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FRANCIS BACON - DAVID HOCKNEY: "LA FIGURE HUMAINE" (INCISIONI E LITOGRAFIE)
MARC MUELLER: SCULTURE
di MANUELE SCAGLIOLA
Francis Bacon e David Hockey, due colossi della pittura del Novecento. Molto interessante questa mostra che il castello della Lucertola dedica alla produzione grafica di questi artisti così lontani nelle loro poetiche, ma così vicini nella costante proposta delle proprie ossessioni. Il titolo della mostra “La figure humaine” è certamente appropriato visto che è proprio il corpo umano (e specialmente quello maschile) la tematica predominante nelle opere di entrambi.
L’immaginario di Bacon (Dublino,1909 – Madrid, 1992) si è ormai impresso nelle menti della contemporaneità: entro claustrofobiche gabbie prospettiche che ricordano gli angusti spazi di certi palchi di cabaret si svolge la tragedia della carne, corpi scorticati, macellati in cui il sangue caldo si mescola a contorsioni animalesche, in battaglie sessuali, in improvvise e virulente malattie del corpo e della psiche che scoppiano in angosciose visualizzazioni di una violenza tutta domestica. Bacon incarna il male universale: nel gioco del dominio si sacrifica sempre una vittima che urla di dolore come la anziana donna ferita nell’Armata Potemkim. Le litografie di Bacon sono entusiasmanti come i suoi quadri, così perfette ed accurate nell’uso del colore. Si pensi allo straordinario “Edipo e la Sfinge” (in mostra), dove l’eroe del dubbio viene sostituito da un piede ferito, fasciato con bende grondanti di sangue, che si confronta silenziosamente con una Sfinge inquietante e lontanissima. Altrettanto celebre la serie “Miroir de la Tauromachie” dove la esplicita crudeltà di Bacon incontra il macabro teatro della morte delle Corride. Ricordiamo che all’ingresso della mostra sono esposte alcuni celebri fotografie che ritraggono il viso “diabolico” di Bacon ed il suo disordinatissimo studio londinese.
Del tutto opposta la visione dell’inglese David Hockney (Bradford, 1937). Ispirato in certo qual senso dal movimento POP, Hockney descrivere con sottile umorismo tipicamente britannico e con un eccezionale talento grafico gli agi della vita moderna (le docce, le piscine in cui nudi maschili si divertono in acquatici e solari piaceri), toccando, senza mai raggiungere, le soglie del iper-realismo. Al contrario di Bacon, Hockney è mondialmente conosciuto per le sue incisioni a cui si è dedicato con sempre maggior insistenza dopo la fortunatissima serie “A Rake’s Progress” apparsa nel 1961. Divertente come un comic-strip, il disegno spigoloso e nervoso della serie “Grimm” mette in scena situazioni umane interpretate con arguta ironia in cui non è difficile leggervi un garbato commento morale (il povero protagonista di “He tore himself…” si fa letteralmente a pezzi da solo!). Buona parte della produzione grafica di Hockey è dedicata ai ritratti: da quelli appena accennati (Gregory, 1974) si passa ad altri in cui solo le parti più espressive del corpo (mani, volto, piedi) sono delineate con una precisione a dir poco sbalorditiva (Mo McDermott, 1976; Yves-Marie, 1974).
Compagne di viaggio in questa mostra sono le sculture del giovane artista svizzero Marc Mueller (Ginevra, 1972). Gli oggetti dell’uomo (scarti industriali come sbarre di ferro o lamine di metallo contorto) incontrano il mondo naturale dei sassi levigati in libere composizioni vibranti di giocosa ritmicità. Un omaggio alla tradizione di David Smith ed Anthony Caro.
