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PREMIATI I NUOVI TALENTI ARTISTICI DEL “SALON 2006” DI MONACO
di MANUELE SCAGLIOLA
Giovedì 07 dicembre 2006, in concomitanza con l’inaugurazione del “Salon 2006” di Monaco avente come titolo e come tema “Corps et âme” (anima e corpo) è avvenuta la premiazione dei nuovi talenti della “Exposition des artistes du Comite National monégasque de l’AIAP UNESCO”.
La giuria (composta da: Mr Jean-Michel Bouhours, conservatore del Nouveau Musée National de Monaco; Mr Frédéric Altman; Mme Guislaine Del Rey; Mme Loredana Bolis e Mme Françoise Nègre) ha assegnato il Prix du Jury a Christian Giordan per l’installazione “senza titolo”.
In una stanza scura (l’oscurità delle cripte) campeggiano tre parallelepipedi le cui facce sono coperte da fotografie “luminose” aventi come soggetto sculture di corpi nudi femminili atteggiati in pose e gesti dall’indubbia sensualità.
Quando veniamo a sapere che in realtà tali raffigurazioni sono state accuratamente selezionate in un camposanto monumentale e che le statue in questione sono le malinconiche guardiane sulle lapidi dei morti, il messaggio diventa chiaro e allo stesso tempo ambiguo: la sensualità del corpo invade il regno della morte, il luogo deputato al riposo eterno dell’anima.
L’idea alla base di quest’opera è sicuramente suggestiva, un gioco concettuale “Barocco” che depura ogni implicazione macabra insita nell’argomento.
“Colonnes sans fin” (una vera colonna di 36 moduli ricoperti di tessuto e resina ricavati da una bambola acefala) di Michèle Vincent si è meritato il Prix du Jury composè de membres de soutien, mentre il Prix de l’UNESCO è andato ex-equo alla istallazione “Spirit of vollov” (composta da tre “pezzi”, rispettivamente tavole dipinte, una scultura e un video) di Elizabeth Allaria, e alla tela “Corps” del giovane artista Jean-Christophe LE DU.
Vera perla di questa esposizione, il pezzo di LE DU convince per una raffinata esecuzione tecnica in cui echi dell’arte di Basquiat sembrano sposare un più tormentato espressionismo in una resa vibrante (ed angosciosa) di questo corpo-scheletro (si tratta di una visione multipla, estremamente dinamica, del corpo umano visto contemporaneamente nella sua interiorità-esteriorità) che sembra autoconsumarsi o sgretolarsi in se stesso, un fiore di carne ed ossa che sboccia tra petali dai tenui color pastello.
Il Prix du Conseil National attribuè à un artiste monégasque è stato attribuito ad Agatha Koczack per il suo “CHATAK N° 1212”, un simpatico gatto POP, con rimandi all’arte di Haring, i cui occhi brillano di visi umani.
Nonostante non abbiano ricevuto una premiazione ufficiale, meritano comunque di essere ricordate altre opere ed artisti presenti nella mostra. In “Ou finit le corps et où débute l’âme”, Toby Wright ci offre, come se si trattasse di uno studio accademico, uno “Spellato” disegnato accuratamente su fondo nero, proponendo una visione strettamente scientifica e materialista del tema della esposizione. Maurice Peirani dipinge “Âme”, una singolare tela quasi monocroma in cui il pigmento grigio si “organizza” in una struttura pluricellulare che, se ammirata da lontano, ricorda la superficie di una roccia interamente ricoperta da licheni grigio-verdastri. Ellen Fernex ci presenta quattro fotografie relative ad una prigione abbandonata nella foresta della Guyane francese (Bagne de Saint Laurent du Maroni) dove è intervenuta a tracciare sagome umane appena riconoscibili, quasi si trattasse della materializzazione del dolore ancora emanato da “certi” luoghi.
Davvero toccante, infine, la grande fotografia su tessuto di Thierry Choquard. Dentro ad un armadio da cucina pieno fino all’inverosimile di oggetti quotidiani, troviamo tutto ciò che serve per il nostro sostentamento, sia fisico (cibo) che spirituale (il lettore CD con rispettivi dischi). Tutta l’esistenza umana si riassume in questa immagine dichiaratamente materialista, un piccolo universo domestico dove gli oggetti “parlano” di memorie, di gusti, ma anche dei trasalimenti dello spirito grazie al potere magico della musica: da notare il delicato dettaglio delle mensole piagate dal peso degli oggetti, ovvero dal peso dell’esistenza.
