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Cari amici, nella lettura del testo dell’amico Manuele mi sovviene il periodo in cui
ho servito come conservatore onorario il Museo Civico di San Remo con la sua Pinacoteca
e il rapporto positivo che mi lega a chi si occupa oggi del sistema culturale della città
di cui sono originario e in cui ancora oggi è fissa la mia residenza.
Pensando a Lalla Romano, giustamente, si ricorda la grande produzione letteraria. Dovendo
accogliere una mostra di curatela non specificatamente organizzata a San Remo, avrei
pensato a un forte investimento sull’impiego della medesima struttura che ha ospitato
la fortunatissima mostra documentaria su Italo Calvino. Un evento continuato che non esito
a definire storico perché ha fatto partecipare la città ed i suoi ospiti, ovvero il
variegato mondo di un abitato che non ha una forte memoria di sé.
Vi sono alcuni aspetti della mostra su Lalla Romano che meritano un interesse particolare.
Il fatto stesso del suo amore espressivo per la pittura, notare un suo percorso conoscitivo
ed anche introspettivo, il riferimento ad una traccia formativa comune forse ad altri,
nel quadrante nordoccidentale italiano del primo Novecento: impressionisti e Felice
Casorati che ancora oggi vive nei suoi allievi di prima generazione e a cui Cherasco
dedica una mostra.
Disegni e scrittura fitta impressionano e poi la scelta della letteratura, che sa anche
essere pittorica nella descrizione. Purtroppo forse la collocazione dei dipinti nella
struttura espositiva vicino alla biblioteca, che ancora manca forse di alcuni elementi
di protezione.
Nella mostra sulla Romano questa “scoperta della pittura” e ovviamente il rapporto con la
Liguria e gli amici liguri sono sezioni basilari, che reggono per conto loro l’intero
sistema.
E forse è più importante, per gli appassionati, il programma di incontri e conferenze,
che però non ho potuto seguire. In ogni caso è sempre infelice la sede, perché quanto
potremmo avere, di fronte a importanti interventi multimediali (proiezioni, azioni
teatrali, visite, letture, filmati immedesimanti) in un ambiente anodino piuttosto
che in una realtà connotata come le sale della civica pinacoteca museo dove ancora
i quadri migrano e si spostano in ogni occasione.
Buona, senza dubbio. Nelle intenzioni buona. Ed è la grande possibilità che nuove
strutture offrono, con il coinvolgimento cittadino, partendo da queste figure note
e piacevoli e con allestimenti intriganti, per poter avvicinare anche la Liguria
occidentale alle mostre, anzi agli eventi di ampio respiro e di forte coinvolgimento.
Strizzando l’occhio, in futuro, anche a chi può venire dai vicini dipartimenti francesi.
Ora a te, Manuele.
Alessandro Giacobbe
LALLA ROMANO FRA SCRITTURA E IMMAGINI DELLA LIGURIA
di MANUELE SCAGLIOLA
Provo un certo timore reverenziale a cimentarmi in uno scritto su quel monumento della letteratura italiana del secondo Novecento che è Lalla Romano (Demonte, Cuneo, 1906 – 2001). Ansia accresciuta, non provo vergogna a dirlo, dalla mia totale ignoranza (a parte qualche poesia) riguardo la sua produzione letteraria. Una situazione che forse mi permette di avvicinarmi alla pittura della Romano senza cadere nella trita retorica del binomio indissolubile tra pittura e letteratura. “…per chi legge un mio libro non è necessario sapere che io ho anche dipinto. E per chi guarda i miei quadri non è necessario sapere che io scrivo anche dei libri”, scrisse Lalla Romano. L’esperienza totale dell’arte si avverte solo nel momento in cui la si guarda di persona, al di là di ogni interpretazione, mediazione o ricerca storica. E certamente non è mia intenzione mettere in dubbio la coerenza ed unitarietà di tutta la sua produzione: in fin dei conti ad un artista servono una o al massimo tre idee fisse per svilupparle nel corso della vita in ogni possibile direzione. Il mio approccio alla sua pittura sarà dunque più sincero che mai.