Francis Bacon – David Hockney
“La figure humaine” – Incisioni e litografie
Marc Mueller – Sculture
Apricale, Castello della Lucertola
Periodo: Dal 10 dicembre 2006 al 4 marzo 2007
Dal martedì al sabato dalle 14.30 alle 18.30
domenica dalle 10.30 alle 12.00

GABRIELE BASILICO: ÉTAT DES LIEUX
di MANUELE SCAGLIOLA
Fotografo di fama internazionale, l’architetto Gabriele Basilico (Milano 1944) ha legato il suo nome alla fotografia di paesaggio urbano. La sua competenza in tale campo gli ha permesso, unico tra i fotografi italiani contemporanei, di partecipare nel 1984 alla prestigiosa missione fotografica D.A.T.A.R per documentare le trasformazioni del paesaggio urbano francese, ed inoltre, nel 1991, alla Mission Photographique de Beirut per documentare la città devastata dalla guerra.
In questa mostra la galleria In Camera accosta rispettivamente il primo lavoro di Basilico dedicato alle fabbriche milanesi (1983) e le sue ultime fotografie in cui si indaga sul paesaggio urbano di Montecarlo. Nel primo caso colpisce la freddezza “metafisica” degli spazi e delle architetture industriali della periferia milanese: l’occhio del fotografo sembra prediligere gli aspetti puramente estetici di queste strutture (dis)umane, ma non prive di una nobile “classicità” senza tempo, mettendo in risalto, grazie ad un magistrale uso della luce, le qualità geometriche dell’architettura funzionalista fondata su principi di simmetria e di razionale suddivisione delle parti. Per quanto riguarda il secondo lavoro, sicuramente meno affascinante rispetto ai “ritratti” delle fabbriche, il fotografo ci propone una porzione del complesso e disomogeneo tessuto urbano di Monaco appiattito in una visione puramente bidimensionale (l’effetto si deve ad una “presa” dall’alto che “neutralizza” le emergenze monumentali dei grattacieli monegaschi), quasi si trattasse di una tappezzeria dal disegno astratto tutto linee, angoli e curve.
Gabriele Basilico
"État des lieux"
Galleria In Camera
“Le Saint-André”, 20 Boulevard de Suisse – Monaco
Dal 15 dicembre 2006 al 25 febbraio 2007
Dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00

INCONTRO CON L'ARTISTA: YOUN
di MANUELE SCAGLIOLA

Probabilmente mentre la piccola YOUN guardava manga in TV nella sua casa in Corea, dall’altra parte del mondo pure io, come altri milioni di bambini, mi intrattenevo con gli stessi cartoni animati made in Japan. Proprio grazie alla televisione i cartoni animati (sia asiatici che occidentali) sono diventati un punto di riferimento culturale per intere generazioni, un linguaggio “universale” facilmente assimilabile in virtù della contaminazione dei generi e delle mode giovanili. Proprio grazie alla globalizzazione mediatica gli artisti di culture diverse riescono a varcare i limiti nazionali per imporre altrove un bagaglio “visivo” comune e pienamente riconoscibile dalle masse. Oramai, nonostante certi insormontabili ostacoli linguistici, le immagini ci fanno sentire “a casa” in qualunque parte del mondo. Niente di strano, data questa premessa, che per YOUN, artista di origini asiatiche, ma da tempo residente in Francia, lo scontro-incontro tra culture lontanissime venga riassunto più che in una “diversità” indecifrabile delle immagini, in una mera questione di “tempo”, intendendo che la vita in Francia abbia mantenuto una dimensione più umana e “lenta” rispetto ai ritmi frenetici delle metropoli asiatiche.
Nata a Seul nel 1971, YOUN si trasferisce già adulta in Francia, prima ad Aix-en-Provence dove impara il francese, poi a Strasburgo dove svolge i suoi studi artistici ed infine a Nizza (città culturalmente vivace grazie alla fama internazionale della “Scuola di Nizza”) dove attualmente vive e lavora.