Salon 2006 “Corps et âme”
Dal 08 dicembre al 24 dicembre 2006
Salle d’exposition, 4, quai Antoine 1er (1er étage) Port de Monaco
Per maggiori informazioni: comiteaiapunesco@libello.com

CHJRISTIAN GIORDAN: INSTALLAZIONE (SENZA TITOLO), 2006
Prix du Jury, Salon 2006 "Corps et Âme", Monaco

BEN VAUTIER: "LES AUTRES"
di MANUELE SCAGLIOLA
Ben Ben Ben, Ben Ben Ben, Ben Ben, Ben Ben, Beeeeeeen! (Manca la pallina che salta di parola in parola tipo Karaoke e si canta Jingle Bells col nome di Ben in versione Bing Crosby…).
La più MacDonald’s delle gallerie ci regala un bel presente di Natale con questa mostra dedicata a Benjamin Vautier (Napoli 1935), ma per tutti solo Ben. Davanti alla porta ci aspetta già la sagoma di un pagliaccio con la scritta “Si deve ridere”, e il divertimento è garantito (peccato non si possa entrare con un bel gelato).
Non si può essere seri quando si parla di Ben. A volte concettuale, a volte neo-dadaista, molto spesso contraddittorio e provocatore, Ben sembra trovare posto ovunque e da nessuna parte. In piena battaglia con le istituzioni artistiche (ora elogiate ora sabotate) questo celebre esponente della “scuola di Nizza” si prende gioco di tutto e di tutti, soprattutto del sacrosanto mestiere dell’artista. Vera ameba fagocitante, Ben si impossessa di ogni cosa gli capiti per mano per convertirla in ARTE, o meglio in NON ARTE: si appropria di quadri altrui che firma con il suo simpatico nome, ricicla ogni sorte di oggetto con cui tappezza le pareti di improbabili stanze in una visione allucinata della casetta di Barbie, si diverte a proclamare l’intera città di Nizza “opera d’arte aperta”. È lo spirito FLUXUS che gli ha dato alla testa: l’arte non deve essere separata dalla vita, è la vita stessa, ogni singolo gesto e parola a diventare un processo artistico a 360 gradi senza che le barriere di un museo o di una galleria pongano fine al sogno. Addio alle scale di valori estetici, addio al gusto snobistico delle classi dirigenti: per Ben anche un buco per la strada merita una bella firma d’artista! Vautier rovista nelle discariche della contemporaneità (l’apocalisse è già passata da un bel po’, ma non ce ne siamo accorti perché eravamo troppo occupati a contare i soldi) come un bambino affamato del terzo mondo, trovando tesori inimmaginabili da appendere come trofei nelle sue composizioni (?) ipertrofiche.
Non si può essere superficiali quando si parla di Ben. Ad una società che è bravissima a produrre immondizia (ma non a smaltirla) e che vomita fiumi di logorroica vacuità, Ben ripaga con la stessa moneta, optando per l’accumulazione di “niente” e urlando (anche se in modo scritto) messaggi di saggezza da Settimana Enigmistica.
Il titolo di questa mostra monegasca, “Les Autres”, fa riferimento alla costante ripetizione di questa parola nelle opere esposte: una riflessione (tutta verbale) sull’”ALTRO” inteso sia come alienamento da se stessi, sia come semplice diversità secondo i più classici stereotipi. Una indagine che non porta da nessuna parta perché per Ben una affermazione necessita del suo esatto contrario. L’autre c’est vous; Jaime pas les autres; pas d’art sans les autres; Le moi, l’anti moi, le pas moi, le sur moi, le non moi. Si aggiungono poi messaggi (auto)ironici verso il circo dell’arte: This is not art because I say so; Is this art? Je suis célèbre; Oublie moi.
Se in passato l’arte di Ben si nutriva smisuratamente di tutto, le opere di questi ultimi anni sembrano prediligere sempre di più la “parola” scritta (dalla tipica calligrafia infantile, vero trade-mark dell’artista) su sfondi monocromi. Inutile dire che Ben sia andato oltre il figurativo con la sostituzione di una immagine con la scrittura, in quanto la scrittura é di per sé un fenomeno visivo, un’icona: essa esiste prima di tutto come segno, come linea nel piano, dotata di significato solo attraverso la sua attuazione entro un determinato contesto nazionale-culturale. La parola scritta è sempre stata (e lo è ancor oggi) dotata di un’aura magica: lo sapevano bene i religiosi del Medioevo che usavano esibire i preziosi testi miniati davanti alle udienze analfabete per ribadire i poteri sovrannaturali della (divina) parola scritta. Nelle culture iconoclaste come l’Islam, la scrittura diventa l’unica e possibile espressione artistica, portata a gradi di suprema raffinatezza.