La mostra che il Museo Civico di Sanremo dedica al centenario della nascita della nota scrittrice (correlata da una serie di conferenze) ripropone la breve stagione della Romano “pittrice” incentrata tra gli anni ’20 e ’40 del XX secolo. Che uno scrittore del Novecento si dedichi anche ad altri mezzi espressivi come la pittura ed il cinema non è certo una novità: più che eredità del Rinascimento eclettico, si tratta di una inevitabile scelta di rottura tra i limiti imposti all’espressione artistica. Ma a differenza di tanti altri scrittori pittori “per caso”, Lalla Romano non si è dedicata alla pittura nei momenti di sfogo solitario; essa iniziò la sua carriera proprio col cavalletto, ricevendo una buona educazione accademica da pittori affermati, tra cui Felice Casorati. Poi, alla fine degli anni Quaranta la decisione di ritirarsi dalla pittura, trovando come mezzo espressivo più appropriato la letteratura. Fedelissima al naturalismo descrittivo di tradizione tardo Ottocentesca, la Romano forse si trovò a disagio nel mondo artistico contemporaneo dominato dall’entusiasmo verso ogni forma di sperimentazione anti-naturalista delle Avanguardie. Abbandono della pittura come rifiuto a non perdere la propria coerenza stilistica, dunque.
Vedendo le opere esposte risalenti ai suoi esordi (paesaggi e ritratti di famigliari caratterizzati da un naturalismo di chiara impronta impressionista e post-impressionista dove prevale l’esaltazione delle qualità intrinseche nella materia pittorica) devo ammettere di non aver provato grande interesse. “Quadri così”- pensavo – “se ne vedono a migliaia, benché completamente dimenticati dalla critica perché non si tratta di una Lalla Romano o di qualche altro personaggio celebre”. Il mio giudizio è cambiato drasticamente però vedendo la produzione della sua maturità artistica tra gli anni Trenta e Quaranta. Opere come “Autoritratto rapido” (1929) e le meravigliose Nature Morte, che non sfigurerebbero a fianco di quelle più famose di Morandi, mi hanno fatto capire la grande qualità artistica della scrittrice. Qui, gli echi impressionisti degli esordi lasciano spazio ad una più semplificata descrizione del visibile (sotto la chiara influenza di Cèzanne) in termini di pura costruzione sintetica “che descrive e narra e nel contempo è a suo modo già astratta” (Antonio Ria). Si respira una serenità domestica, un mondo familiare ben conosciuto ed amato dove ogni dato del reale viene come trasfigurato dal sentimento che da esso scaturisce: gli oggetti delle Nature Morte sembrano dotati di una caratterizzazione “psicologica”, quasi fossero ritratti sognanti e pensanti, o vibranti traduzioni inorganiche di un indefinito ed improvviso stato d’animo. Basta dare un’occhiata alla notevole “Bottiglie e rape” del 1940 per avvertire che l’essenzialità della composizione, meravigliosamente sostenuta dal contrappunto verde-violetto, crea una commozione immediata ed “illuminante” verso tutte le cose che trovano posto in questo mondo. È appunto un mondo completamente autobiografico in cui gli oggetti personali (ingentiliti dal magico contatto con il nostro essere) sono la vera epifania di ogni Emozione.
La mostra di Sanremo abbonda di oggetti e di ricordi della scrittrice: lettere, manoscritti, fotografie d’epoca, cimeli, copertine di libri pubblicati, prestando particolare attenzione ai rapporti della Romano con la Liguria (con Sanremo e Bordighera in primis) e con i suoi amici liguri come Eugenio Montale, Italo Calvino, Francesco Biamonti e tanti altri. Purtroppo le intenzioni commemorative sembrano soffocare la chiarezza espositiva del percorso. Avvertiamo, guardando le vetrine piene zeppe di lettere e manoscritti che solo un accanito ammiratore potrebbe venerare, quella indifferenza verso le persone estinte che non abbiamo conosciuto di persona. Sarebbe stato più proficuo focalizzarsi su pochi documenti e farli dialogare, oltre che con il pubblico, con le pitture esposte nella mostra.