YOUN è prima di tutto una scultrice. Le sue figure, sia quelle in piccole dimensioni realizzate in argilla, sia quelle in scala monumentale in resina, raffigurano paffuti ragazzi e ragazzi dagli occhi a mandorla (l’artista mi ha spiegato che in realtà tutte le figure delle sue opere sono una specie di autoritratto) effigiati in atteggiamenti burleschi o in situazioni comiche: si agitano, gesticolano, a volte espansivi, a volte introversi. In questi “folletti”, oltre alla grande perizia tecnica e la meticolosa cura dei dettagli, colpisce l’attenzione con cui l’artista osserva e traduce gli stati d’animo dell’umanità, “fotografati” con freschezza e delicata ironia. Per quanto riguarda le figure femminili, così festose e colorate, si potrebbe ricorrere ad un confronto con le celebri “Nana” di Niki de Saint Phalle, artista che YOUN ammette di conoscere senza comunque sentirne l’influenza. Una piccola composizione in argilla ha attirato la mia curiosità: si tratta di un uomo ed una donna, forse una coppia, le cui parti genitali appaiono “scambiate”. Chiedendo all’artista cosa intendesse con tale espediente, mi ha semplicemente spiegato che se gli esseri umani riuscissero ogni tanto a scambiarsi i sessi, vedrebbero la vita sotto prospettive differenti”. Affermazione che potrebbe applicarsi anche al mondo dell’arte, dove l’attività maschile è (da sempre) predominante.
Lontana dalla giocosa tridimensionalità delle opere scultoree, la pittura di YOUN appare notevolmente influenzata dalle tecniche artistiche comuni nei cartoni animati: una pittura piatta e fluttuante, strettamente bidimensionale, dove vasti campi di colore puro e squillante si ingolfano in marcati “confini” lineari e dove ritornano, privi di ogni connotazione volumetrica, i divertenti personaggi delle sculture, intrappolati questa volta in coloratissime casette alla Pin & Pon. L’arte di YOUN, e soprattutto la sua pittura, descrivono il mondo ed i comportamenti umani sotto una prospettiva che con molto rischio si potrebbe definire “infantile” (senza che tale parola implichi connotazioni negative), in un ricupero del mondo dell’infanzia che tutto converte in cartone animato. “La pittura è una attività professionale per adulti, ma gli adulti si comportano da bambini. Litigano tra di loro, si arrabbiano per il giocattolo rotto: ecco perché li dipingo come cartoni animati”, mi ha spiegato l’artista.
Sicuramente questa giovane coreana non è la prima a far confluire nella sua arte il mondo dei comic-strips: prima di lei Lichtenstein e gli artisti POP americani, contemporaneo a lei Takashi Murakami ed in generale tutto il POP asiatico. Ma la sua originalità risiede soprattutto nella capacità di interpretare la realtà di tutti i giorni come se fosse un cartone animato senza assumere modelli “iconografici” preesistenti. In pratica, sembra che la mente di YOUN elabori un suo proprio fumetto con il quale identifica la propria esistenza (e di conseguenza la propria visione artistica) e di cui la vera protagonista è solo ed esclusivamente se stessa.
Mentre la “high art” di ogni nazione è confinata nei musei e nei cervelli di pochi eletti, certe forme artistiche “popolari” come i cartoni animati, indipendentemente dalla nazionalità di produzione, riescono a raggiungere un numero elevato di pubblico senza imbattersi nel rischio della “contestualizzazione storica” che sta alla base di ogni prodotto artistico. Walt Disney a Tokyo e Miyazaki a Dublino, per intenderci. Il personaggio di un cartone animato viene utilizzato dagli artisti ora come iconografia iper-realista (nel senso di appartenenza alla realtà di tutti i giorni) per descrivere la società dei consumi, ora come oggetto di derisione dei valori estetici, ora come nota puramente kitsch all’interno di nicchie sociali diverse. Partendo da questo presupposto mi viene da pensare all’arte di Murakami: la riproduzione coloratissima di celebri figure dei manga descrive quello che l’artista stesso ha definito SUPER-FLAT generation, ovvero la (non) cultura superficiale e vuota, priva di qualsiasi appiglio alla tradizione, che attraversa il Giappone contemporaneo. Ovviamente l’esempio di Murakami potrebbe risultare fuorviante in questo contesto, quasi si volesse prendere l’intera filosofia del POP asiatico per giustificare certe scelte artistiche di YOUN (il cui background culturale appare certamente più complesso, dovuto alla sua lunga permanenza in Europa): ci teniamo a sottolineare che si tratta in realtà di un ingenuo “confronto” per un pubblico occidentale ormai abituato ad etichettare come asiatico tutto ciò che proviene da quel continente senza prendere in considerazione le profonde diversità culturali di paesi quali Giappone, Cina o Corea.