Non crediamo che la missione di Ben sia quella di liquidare l’arte. Il punto è quello di ridicolizzare, di fare sana e godibile (a volte con un pizzico di cattiveria) ironia sui valori che regolano i nostri gusti e sulla manipolazione culturale proposta dalle istituzioni. Ben è semplicemente (e questo ci piace enormemente) contro tutto e pro tutto, al di là di ogni retorica moralista, al di là di ogni tirannica certezza.
Dimenticatevi di Ben. Anzi no, compratevi una bella t-shirt scritta direttamente dall’artista con una delle sue efficaci frasi-etichetta!
Ben Vautier
“Les Autres”
Galleria Marlborough Monaco
Quai Antoine 1er, Monaco
30 novembre 2006 – 26 gennaio 2007
Catalogo disponibile presso la Galleria

PIERGIORGIO COLOMBARA: LA MIMESI DEL SIMULACRO
Talento sensibile e instancabile, lo scultore genovese Piergiorgio Colombara, con le sue opere si pone e ci conduce in una dimensione intermedia tra il silenzio, il ricordo di tempi perduti, la memoria di età più vicine e l’evidenza della contemporaneità.
Le sue sculture, ora metafore armoniche ora reminescenze archetipe anche solo evocate, raccontano di un’arte concepita come simbolo, forza espressiva che proviene da un altrove e guarda lontano, mescolando, attraverso il concretarsi della materia, storia e immaginazione, verità e leggenda.
Le immagini, arcaiche e rituali, offerte da molte sue opere provengono da una cultura che potremmo situare a metà tra la cultura tecnologica e quella umanistica.
Nella sua scultura più libera e musicale, quanto in quella più astratta e severa, è infatti sempre rintracciabile l’uomo: se non è leggibile la descrizione dell’oggetto, vi si trova la presenza dell’uomo come soggetto.
I lavori di Colombara sono umani e trasmettono calore: si sente, osservandoli, che sono stati accarezzati dallo sguardo dell’autore, modellati dalle sue mani, trattenuti e controllati dalla sua ragione.
La sua scultura è ancora opera d’artista artigiano, non è prodotto di macchina, esito di tecnologia o lavoro di gruppo.
Semmai è costruita con passione, perfetta nella misura in cui può risultare perfetta la mano dell’uomo, conosce i grumi rugosi della saldatura, la lieve incertezza di un elemento che cerca di essere perpendicolare al piano di base, l’ondulazione di una lamiera ribelle, le macchie verdastre dell’acido in vista, a castigare ulteriormente troppo austere perfezioni e a richiamare quella rilevante parte di casualità che accompagna ogni azione.
Ecco quindi l’umanità di Colombara, segnale di una presenza intensa, mai sospesa durante le fasi della lavorazione, una indomita varietà nella invenzione fantastica anche nell’uso di materiali diversi, sempre impiegati con misura e senza eccessi.
Non si possono prendere di petto questi lavori che attirano con la mobilità delle allusioni, ma si valgono di un gergo che risulta astruso e familiare al contempo, che ci sorprende costringendoci a tornare ripetutamente sui nostri passi.
Senza mai nascondere la propria sostanza fisica, le sculture di Colombara si sono trasformate nel tempo, ma ottone, legno, cera, piombo, ceramica e vetro, rimangono i materiali d’elezione, che l’artista usa con sapienza e padronanza.
Materie tradizionali le cui qualità restituiscono alle immagini moderne create dall’artista il riconoscimento di valori antichi.
Colombara forgia e impagina i suoi lavori con discrezione tendendo a una armonia essenziale, a una proporzione che è sintesi tra le parti, modulazione di luce e ombra, brillantezza e opacità, trasparenza e offuscamento.
In un mondo che ogni giorno grida per farsi sentire, che sembra soffocare dentro il vortice pauroso delle sue stesse immagini, Colombara innalza la scultura dal suolo per portarla nel silenzio.
Questa sua frequente aspirazione ad ascendere, quasi una brama di cielo di gotica reminiscenza, coincide in realtà con la volontà di strappare la scultura dal suo spazio fittizio per collocarla entro il suo spazio reale.