Lalla Romano fra scrittura e immagini della Liguria
Mostra a cura di Antonio Ria
Con il patrocinio di: Regione Liguria – Provincia di Imperia – Associazione Amici Lalla Romano
Sanremo, Museo Civico “Palazzo Borea”
Dal 18 novembre 2006 al 07 gennaio 2007
Ingresso libero
Catalogo a cura di Antonio Ria, Edizioni Le Ricerche

LA COMPLESSITA' "FRACTALE" DI JEAN-CLAUDE MEYNARD
di MANUELE SCAGLIOLA
Conquista dell’arte Rinascimentale, la rappresentazione del visibile secondo schemi prospettici derivati dalla geometria classica o euclidea si mantenne inalterata nei secoli successivi come unica possibile interpretazione razionale del mondo, almeno fino all’avvento delle avanguardie storiche del Novecento quando gli artisti capirono che il rigore della geometria tradizionale non serviva più a rappresentare la complessità della società “moderna” ormai dominata dal dinamismo delle macchine e dalle nuove scoperte scientifiche (si pensi all’impatto della teoria della relatività).
Durante gli anni ‘70 Benoît Mandelbrot formulava la geometria “fractale” in pieno contrasto con l’univocità della logica euclidea, proponendo una maggiore flessibilità interpretativa del “fenomenico” secondo complessi parametri di simultaneità spazio-temporale e di intersezione dei piani che frazionano il visibile in una molteplicità caotica di frammenti.
“Abbandoniamo la razionalità euclidea in favore di processi imprevisti e non programmati” dichiara uno dei punti del manifesto “fractale” che un gruppo di artisti, tra cui Jean-Claude Meynard (nato nel 1951), ha redatto dal 1994 con chiara adesione alle nozioni di Mandelbrot.
Meynard si serve di questa nuova geometria per rivelare l’infinita complessità della materia. Le sue immagine algide realizzate su plexiglas con sofisticate stampe digitali, appaiono ad un primo sguardo come indecifrabili disegni bidimensionali dove una rete di linee infinite si estende casualmente sulla superficie coagulandosi di volta in volta in immagini seriali che proliferano come cloni intorno ad una stessa matrice per poi esplodere in contorte ramificazioni. In queste spirali atomico-molecolari il visibile viene raffigurato contemporaneamente sia nella sua esteriorità che nella sua interiorità, i corpi vengono definiti secondo la loro condizione di elemento immerso nello spazio e nel tempo o come fenomeni puramente mentali. Guardando attentamente queste opere si avverte una certe vertigine, un certo disorientamento mentre l’occhio si inoltra in piani saturi di dettagli che sfuggono ad ogni logica prestabilita, comparendo e scomparendo in un continuo vortice dinamico fondato sul binomio antitetico “casualità razionale”. In queste immagini non esiste un centro fisso ed immobile: nell’infinità caleidoscopica e frammentaria le forme sono in costante evoluzione, apparentemente uguali a se stesse, emergenti dal caos primordiale per poi (appena il nostro occhio identifica una forma certa) precipitare nuovamente in esso. Ripetizione seriale di uno stesso soggetto, effetti farfalla, ibridazione, compenetrazione tra infinitamente piccolo (micro) ed infinitamente grande (macro), pluralità di angolazioni: ogni fenomeno visibile e le immagine che li rappresentano si trovano in uno stato di metamorfosi perenne, si decantano in effimere cristallizzazioni molecolari, si disintegrano appena voltiamo lo sguardo.
