eticantropia", mostra Eventi Legrenzi, Venezia-Mestre, 2006.Collabora con la MEMOLI Arte Contemporanea, Busto Arsizio (VA) , il Centro Artesnova, San Marcellino (CS), la Greco Arte, Bari.


Simone Lammardo
Femminile
Galleria Techne
Via Portici 22 – Cairo Montenotte (SV)
Dal 21 Aprile al 12 Maggio 2007



JEAN-PIERRE GIOVANELLI: UNA POETICA DELL'ESSERE
di SANDRO RICALDONE


“Trovare nuove modalità di superamento e uscita dalla triste reclusione nel tema della morte dell’arte”: questo il compito che John Rajchman, docente di teoria e critica delle arti alla Columbia University, assegna agli artisti del XXI secolo. Un varco difficile da individuare, se è vero che – come sostiene lo studioso americano – a partire da Hegel si è radicata in un simile orizzonte una linea di pensiero che ancor oggi si esprime nelle attitudini malinconiche di critici ed artisti oltre che di pensatori come Paul Virilio e Jean Baudrillard.
Proprio in questa prospettiva risulta importante il contributo che Jean-Pierre Giovanelli, “esponente di quella corrente teorica che cerca approcci materialisti per reinventare aisthesis ed estetica”, è venuto elaborando a partire dai primi anni ’70 e che Jean-Paul Thenot ricostruisce nel volume “Jean-Pierre Giovanelli: una poetica dell’essere”, pubblicato – a cura di Viana Conti - dall’editrice genovese Il Melangolo e presentato nei giorni scorsi a Nizza, a rimarcare il legame particolare stabilito dall’artista con la nostra città dove ha ripetutamente esposto il suo lavoro.
Se nelle prime esperienze, legate alle impostazioni dell’Art Sociologique, Giovanelli si volgeva ad investigare gli aspetti del sistema artistico e culturale (ad esempio con “Nous sommes tous des écrivains», azione svolta nel 1978 proprio con Jean-Paul Thénot al Festival Internazionale del Libro di Nizza, nella quale i visitatori avevano la possibilità di trasformarsi in autori) in seguito l’attenzione dell’artista si concentra, sempre problematicamente, sulle nuove tecnologie e sugli spazi virtuali ch’esse dischiudono. E’ con l’“Intervention sur le dialogue” (1985) - tenuto alla Galerie d’Art Contemporain di Nizza, nel quale i dialoghi di due diversi personaggi con l’artista, ripresi in video, venivano rimontati come un dialogo diretto fra i due interlocutori – che Giovanelli inaugura questo nuovo filone accostandosi alle tesi dell’“Estetica della comunicazione”, il movimento fondato l’anno prima da Mario Costa e Fred Forest, mantenendo tuttavia una distanza critica dal versante più interessato a saggiare le implicazioni artistiche dei nuovi dispositivi per dedicarsi ad approfondire «l'aspetto poetico che si trova, forse, all'interfaccia fra la realtà ed il virtuale» cui valgono di fermento «i tratti ricorrenti della nostra cultura e la nostra memoria genetica».
In questa direzione riveste un particolare significato “IO”, l’installazione realizzata nel 1996 a Genova, da Leonardi V-idea. Incentrata sulle immagini emesse da due schermi - il primo sovrastato ed il secondo nascosto da una roccia - su cui scorrevano rispettivamente le immagini dei cerchi concentrici prodotti dalla caduta d'una goccia d'acqua, e riflessa da uno specchio d'olio nero, una bocca che recitava i testi del TAO sull'essere, quest'opera ribaltava la spersonalizzata logica binaria 0.1., che riflessa specularmente si converte in una figura dell'IO, in uno spazio interiore che, come l’onda originata dalla goccia, di continuo si espande e si riforma. Analogamente “Conflictus” (Galerie des Ponchettes, Nizza, 2001) disegnava nell’ambiente rabbuiato e cosparso di sabbia uno spazio di meditazione, segnato dall’assenza dell’uomo, “in conflitto con la sua costituzione fisica e spirituale, con l’altro, individuo o massa, e soprattutto, con la natura e la sua rappresentazione”, simboleggiata da una sedia vuota posta di fronte ad un schermo su cui scorrono immagini d’un panorama marino. “Il conflitto genera la coscienza”, recitava la scritta mobile che attraversava l’installazione da ultimo evocata. Una coscienza che per l’artista non è semplice acquisizione intellettuale ma una forma complessa di consapevolezza che coinvolge la sfera sensoriale e gli archetipi celati nel nostro inconscio. “Le installazioni di Jean-Pierre Giovanelli hanno una profondità insospettata. L’apporto della loro significazione travalica spesso le immagini che mostrano e non mostrano, le parole che dicono e non dicono” conclude Thenot. “La poesia, d’altronde non continua a parlare al di là di ciò che dice?”.
(da "Il Secolo XIX" - 30/4/2007)


Jean-Paul Thenot
Jean-Pierre Giovanelli: una poetica dell'essere
a cura di Viana Conti
postfazione di John Rajchman
Il nuovo Melangolo, Genova 2006




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