Le ultime opere in bronzo di Piergiorgio, gravide di una storia sconosciuta e fantastica, sono costumi abbandonati dagli spiriti, sono la presenza tangibile di un’assenza: l’assenza del divino.
Sono veicolo di purificazione e crescita iniziatica, un ponte verso la rivelazione delle nostre ombre, verso l’unità perduta.
Queste opere sono traccia di una lontananza, quella del sacro, nella quotidiana risonanza di rumori, voci, bisbigli del mondo. Segni di un passaggio divino, di un dio che la secolarizzazione ha liberato dalla relegazione nelle religioni, non temono il palesamento dell’essere nella sua interezza.
Lo avvolgono e si lasciano avvolgere come fosse un amante. Lo lasciano accedere, sono la riscoperta dell’attimo in cui si vive, tutto intero.
Riccardo Zelatore
Piergiorgio Colombara
La mimesi del simulacro
a cura di Riccardo Zelatore
Centro d'Arte Balestrini
Via Isola 40 - Albissola Marina (SV)
dal 9 dicembre 2006 al 15 gennaio 2007

BRUNO LOCCI: FERMO IMMAGINE
Diciassette dittici, scatto analogico, stampa lambda su carta fotografica, 60x45 cm. Questi i riferimenti essenziali, i soli compagni di viaggio necessari per intraprendere il percorso proposto da Bruno Locci nelle sale del museo ligure. Trentaquattro freeze frame, montati riproducendo il ritmo incalzante, sincopato delle immagini che si riaffacciano alla mente nei momenti in cui il ricordo fluisce senza incontrare ostacoli, come durante il pre-sonno, i pochi istanti che precedono l’addormentarsi. In quella fase il cervello umano emette onde simili a quelle prodotte durante la meditazione e, secondo studi recenti, raggiunge il picco più alto di potenziale creativo, elaborando dati in modo cosciente ma libero da condizionamenti. È proprio allora che il processo di visualizzazione mentale permette di ripercorrere una sequenza di immagini ricostruendone la memoria retinica e ricombinando i ricordi secondo una logica difficilmente rintracciabile ma non casuale.
È tra questo tipo di produzioni visive mentali che si potrebbero collocare i fermo-immagine di Locci, non immagini catturate direttamente dal mondo reale, ma piuttosto rievocate dalla mente a posteriori, sottratte ad un flusso che procede lungo l’asse del tempo e non dello spazio, isolate, ”fermate” da un movimento che coinvolge la mente e le sue produzioni. Si susseguono così particolari di volti, giochi di luce su fiori dalle forme esotiche, immagini rubate alla memoria di un altrove misterioso, popolato da figure intente a compiere rituali di cui si è perso, forse, il significato ma, attraverso i colori eccessivi e i contorni incerti, si rivive il pathos “registrato” al momento dell’osservazione.
Il processo, curiosamente, è analogo a quello che isola e ferma sulla pellicola fotografica l’immagine di un paesaggio, colto da un osservatore al finestrino del treno in corsa. In questo caso, però, il viaggio da compiere non attraversa nessuno spazio.
D.B.
Bruno Locci
Fermo Immagine
a cura di Franz Paludetto
Museo d'Arte Contemporanea Casa del Console
Via Roma 61 - Calice Ligure (SV)
dal 16 dicembre 2006 al 16 gennaio 2007

PAOLO CATTANEO ALLA TRUELOVE
La TrueLove Art Gallery presenta, in una mostra inaugurata il 18 dicembre scorso, le tavole disegnate da Paolo Cattaneo appositamente per TrueLove, insieme alla rivista Kazcoff che ha preparato in collaborazione con altri artisti, italiani e non.
Leggiamo di Paolo Cattaneo, detto Pilo, nelle note di presentazione che accompagnano i suoi lavori, che a volte si ha l'impressione che si sia disegnato da solo. Ha su di se il novanta percento delle linee che si possono vedere nei suoi disegni, il rimanente 10 percento le deve avere dentro da qualche parte, e sono tutte linee curve. Pilo non ha mezze misure, con la matita e' un mostro, cambia stile e tecnica con una facilita' disarmante, e lo sa perfettamente. Nei suoi lavori i riferimenti ad altri non sono mai velati ma piuttosto te li sbatte in faccia con un aria di sfida.
Nel suo ultimo lavoro sembra che voglia esprimere il disagio di trovarsi immerso in una generazione di buoni a nulla convinti di saper fare tutto e di essere qualcosa, giovani marmotte alla conquista dei rave dell'agesci con l'arrosto della mamma in frigo, la frustrazione di essere come loro ma con qualcosina in piu' all'interno e la paura di scoprire se quel qualcosina sia abbastanza per differenziarsi in maniera sostanziale. Il dubbio che in questo mondo essere meglio non valga la pena.