In questo universo dinamico ogni tassello costituisce un mondo a parte proprio come in un complesso puzzle dove ogni pezzo esiste come “monade” partecipe ad un più vasto progetto proteiforme. Lungi da ogni stato definitivo e immutabile della materia, la razionalità umana acquista validità solo se intesa come “atto creativo” od organizzativo di questa immensità di dati (sia del mondo “reale” che della “finzione” artistica), senza arrivare comunque a definitive conclusioni universali.
Solo il genio di Escher prima di Meynard e del gruppo “fractaliste” era riuscito a disorientare l’occhio razionale dell’uomo occidentale, nonostante i suoi labirinti si proponessero come un chiaro sabotaggio alla logica euclidea senza necessariamente allontanarsi da essa. Nel caso di Meynard non ci sono trucchi anamorfici da Wunderkammer, né tanto meno ingenui giochi illusionistici. La sua arte ha forti connotati scientifici, quasi si trattasse di sezioni o cartografie del visibile secondo percezioni simultanee e sinergetiche che permettono di visualizzare in senso dinamico le complesse relazioni in atto tra ogni singolo elemento della materia.
Nei labirinti di Meynard ci si perde. Non nelle pieghe più recondite del lato oscuro della coscienza, bensì in una fitta rete allo stesso tempo fisica e mentale che incita lo spettatore a meravigliarsi davanti al fenomeno della transitorietà.
Arte e scienza non sono poi così lontane come spesso si afferma. Entrambe partono da ipotesi (le ipotesi fanno sempre parte dell’atto creativo della pura immaginazione) che poi vengono sottomesse a verifiche. Se in passato l’arte è stata al servizio della scienza per illustrarne le scoperte, oggi gli artisti (come Meynard appunto) sembrano essersi impossessati di tematiche, se non addirittura di certe “iconografie”, scientifiche per svilupparne ulteriori riflessioni, tracciando percorsi strettamente paralleli tra le diverse discipline.
Inutile trovare tutto questo in piatte riproduzioni fotografiche: le opere di Jean-Claude Meynard vanno contemplate esclusivamente avendole davanti agli occhi.
Les corps fractales de Jean-Claude Meynard
Galleria Maretti Arte
Monaco, Le Roccabella 24, Avenue Princesse Grace
www.marettiartemonaco.com)

VICTOR BURGIN A VILLA ARSON
Annunciato per il 15 dicembre alle 18 un incontro-conferenza con Victor Burgin, storico esponente dell'Arte Concettuale.
VILLA ARSON
20 avenue Stephen Liégeard F-06105 Nice cedex 2
cnac@villa-arson.org
www.villa-arson.org

BEN ET LES AUTRES ALLA MARLBOROUGH DI MONACO
Le thème de mon expo à Monaco
« LES AUTRES »
C'est-à-dire VOUS
et comme « charité bien ordonnée commence par soi-même »
et je n'ai jamais caché mon ego
Ceci est une invitation AUX AUTRES
à venir à la GALERIE MARLBOROUGH A MONACO
sur le Port LE JEUDI 30 NOVEMBRE A 18 H 33'
Il y aura quelque chose à boire et un peu de musique
et même la possibilité de se faire psychanalyser par Ben
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
A propos des autres
J'aurais voulu être amoureux comme Apollinaire,
courageux comme Cravan,
seul comme Céline,
menteur comme Cendrars,
sale comme Léautaud,
vrai comme .....
Je ne trouve personne de vrai.
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
difficile d'être un autre.
je voudrais changer
mais impossible d'être un autre.
à la plage, je m'ennuie toujours
et Filliou m'a dit un jour « n'est pas con qui veut »
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
on ne peut pas se passer d'eux
plongés que nous sommes dans l'angoisse des autres
cette dépendance à l'autre
se transforme en haine des autres
je hais les autres
sauf les femmes nues
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
David Vincent m'a dit
Attention BEN
ils ont pris notre apparence et vivent tous à Monaco
n'avez-vous pas remarqué qu'à Monaco
ils ont tous cinq doigts à la main droite
et pas quatre comme nous tous ?
