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OMAGGIO AL RINOCERONTE
(PER STEFANO BOMBARDIERI) di MANUELE
SCAGLIOLA
Questo scritto non è una vera e propria recensione su una mostra attuale dedicata a Stefano Bombardieri (Brescia, 1968). Si tratta di un semplice omaggio ad un’artista le cui opere sono già state apprezzate nel Ponente ligure tramite la rassegna Agorà, nonché in mostra permanente presso la Galleria Maretti di Monaco - Montecarlo.
La prima opera che vidi di Bombardieri (precisamente il “Grande Bagaglio”, ovvero un enorme rinoceronte schiacciato a mo’ di sandwich tra una catasta di vecchie valige e pacchi) riuscì immediatamente a strapparmi un sorriso, mentre pian piano si affacciavano nella mia mente le più improbabili associazioni mentali innescate dalla bizzarra rappresentazione.
Succede raramente che un’opera d’arte contemporanea (sia nella musica che nelle arti plastiche) riesca a conquistare le simpatie del pubblico. Siamo ormai (almeno i critici) abituati ad ogni genere di aggressione, provocazione, freddezza e distacco anche da parte degli stessi artisti. Le opere di Bombardieri, al contrario, ci divertono, ci catturano nell’assurdità di una messa in scena accuratissima che va contro ogni logica e che solo l’esperienza artistica può giustificare come “credibile”. È un mondo, quello di Bombardieri, dove l’irrazionale convive con il razionale, dove gli opposti si incontrano senza escludersi a vicenda, dove le leggi di natura sono rispettate e allo stesso tempo ridicolizzate in un continuo gioco di sofisticata tensione intellettuale. O per usare le efficaci parole di Alessandro Riva, curatore del catalogo dedicato a Bombardieri, un mondo dove “nulla è ciò che sembra, la regola è sempre il suo contrario, e il pensiero è stimolato dalla forza eccezionale dei cortocircuiti della visione”.
Avvicinandoci allo “Specchio monouso”, retrocediamo con manifesta amarezza non appena ci accorgiamo che lo specchietto che ha richiamato la nostra vanità (e la nostra voglia di identità) è direttamente collegato ad una pistola puntata sulla nostra testa, invitandoci al suicidio. Per le ridotte dimensione e per il suo invitante appeal da oggetto di consumo, quest’opera potrebbe collocarsi senza dubbio tra gli innumerevoli suppellettili da design industriale che invadono le nostre case, un soprammobile da tavolino per la classe media nichilista.
Ricordate gli ippopotami nel film Disney “Fantasia” che, nonostante la loro ingombrante fisicità, danzano leggeri nei loro tutù da ballerina? Qualcosa del genere accade nella serie monumentale “Il peso del tempo sospeso”, dove enormi rinoceronti o possenti lottatori di Sumo pendono rassegnati dal soffitto tramite resistenti lacci. Oppure in “Gaia e la Balena”, dove una esile bambina trascina con tutta la nonchalance dell’infanzia un’enorme balena come se fosse il suo cagnolino. La metafora, per alcuni forse un po’ troppo facile, è in queste opere efficacissima a visualizzare uno stato d’animo, la condizione di sforzo perenne che caratterizza le nostre esistenze, il peso stesso della vita, degli errori, dei ricordi.
E poi, lo sapevate che tanto tempo fa i camion volavano beati nel cielo? Poi arrivò Newton e i TIR iniziarono a schiantarsi al suolo come enormi pere marce (“Icaro transport”).
Non era stato forse Magritte ad aver dipinto nel bel mezzo di un terso cielo celeste un enorme masso sfidando ogni legge naturale? Ovviamente solo la scienza dell’arte può creare tali miracoli, sabotando ogni pretesa di razionalismo assoluto.
Ma il surrealismo (surrealismo nel senso storico del termine) di Bombardieri non è così onirico come potrebbe sembrarci. I rinoceronti o i lottatori di Sumo non si librano nel cielo grazie alla loro incorporeità di essere mera “immagine” mentale. Essi sono davvero pesanti, forse troppo pesanti, e raggiungono lo stato di lievitazione solo grazie a delle corde o strutture che li immobilizzano precariamente in una condizione che non può che essere forzata, puramente poetica (o filosofica?), innaturale. Più che una sfida, diventano emblemi visualizzati dello scorrere del tempo, del dolore universale, del desiderio di trascendenza mai realizzato. Prima o poi cadranno.