Il ricorso da parte di questa artista all’estetica del cartone animato potrebbe essere interpretato quale un tentativo di indagare e descrivere l’umanità in toni di divertita comicità e di latente “disubbidienza” (quella dei bambini, appunto), come se il nascondersi dietro ad una iconografia appositamente creata per l’infanzia consentisse una maggiore libertà ed ironia nel giudicare la condizione umana. L’arte di YOUN è un non-luogo fantastico dove il negativo ed il positivo della cultura di massa si incontrano indistintamente in una visione plastificata del presente. *** Plastic Syndrome: al supermercato tutte le verdure sono plastificate e tutti i pomodori hanno la stessa forma e lo stesso colore. Se si rompe il cellulare buttalo via e comprane un altro (il concetto è facilmente applicabile ad ogni rapporto umano). Le statue, ma soprattutto le figurine gesticolanti ed irriverenti che popolano i dipinti-animati di YOUN non sono solo ironico recupero del mondo dell’infanzia, delle proprie radici culturali o riflessioni sul linguaggio dei media: dietro a questa “leggerezza” infantile si avverte un che di disturbante, una tensione sotterranea fatta di incomunicabilità, uno scontro tra sessi che non riescono mai ad arrivare ad un reciproco “rispetto”. Vi si nota, infine, una forte presa di coscienza femminile, dove spesso l’uomo viene deriso per la sua totale mancanza di posizione.
Studi hanno dimostrato che le generazioni cresciute con il linguaggio cinematografico e televisivo di più recente elaborazione possiedono una concezione temporale e spaziale “alterata” rispetto a gente vissuta prima, o marginalmente esposta, dell’avvento delle tecnologie mediatiche. Non mi sembra che alla base delle riflessioni artistiche di YOUN vi sia un semplice problema generazionale: a prescindere dai ricordi d’infanzia o dal proprio bagaglio culturale, le sue opere emanano una irrefrenabile (e quasi gestuale) gioia di vivere, ci trasportano in una dimensione ludica che non esclude riflessioni sul ruolo delle nostre vite nel mondo delle immagini di massa.
Per maggiore informazione: www.youn.fr

ALESSIO DELFINO: FÉMININ INÉDIT
Presso la ex Chiesa Anglicana – Casa delle Arti di Alassio si inaugura domenica 11 febbraio 2007 alle ore 17,30 la prima mostra fotografica retrospettiva con opere inedite del fotografo Alessio Delfino (Savona 1976). La mostra è a cura di Nicola Davide Angerame, è patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Alassio. La mostra resterà aperta fino all’9 aprile 2007, osservando l’orario da giovedì a domenica dalle ore 15 alle 19, con ingresso libero.
L’inaugurazione dell’11 febbraio ospiterà anche una performance coreografata dall’artista ispirata al film Eyes Wide Shut del geniale maestro del cinema e della fotografia Stanley Kubrick. La performance vedrà protagonista una modella professionista vestita d’oro e mascherata performare sulle musiche della colonna sonora del film kubrickiano.
“Questa mostra – sostiene Monica Zioni, Assessore alla Cultura di Alassio - di Alessio Delfino giunge a cinque anni di distanza dalla prima apparizione assoluta delle sue opere, che furono esposte in dittico proprio nella ex Chiesa Anglicana in occasione di una mostra collettiva sul tema dell’eterno femminino, cui parteciparono molti giovani artisti affermatisi in questi anni sulla scena nazionale.
Proprio in questi ultimi anni l’arte fotografica conosce una diffusione e un successo insperati grazie alla fine di un pregiudizio diffuso che la considerava solo una ripetizione artificiale del reale e grazie a fotografi che, come Helmut Newton o come Robert Mapplethorpe, hanno saputo trasformare il genere fotografico del nudo femminile in un linguaggio elevato, raffinato ed elegante apprezzato in tutto il mondo. A loro va il merito di aver raccontato una donna diversa, spesso più mascolina e decisa, secondo le effettive evoluzioni che il ruolo femminile ha conosciuto nella società, nell’economia e nella politica di questi decenni. In questo ritratto d’epoca di una donna a cavallo tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, rientra anche l’opera di Alessio Delfino”.