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
je suis moins authentique et libre que Basquiat
je suis moins inventif que Picasso
j'ai moins d'imagination que Combas
je suis moins honnête que Brecht
j'ai moins de charme que Frédéric Roux
C'est donc pas la peine de se déranger pour me voir moi
venez voir les autres
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
Bof, il n'y a pas grande différence entre
Moi, Rembrandt et Beuys
on est tous des putes et le trottoir est large
devant la galerie Marlborough
(...)
LES AUTRES TOUJOURS LES AUTRES
Quand il y a trop de communication
personne ne lit
Le preuve
Qui va lire jusqu'au bout ce texte
et qui viendra à Monaco me voir pendu par les pieds ?
JE VAIS A MONACO
Je vais à Monaco pour toucher les femmes qui voudront être touchées
Je vais à Monaco pour
me répéter et avoir honte
Je vais à Monaco pour ne rien faire
Je vais à Monaco pour qu'on parle de moi
Je vais à Monaco pour ne pas mourir sans avoir participer à une partouze
Je vais à Monaco pour rêver d'annie nue dans les bras de .
Je vais à Monaco pour regarder les femmes
Je vais à Monaco pour boire la biere de guido pastor
Je vais à Monaco pour devenir riche
Je vais à Monaco pour demander ma retraite
même si c'est comme me dit mon comptable, pour des clopinettes
Je vais à Monaco pour me présenter aux présidentielles
Je vais a Monaco pour vous rencontrer
Ben Vautier
Les Autres
Galleria Marlborough
Monaco, Quai Antoine 1er.
dal 30 novembre 2006

ALLA CITTA' DI IMPERIA LA COLLEZIONE INVERNIZZI
Una generosa Signora genovese è diventata cittadina onoraria di Imperia. Il riconoscimento le è stato conferito per testimoniare la gratitudine e la stima del Comune, capoluogo del Ponente ligure, che ha ricevuto in dono da Maria Teresa Danè, vedova Invernizzi, una parte delle preziosa collezione di arte moderna e contemporanea messa insieme nel corso degli anni dal marito, Lino Invernizzi, architetto molto noto negli ambienti dell'imprenditoria genovese e figlio di Angelo Invernizzi, il costruttore che negli anni Quaranta realizzò il grattacielo di piazza Dante su progetto del Piacentini.
«Siamo grati alla signora - dice ilsindaco di Imperia, Luigi Sappa - per il prezioso contributo artistico che andrà ad arricchire le sale della pinacoteca che allestiremo a villa Faravelli».
I celebri "tagli" di Lucio Fontana (valore stimato di oltre 300 mila euro) l'inconfondibile "Cavallo e cavaliere" (la scultura, una monofusione di Marino Marini ha un valore stimato che supera abbondantemente i 200 mila euro), Paysage di Robert Delaunay (circa 240 mila euro), un dipinto di Piero Manzoni, (circa 260 mila euro), la "Centaurea selvatica" realizzata da Ennio Morlotti (80 mila euro) e i dipinti di Rocco Borella sono solo alcune delle oltre cinquanta opere d'arte il cui valore complessivo supera i due milioni e mezzo di euro che saranno ospitate a Villa Faravelli.
Altri autori di prestigio, le cui opere compongono la collezione Invernizzi sono Mario Radice, Frank Kupka, Sonia Delaunay, Serge Poliakoff, Piero Dorazio. Alberto Magnelli, Joseph Albert e tanti altri artisti di altrettanta bravura e notorietà.
«Della donazione - spiega il sindaco Luigi Sappa nell'annunciare proprio ieri, giorno dedicato a San Leonardo, patrono di Imperia il conferimento della cittadinanza onoraria - devo ringraziare il presidente del tribunale di Genova Michele Marchesiello, nipote della signora Danè-Invernizzi, e l'editore Gian Franco De Ferrari che ha realizzato il catalogo della collezione che ci è stata donata».
La signora Maria Teresa Danè però aveva posto una condizione. La collezione del marito doveva essere valorizzata e le oltre cinquanta opere d'arte che la compongono dovevano finire in una città non troppo grande, in grado di allestire un luogo da trasformare in un punto di riferimento culturale permanente e che rappresentasse un'attrazione.