Con la mostra di Paolo Cattaneo si apre da TrueLove una rassegna legata al mondo del fumetto che terminerà a Febbraio e che coinvolgerà insieme a Pilo anche maki e I caccadura di Bologna per realizzare, dalla loro collaborazione delle produzioni artistiche.
Paolo Cattaneo
Truelove Art Gallery
Via Vacciuoli 18R - Savona
dal 18 dicembre 2006 al 18 gennaio 2007

ALEXANDRA HENON AL MAMAC
En regardant l’ensemble de ton travail, on remarque que tu utilises des procédés très variés, allant du moulage à la photographie, du dessin à l’installation. Tu es passée d’une pratique de sculpture à un travail sur l’image. Quel est le fil conducteur de ta démarche ?
Mon travail s’articule autour de prélèvements (moulages, empreintes, arrêts sur image…) qui recensent des gestes, des attitudes, des postures.
L’une des pièces importantes pour moi est l’Hommage à Duchamp. Cette sculpture, réalisée à la fin de mes études à l’école d’art de Valenciennes, est le négatif et l’agrandissement d’un moulage fait sur mon corps. La mise en place de ce dispositif a fait naître un rapport fort entre le corps du spectateur et mon propre corps. Ce qui m’a intéressé dans cette expérience est contenu dans l’histoire qui se joue dans la relation entre le spectateur et cette forme énigmatique. Que perçoit le spectateur de cette forme ? Quelle interprétation lui donne-t-il ?
En prélevant des images dans les films, je mets également en présence des représentations de corps (ceux d’acteurs) et des corps réels (ceux des spectateurs).
Les dispositifs plastiques que j’imagine mettent le spectateur dans une relation physique, perceptive et mentale avec des images qui s’articulent dans un espace donné.
J’aimerais que tu nous parles de ces pièces dans lesquelles tu procèdes à un montage d’images prélevées.
J’envisage ces montages comme des maquettes. Ils préfigurent les dispositifs que je souhaite mettre en place dans l’espace public et me permettent de comprendre ce qui se passe dans les images et entre les images. J’ai produit deux pièces utilisant ce procédé. L’un présente un ensemble d’images issues de Une Femme sous influence de John Cassavetes, l’autre a été réalisé à partir de la scène finale de Voyage en Italie de Roberto Rossellini. En utilisant des films, je travaille à partir d’images qui appartiennent à une mémoire collective, à un imaginaire partagé. Sorties de leur contexte d’origine (une narration cinématographique), que reste-t-il de ces images ? Comment les lit-on ? Comment les re-interprète-t-on ? . Je ré-agence des images existantes. Si je respecte le montage du réalisateur, j’opère néanmoins une sélection d’arrêts sur images. Comment chacun ré-interprète-t-il la séquence que je propose ? Avec les arrêts sur image, je joue avec la perception du spectateur, je lui montre un espace temps imperceptible dans la succession habituelle des images d’un film.
Avec Une Femme sous influence, j’ai voulu montrer la diversité des émotions et des sentiments d’une femme face aux réalités de la vie quotidienne Il y a à peine 50 secondes de prélèvements et pourtant, le visage et les mains de l’actrice communiquent tant de rapports au monde différents…
On perçoit un mouvement circulaire dans ton montage. Le regard tourne, pris dans une succession d’images un peu folle, qui n’a ni début, ni fin... Dans Voyage en Italie, ta démarche semble différente : l’aspect narratif est plus présent et avec lui tu introduis une temporalité.
Avec Voyage en Italie, je cherche à chorégraphier les corps en entier et donne des indices qui permettent de lire une histoire. En effet, la narration est plus accentuée. A partir de ce que je propose, que peut-on lire et dire de la relation qui se joue entre les deux personnages ? Perçoit-on cette relation comme elle est donnée dans le film ou va-t-on en faire une autre interprétation ? Comment le spectateur va-t-il réinterpréter cette succession d’images qui a peut être déjà été vue ou pas ? Que s’est-il passé avant ? Peut-on imaginer ce qui a précédé ?
L’introduction du rythme, du mouvement est déjà présente dans des séries de dessins qui datent de 2002.