Da circa dieci anni la fotografia di Alessio Delfino si concentra sull’analisi della bellezza, dei suoi canoni e delle sue definizioni possibili. E’ una ricerca del significato della bellezza in un mondo che subisce lo strapotere dell’immagine pubblicitaria o di moda, i cui canoni sono standardizzati secondo una rigida schematizzazione che l’artista non accetta. Implicitamente, le immagini di Delfino sono una critica all’attuale “sistema della bellezza” dettato dalla moda e dalla pubblicità. Egli cerca sul corpo in movimento una forma che possa pretendere una vita propria.
Parte del lavoro “in-visibile” di Alessio Delfino consiste nella scelta modelle tra non professioniste, donne che non presentano i connotati tipici del mondo della moda e della pubblicità ma che per l’artista rivelano una bellezza propria, caratteriale ed autentica. L’indagine dell’eterno femminino, come lo chiamava Goethe, parte da qui. Delfino si dedica all’indagine delle forme nascoste dal corpo muliebre tentandone un ritratto fuori dagli schemi della moda, dello spettacolo.
La prima serie Des Femmes (1999 - 2003) inaugura uno “studio ravvicinato” del nudo, dove il dettaglio prevale sulla figura e il corpo si trasforma in paesaggio o in anagramma astratto. In questi nudi, Delfino sviluppa un linguaggio metafisico, aforistico, incisivo. Più intuitivo che costruttivo. La posa non è studiata ma trovata mentre il corpo e il fotografo sono in movimento. La ricerca di forme pure, di pieghe nascoste e di angolazioni inedite dà vita a nudi che divengono paesaggi desolati, suoli lunari, lande spaziose e deserte. Lo spettacolo del corpo femminile appare a Delfino un universo autosufficiente, una dimensione sublime. Questa fotografia tenta di narrare una storia della pelle: di linee invisibili a occhio nudo, di profondità e di candori inattingibili dai sensi e resi visibili grazie al mezzo fotografico.
Nel 2003 ha inizio la serie intitolata Travaux en cours, dove Delfino esce dallo studio fotografico per mettere il nudo femminile in rapporto con gli spazi abbandonati di capannoni o di edifici diroccati, alimentando una dialettica di decadenza e rinascita, abbandono e seduzione.
Nel 2006 nasce la serie Femmes d’or, in cui l’artista sperimenta l’uso della doratura dei corpi per ottenere tonalità inedite. L'oro è, come dice già Lon Battista Alberti, un non colore e Delfino lo usa come mezzo per ottenere una nuova materia uniforme e plasmabile attraverso la luce. Permette di rendere uguali i corpi cancellando quei segni dell'estetica tipici delle modelle professioniste. Le foto sono stampate in bianco e nero. In questa serie vengono ritratte modelle professioniste e modelle “della porta accanto”. Le loro foto sono allestite in mostra secondo l’idea dell’artista di contrapporre le due facce della bellezza femminile: la bellezza codificata della modella e quella più genuina e singolare della non modella. Amalgamate dai preziosismi dorati, la danza prevale sul movimento lento e le pose appaiono in diversi casi più plastiche, quasi architettoniche. Montate in piccolo formato su cornici barocche dorate, le foto di questa serie sono state ospitate presentate ad Arles (Francia) in concomitanza dei Rencontre Internationales de la Photographie (come manifestazione collaterale del Festival Voies Off) e ad Albissola Marina (Savona) presso lo Studio Lucio Fontana dove ha preso forma la performance ispirata al genio di Stanley Kubrick. Una seconda parte di questa serie è stata invece stampata a colori in grandi formati su carta metallica ed esposta come inediti in questa mostra.