«Hanno pensato a Imperia - aggiunge il sindaco - e credo che villa Faravelli soddisfi appieno il desiderio espresso dalla donatrice.L'idea infatti le è piaciuta molto e ha dato il proprio assenso».
Proprio a Villa Faravelli la bella costruzione a lato del municipio, è già stata allestita una mostra-evento realizzata da Georg Baselitz il celebre artista tedesco famoso per i suoi quadri "capovolti" universalmente riconoscibili ed apprezzati, il quale per molti mesi all'anno vive e lavora a Imperia in una villa sulle pendici di capo Berta e che proprio a Imperia ha scoperto e realizzato alcune opere tra le più significative del suo attuale periodo creativo.
da "Il Secolo XIX" - 27/11/2006

RITA BERTELLI - CHRISTIAN CANOVI ALLA GALLERIA OSEMONT
Sabato 2 dicembre 2006 alle ore 17.30 presso la Galleria Anna Osemont, in Via Colombo 13-15 ad Albissola Marina(Savona), tel. 019-486470, fax 019-482697, e-mail:galleriaosemont@yahoo.it, inaugura la mostra “Oltre l’illustrazione.Rita Bertelli-Christian Canovi”.
La mostra, curata da Alessandra Gagliano Candela, presenta le opera di due giovani artisti, i quali declinano il linguaggio dell’illustrazione come su un confine, sviluppandone i moduli espressivi con grande originalità.
L’illustrazione diventa così per loro un punto di partenza, dal quale accedere a territorii nuovi, dove la dimensione si accresce, il rapporto con il testo si annulla o si sviluppa in termini decorativi e di assoluta parità, il collage si accompagna alle matite colorate o al getto d’inchiostro della stampante.
Rita Bertelli dà corpo nelle opere in mostra ad un mondo personalissimo, che comprende lavori ambientati nel mondo dei bambini, come “Testa di legno”, o in quello della danza, come “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, nei quali il racconto è evocato attraverso la trama minuta del tratteggio delle matite colorate, e collage dal raffinato risalto spaziale. E’ un mondo di quieta poesia, nel quale l’immagine costruisce una storia anche quotidiana, spesso velata dal filtro sottile dell’ironia. Rita Bertelli si è diplomata Visual Designer al Politecnico di Design di Milano, ma la sua cultura è cresciuta sulla conoscenza del disegno e della pittura antica dal Manierismo a Van Dyck, che si sposa con l’interesse per il grande illustratore americano Norman Rockwell e per l’arte di Andy Warhol.
Christian Canovi scioglie nella fluidità del suo tratto le numerose ascendenze dell’illustrazione italiana e statunitense, da Andrea Pazienza, a Winsor McKay, con una cultura figurativa che comprende Mucha, Dürer, Pontormo, l’arte del XX secolo. Nella serie delle opere che verranno esposte, tratte dal “Pinocchio” di Carlo Collodi, rifonda il rapporto tra il testo e l’immagine, che diviene un tutto unico, sul quale l’occhio scorre senza soluzione di continuità.
Canovi, che ha frequentato l’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, dove sta completando il Biennio di Specializzazione in Pittura, lavora al confine dell’illustrazione in una fusione di elementi, dal disegno iniziale, all’uso della fotografia e dello scanner, introducendo anche elementi naturali, come nella scena del pescatore, e utilizza il computer per il colore e la stampa finale.
I lavori della Bertelli e di Canovi offrono un punto di vista inatteso, le molteplici possibilità di un mezzo espressivo che lascia tracce profonde nella nostra cultura, aprono un percorso che conduce oltre l’illustrazione.
Mostra: Rita Bertelli - Christian Canovi
Sede: Galleria Osemont - Via Colombo 13 - Albissola M. (SV)
Periodo:dal 2 dicembre 2006 al 7 gennaio 2007

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