La question du mouvement dans l’image fixe m’intéresse depuis longtemps… Entre autres, je me suis intéressée aux recherches de Muybridge et de Marey sur les débuts de la photographie et du cinéma. Après tout, le cinéma est une succession d’images fixées sur la pellicule. Dans ma recherche il y a aussi la volonté de décomposer et d’analyser le mouvement du corps dans une démarche quasi scientifique.
Les montages réalisés à partir de Une femme sous influence et de Voyage en Italie fonctionnent comme des objets autonomes tandis que les projets d’affiches et d’empreintes murales réalisées à partir d’images publicitaires dialoguent avec l’espace dans lequel il s’insère. Dans le récent projet que tu mets en place au bureau 139, le dispositif se développe dans l’espace public et noue une relation forte avec celui-ci.
Ce projet est une commande des occupants du bureau 139 situé dans le 19ème arrondissement à Paris. Le bureau 139 est un espace de travail qui regroupe une dizaine de graphistes indépendants. L’entrée est marquée par des portes entièrement vitrées qui donnent directement accès au lieu. J’interviens sur les portes vitrées avec des vinyles adhésifs. Les vitres s’apparentent à des écrans de cinéma successifs sur lesquels des images tirées de Meanstreet de Martin Scorsese apparaissent. La séquence que j’ai choisie relate une fausse bagarre entre deux amis, les personnages principaux du film. Le choix de Meanstreet et de l’extrait est bien sûr généré par le contexte humain et géographique de l’installation. Le bureau est situé dans un espace urbain qui s’apparente au New-York de Meanstreet avec ses immeubles, ses voitures, ses feux... Dans cette rue, les corps se touchent, se bousculent, se battent parfois comme dans l’extrait que j’ai choisi.
Quelle place donnes-tu au spectateur dans ce travail ?
La perception de l’ensemble du dispositif nécessite un déplacement le long des vitres. Ce n’est plus simplement le regard qui est actif comme dans les montages autonomes mais le corps entier qui se confronte aux corps des acteurs. Le spectateur devient sujet. Il est actif : il se déplace, s’éloigne, se rapproche alors que dans une salle de cinéma, il est assis et immobile.
Je joue également avec la perception du spectateur. Je crée le trouble en mêlant réalité et fiction. En effet, le vinyle que j’utilise est translucide : les éléments réels de la rue et du bureau se confondent avec les éléments fictifs du film. J’aime l’idée que le film s’infiltre dans nos espaces, publics ou privés, qu’il se confonde avec notre vie quotidienne.
La question de la fiction et de la réalité me permet d’aborder un autre aspect de ton travail. Depuis plusieurs années, tu conçois et mène des ateliers de sensibilisation à l’art contemporain.
Dans les ateliers que je mets en place j’accorde une importance toute particulière à l’interprétation de l’image. Je suis confrontée à tous les publics et particulièrement à des enfants et à des jeunes qui, au quotidien, sont submergés par les images. Quelle lecture en font-ils ? Comment s’en emparent-ils ? Les questions que j’aborde dans mon travail (le montage, le rapport entre fiction et réalité, la déconstruction, le détournement…) doivent être également soulevées lorsqu’on est en présence d’images qu’elles soient cinématographiques ou télévisuelles.
Entretien avec Alexandra Hénon.
Paris, Février 2006.
Propos recueillis par Bénédicte Tourrette, chargée des publics au Centre d’art contemporain à Pougues-les-eaux.
Alexandra Henon
Vitrine de l'atelier d’art contemporain
MAMAC Nice - Promenade des Arts
20 octobre 2006 - 14 janvier 2007

JEAN GILLETTA PHOTOGRAPHE DE LA RIVIERA
A l’occasion des 150 ans de la naissance de Jean Gilletta, le Théâtre de la Photographie et de l’Image organise avec le concours de la bibliothèque de Cessole, une exposition présentant plus de 140 photographies originales de Nice et sa région.
En 1897, Jean Gilletta fonde avec ses deux fils une maison d’édition et ses images font le tour du monde.
Photographe baroudeur, inventeur du photoreportage, il sillonne la région à vélo et prend des clichés de Nice, ses environs et l’arrière-pays à travers des vues événementielles et pittoresques : le Port, la Promenade des Anglais avec sa jetée et son Casino légendaire, le Carnaval…
A ce titre Jean Gilletta est considéré comme le photographe de la Riviera
Jean Gilletta, photographe de la Riviera
Théâtre de la Photographie et de l’Image Charles Nègre de Nice
27 bd Dubouchage – Nice
2 decembre 2006 - 18 mars 2007

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