Sono infatti presentate in anteprima all’ ex Anglicana, tre grandi opere della nuova serie intitolata Féminin inédit (2006 - ). Delfino passa alla figura intera con ritratti d’oro lifesize ispirati da Gustav Klimt, cantore inarrivabile di quell’eterno femminino fragile, umbratile e languido che ha sconvolto l’immaginario collettivo della propria epoca e che ancora oggi, in un’epoca di saturazione fotografica del corpo muliebre, resta un esempio magistrale del connubio tra bellezza e promessa di felicità. Un eros, quello di Klimt che Delfino insegue, distante dalle seduzioni artificiali della fotografia contemporanea, da rivista e da calendario. Un corpo barocco, drammatico e a tratti sofferto che confessa nella sua integrità la fragilità del suo essere esposto, ma anche la monumentalità del proprio esserci. Una celebrazione della donna trasformata in statua, in illusione ottica grazie anche alla tridimensionalità che la fotografia acquista nel suo desiderio di farsi scultura, di rendere presente allo spettatore l’assenza di un corpo tramite un calco in oro sorprendentemente fedele all’originale.
Alessio Delfino
Feminin inedit
a cura di Nicola Angerame
ex Chiesa Anglicana
Via Adelasia 7 - 17021 Alassio (SV)
dall'11 febbraio al 9 aprile 2007

LALLA ROMANO: "POESIE PER GIOVANNI"
Con il contributo dell’Assessorato alla Cultura, alle Biblioteche e ai Musei del Comune di Sanremo, e in occasione della mostra 'Lalla Romano fra scrittura e immagini della Liguria' (Museo Civico di Sanremo, 18 novembre 2006 – 24 gennaio 2007), le Edizioni Philobiblon di Ventimiglia pubblicano il volume di Lalla Romano 'Poesie per Giovanni', con disegni inediti dell'autrice. Il volume è a cura di Antonio Ria (ideatore anche della Mostra e compagno di vita e di lavoro della scrittrice nei suoi ultimi anni), con la collaborazione dello studioso sanremese Marco Innocenti e si avvale della presentazione del critico letterario Giovanni Tesio, professore ordinario di Letteratura italiana all’Università del Piemonte Orientale.
Vi sono raccolte le prime redazioni di una sessantina di poesie, di cui 20 inedite, in parte ritrovate da Antonio Ria nell'Archivio di Lalla Romano e in parte avute da Giovanni Ermiglia (il fondatore dell'Assefa in Italia) al quale Lalla Romano le inviava: da qui il titolo complessivo del volume 'Poesie per Giovanni'.
Nel testo introduttivo Ria testimonia come il dialogo fra la scrittrice e il suo 'primo amore sanremese' (evocato dalla Romano in "Una giovinezza inventata" con il nome di Giovanni Oneglia) si sia prolungato nel tempo oltre il periodo giovanile, in un rapporto documentato, in ambito poetico da queste composizioni che la scrittrice custodiva in una busta 'per Giovanni' o gli inviava a Sanremo: poesie datate dal 1929 al 1947.
Lalla Romano
"poesie per Giovanni"
Philobiblon Edizioni - Ventimiglia, 2006

YIU-WAH LEUNG: POMME ANNÉE 2007
Chiude la rassegna delle esposizioni del ciclo “Trasformare – Arti nelle Albissole” la mostra “Pomme Anné 2007” dell'artista cinese Yiu-Wah Leung, già protagonista della performance “TRANSFORMING” svoltasi a bordo piscina dei Lido Beach Club nello scorso luglio 2006. Yiu-Wah Leung è abbinato all'industria artigianale ceramica Piral di Albisola Superiore, dove nasceranno le sue opere ceramiche “albisolesi”. Il ciclo “Trasformare”- Arti nelle Albissole, ideato e coordinato da Alessandra Panaro con il patrocinio dei due comuni albisolesi, presenterà a fine maggio una grande collettiva di tutti gli artisti e delle ceramiche nate dal progetto.
Mela, frutto dell’albero e della vita, della conoscenza e della libertà, simbolo dello spirito dell'uomo, della scienza, della magia e della rivelazione.
Yiu-Wah Leung è nato ad Hong Kong. Ha svolto ed approfondito la sua preparazione artistica in Cina e in Europa ed è stato curatore della Galleria delle Muse di Hong Kong dal 2001 al 2003
Espone, con mostre personali e collettive, dal 1988 dalla Cina agli Stati Uniti e in varie parti d'Europa; raffinato performer ha fatto riconoscere il suo talento a livello internazionale.