Mi piacerebbe ricordare un’altra opera originalissima di Bombardieri, “Custodia per Rinoceronti”, dove un guscio rosso in vetroresina copre letteralmente il corpo dell’animale, lasciando libere solo le zampe. Semplice involucro industriale, o stampo-matrice per oggetti in serie? Qui il gioco si fa più esplicito, e quasi come un dadaista Bombardieri sembra meditare sul linguaggio in efficaci invenzioni visive. Il rinoceronte è già di per sé un animale-corazza, o almeno così lo classifica la nostra mente in una strana ibridazione post-moderna tra natura ed artefatto: il linguaggio, e di conseguenza il concetto, trasfigura la realtà, la rimpiazza con la pura astrazione. Il messaggio è ancora più chiaro con l’opera intitolata “Insegna parlante / TORNO” dove la funzione primaria dei cartelloni pubblicitari, quella di “parlare” per immagini, è sostituita da bocche giganti ognuna intenta a pronunciare le lettere della parola TORNO.
Bombardieri giocoliere delle immagini, quindi, ma anche filosofo del linguaggio. Un virtuoso della forma e della tecnica (si noti l’iperrealismo dei suoi soggetti) che non rinuncia al concettualismo come strumento di indagine, un funambolo che si destreggia tra leggerezza da cartone animato e profondità d’interpretazione, stravolgendo la percezione abituale di come siamo soliti vedere gli oggetti e le nostre relazioni con essi. Non c’è da meravigliarsi dunque che una poltrona od una macchina assumano improbabili sembianze da rinoceronte, né tanto meno se vediamo lo stesso animale sbucare fuori da una piccola scatoletta per sardine!
Forse anche lo stesso Bombardieri, come le sue creature gigantesche, è appeso al soffitto tramite lacci e corde, sospeso nel tempo, in una “zona neutrale” tra il basso e l’alto, tra sogno e realtà, come del resto tutti quanti noi spettatori.
Le opere di Stefano Bombardieri sono in mostra presso:
Galleria Maretti Arte Monaco
Le Roccabella - 24, Avenue Princesse Grace
www.marettiartemonaco.com

SAURO CAVALLINI A DIANO MARINA
Ecco un’esperimento interessante. Due nostre redattrici hanno visitato la mostra dianese ed hanno
riportato riflessioni diverse… L’approccio di Silvia Genta è veloce ed emozionale, quasi una
proiezione del carattere… può essere condiviso come no, ma è un dato di fatto. Claudia Andreotta,
invece, si appunta su di una osservazione altrettanto emozionale, ma, studiando la dimensione
contemporanea, appunta alcuni elementi di deduzione e di valutazione precisi. L’una introduce
l’altra, ma non viceversa. Prima osservi, poi pensi. In ogni caso, dico io, le mostre di scultura
non guastano, anzi, ce ne fossero. Altrimenti andiamo tutti nei giardini francesi, quando avremmo
spazi idonei o quasi: dal parco, da sistemare, ma interessante, di villa Faravelli ad Imperia, alla
terrazza (senza vista mare…of course), del nuovo Palafiori di San Remo.
Alessandro Giacobbe
SAURO CAVALLINI: BRONZO IN MOVIMENTO
di SILVIA GENTA
Movimento, dinamicità, essenzialità….sono i sentimenti, perché di questo si tratta, che investono l’occhio curioso e affascinato del visitatore sulla soglia di Palazzo del Parco.
Forme morbide, ma spigolose, linee fluide ma aguzze, rientranze e protuberanze, interrompono l’incanto di una leggera carezza che sfiora soavemente la superficie del bronzo.
Forme di animali, composizioni di uomini e donne, di cavalli,di gatti, di atleti, di costruzioni, che tentano di perdere i loro connotati originari per confondersi-fondersi con il tutto circostante.
La protagonista è la forma, che non è solo contorno di materia, ma forza vitale che si dispone nello spazio appropriandosene, non ferma, ma in continuo moto con esso…perché di materia vivente si tratta…
SAURO CAVALLINI: ESPANSIONI DELLA FIGURA
di CLAUDIA ANDREOTTA
Le piccole sculture esposte stabiliscono un rapporto di immediata simpatia, di sintonia con il visitatore: difficile vedere volti perplessi, le figure rappresentano esattamente quello che sembrano a prima vista. Animali, danzatori, figure umane sempre riconoscibili, costruite con un linguaggio comprensibile a tutti, nel quale le note di deformazione non impediscono l’identificazione con una realtà nota e posseduta. La maggioranza del pubblico può quindi trovare assai godibile l’esposizione, poiché le limitate forme di esasperazione figurativa sono riconducibili a semplici ragioni espressive.