L’artista di Hong Kong, venuto dal design, applica la tecnica più antica all’avanguardia concettuale.
La mela è l'oggetto chiave della sua rappresentazione artistica. Il lavoro di Yiu-Wah è incentrato intorno ai colori, all'aspetto, alla struttura, agli odori, ai significati culturali e religiosi del frutto; tempo, spazio, luce, meccanica, ambiente, portamento umano possono emergere dai suoi dipinti sempre figurando e trasfigurando la “mela” che da frutto diventa corpo, messaggio, immagine di emozioni. Grazie al suo ingegno, la mela diventa scultura in marmo o in ceramica, decorazione appesa al soffitto, acqua fluttuante piena di colore e di fragranza, star della performance.
Yiu-Wah Leung ha mischiato senza complessi, con una sicura dose di narcisismo, l'applicazione di una gran parte delle tecniche classiche all'avanguardia; utilizza materiali e tecniche diversi, dal marmo, bronzo, ceramica e disegno accademico alla pratica di un'arte astratta che arriva alla perfomance e all'installazione. L’opera di Yiu-Wha, come l’arte cinese in generale, non si legge in modo lineare ma in una globalità immediatamente accessibile, dove i simboli hanno funzione di medium.
L'attuale mostra “Pomme Année 2007” è il risultato della sua permanenza in Vermont durante l'autunno 2006, da cui ha tratto nuova ispirazione per rinnovare e ancora ampliare le possibilità simboliche del linguaggio della “mela”. Il frutto sempre più diventa corrente di comunicazione e nella sua rappresentazione figurativa si fonde e si confonde con il corpo umano in un gioco ottico-visivo che vuole condurre lo spettatore a un analisi attenta dei sentimenti. Opere di grandi dimensioni, installazioni, figure umane e religiose, in cui si può riconoscere l'autoritratto dello stesso autore, caratterizzano l'ultima fase artistica di Yiu-Wa Leung.
Mela, frutto dell’albero e della vita, della conoscenza e della libertà, simbolo dello spirito dell'uomo, della scienza, della magia e della rivelazione.
Yiu-Wah Leung
"Pomme Année 2007"
Sala Agenore Fabbri - Fondazione Mosaico Liguria
Via Piero Casarino 143 - 17011 Albisola Superiore (SV)
dal 20 gennaio al 4 febbraio 2007

PAOLO MINOLI: LA POETICA DELLA LUCE
La galleria Valente Artecontemporanea apre la stagione espositiva del nuovo anno con una mostra personale dedicata all’artista canturino Paolo Minoli.
Si tratta di una ricognizione su lavori complementari che ben illustrano la ricerca condotta da Minoli nell’ultimo trentennio della sua rigorosa ed assidua attività.
Come ha recentemente scritto Luigi Cavadini “…L’immagine di Paolo Minoli, per quanti ne hanno conosciuto ed apprezzato la creatività artistica, si intreccia o, meglio, si confonde con il vibrare dei colori sui fondi bianchi, blu e rossi delle sue tele. Che sono, nel loro maturare, nel loro essere e modificarsi anno per anno, nel loro giungere fino alla fine, lo specchio concreto della sua personalità.
Minoli ha percorso negli ultimi trent’anni una strada non certo facile, confrontato con i problemi di sempre di un artista, quelli del colore e della luce. E per fare questo ha scelto la strada più difficile, muovendosi in un’arte che non è quella più accessibile della figurazione (quanta luce e quanto colore nelle tele degli antichi ma anche degli impressionisti!), ma l’arte rigorosa, controllata in ogni presenza (e in ogni assenza) dell’astrazione concreta: astrazione perché si stacca dal reale, concreta perché dà visibilità alle idee, al pensiero. Sui percorsi tracciati da grandi maestri del Novecento che hanno saggiato il rigore cartesiano della costruzione assieme al valore evocativo della poesia (che è parola, certo, ma qui, soprattutto, colore). Numerose le ascendenze della sua ricerca, che partono da molto lontano, incrociano le esperienze di Mondrian, di De Stijl e del Bauhaus e trovano poi una sollecitazione fruttuosa nell’incontro con le opere di Josef Albers, Johannes Itten, Max Bill, Richard-Paul Lohse. Lavori, questi, che sembrano vivere di un pensiero asettico, distaccato, spesso freddo. Eppure posseggono una energia mentale che Minoli accoglie e adatta alla sua sensibilità, mediando la freddezza svizzera con la propria vivacità esistenziale di uomo pratico, ma anche di uomo che sa di non poter vivere aggrappato solo alla terra.
Gli incontri ravvicinati, poi, con i maestri dell’astrattismo italiano (Munari, Veronesi, Reggiani, Fontana, Melotti; e i comaschi Rho, Badiali, Galli, Radice) e con le intenzioni di una architettura, quella razionalista, che risponde ai suoi canoni di rigore e ortogonalità, accrescono l’urgenza di una pittura di idee che però sia nello stesso tempo una pittura di esperienza e di studio. Minoli non ha mai lasciato nulla al caso: ciò che nel suo lavoro è, in apparenza, semplice è il frutto di un lungo costante impegno, di un “disegno” che è vero disegno alla maniera antica, di una ricerca che puntualizza ogni luogo (di segno e di colore) e che programma l’evolvere della luce”
Paolo Minoli
"La poetica della luce"
Valente Arte Contemporanea
Via Barrili 12 - 17024 Finale Ligure (SV)
dal 14 gennaio al 28 febbraio 2007

GALERIE DEPARDIEU: GIUSEPPE CHIARI
La galerie Depardieu présente à
Nice une seconde exposition de
Giuseppe Chiari, artiste Fluxus
bien connu en Italie, après celle
qui eut lieu en Décembre 2004.
Cette exposition témoigne, è
travers plusieurs oeuvres
historiques, du parcours très
cohérent d'un artiste qui a
fortement influencé la Poesie
Visuelle, la musique Post-Fluxus
et les langages dissipatifs des
jeunes générations de
Post-Conceptuels Italiens.
Pour Chiari, musique et art
s'expriment de manière 'totale'
car totale est sa vision du monde.
En s'affranchissant de toute
fidélité aux matériaux et aux
techniques, on échappe à
l'immÈédiate reconnaissance du
marché et à son
instrumentalisation. L'art peut
ainsi aller d'une "production
d'objets" vers une "production
d'expérience". L'action musicale
et gestuelle, le fragment, le
document, la photocopie, la presse
typographique, la feuille, le
livre, l'instrument manipulé, le
papier, le mot, le son, etc., sont
tous des éléments que Chiari
emploie pour visualiser au maximum
sa trasgression du "continu",
comme recherche d'éléments
nouveaux et inédits, à insérer
dans le jeu de l'Histoire de
l'Art. Son travail agit dans un
système de logiques de type
"paraconsistant", qui admettent
justement des formes de
contradiction. On atteint ainsi
une sorte de bouleversement du
postulat leibnitien : ce ne sont
pas les mondes possibles qui
fondent les lois de la logique ;
au contraire, c'est nous qui
choisissons les idées diverses
d'un monde possible, selon nos
exigences logiques. Les figures
des auteurs musiciens Sylvano
Bussotti et Giuseppe Chiari furent
centrales pour la formalisation de
cette portée de connaissance en
musique et en art, le métabolisant
en des langages inédits. Mais
c'est avec l'Architecture
Radicale, née à Florence en
1965/66*, que ce paradigme de
l'indétermination trouve un
témoignage historique indélébile.
Giuseppe Chiari a pris part à
quatre Biennales de Venise et à
quatorze Festivals Fluxus en
Europe. Le Kunsthalle du
Fridericianum Museum de Kassel lui
a dédié une grande rétrospective
en 2001 et la Galerie Nationale
d'Art Moderne de Rome a réalisé
une exposition de son oeuvre en
2005.
Giuseppe Chiari
Galerie Depardieu
64 bd Risso – 06300 Nice
25 janvier - 9 mars 2007

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