Il “movimento” scelto come motivo conduttore dell’esposizione si esprime soprattutto attraverso morbide ed insieme appuntite espansioni della figure, modificandone il profilo: queste ricordano
“Forme uniche nella continuità dello spazio” di Boccioni, ma senza averne né la forza espressiva né la dirompente carica spaziale. Questa acquista più evidenza nelle sculture in cui lo spazio entra quasi a forza nella figura, completandola ed unendola allo spazio attraverso dei momenti di vuoto, in particolare nelle rappresentazione di animali (“Il gatto del Fiorino”, “Cavallo morente”, “Gufo”) e nei personaggi centrali dell’ultima cena.
Alcune opere possiedono un vago accento filiforme ispirato a Giacometti, seppur privo di spinta ascensionale: assai freddo quanto più è composto (“L’atleta”), acquista più efficacia in pezzi meno immediati come “Maternità con gabbiani”.
Merita un cenno l’allestimento, che favorisce una lettura completa delle opere e a volte ne esalta i rapporti spaziali con la proiezione delle ombre sul fondo rosso.
Scultura non innovativa né tantomeno rivoluzionaria, ma di ispirazione sincera, come si può percepire anche dalla lettura di alcuni testi che accompagnano le opere.
Mostra: Sauro Cavallini
Sede: Palazzo del Parco - Corso Garibaldi 60 - Diano Marina (IM)
Periodo: dal 30 settembre al 29 ottobre 2006
www.galleriaciviero.com/news.htm

EMILIO SCANAVINO AD ALASSIO
“Vent’anni fa, il 28 novembre del 1986, si spegneva Emilio Scanavino - sostiene Monica Zioni, Assessore alla Cultura di Alassio – artista ligure che ha amato appassionatamente la propria terra traendo da essa forti stimoli per la sua pittura innovativa, informale, introspettiva che si è affermata nel mondo.
L’assessorato alla cultura di Alassio ha voluto ricordarlo ospitando nella ex Chiesa Anglicana una mostra che celebra l’artista ma anche l’uomo e il poeta ligure.
Questo evento giunge dopo una ricognizione su alcuni nomi fondamentali dell’arte mondiale, come Francisco Goya e come Giorgio de Chirico. Con il maestro ligure si affronta ora un altro capitolo della storia dell’arte, quell'“informale” che rappresenta una delle più interessanti vicende creative dell’arte del novecento.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale negli Stati Uniti pittori come Pollock, De Kooning e Rothko danno vita all’espressionismo astratto e alla Scuola di New York, celebrandosi come i padri del primo vero movimento artistico originariamente americano.
In Europa, come anche in Giappone, ricerche analoghe nel campo della pittura gestuale vengono portate avanti da artisti come gli spazialisti Fontana e Scanavino, i “brut” come Dubuffet, gli esponenti dell'"Abstraction lyrique" come Mathieu, i “CoBrA” come Jorn e Appel, e molti altri che hanno segnato il secondo dopoguerra come un decennio di inquiete domande sul futuro, di amare riflessioni sul passato, in un presente devastato e in fase di ricostruzione.
In questa rinnovata espressione del Soggetto moderno, passato per Auschwitz e per Hiroshima, l’arte sembra trasformata nella registrazione di uno scompiglio interiore che ha il bisogno urgente di emergere sulla tela, di sfogare energie pulsionali che conoscevamo già in artisti più anziani, come Van Gogh o come Munch, ma che ora perdono la forma e diventano pura espressione, gesto spontaneo e dirompente.
In questa evoluzione dell’arte Emilio Scanavino gioca, in Italia, il ruolo di protagonista dell’informale segnico. “Il prossimo 28 novembre cade il ventesimo anniversario della scomparsa di Emilio Scanavino – spiega Nicola D. Angerame, curatore della mostra - artista genovese che come pochi altri della generazione del secondo dopoguerra, ha saputo innovare l’arte nella ricerca più ampia di un linguaggio visivo capace di comunicare la vita interiore di un uomo e di una generazione segnati da esperienze personali e collettive laceranti. Un artista che dopo aver frequentato Albisola e lavorato con Fontana, Baj, Crippa, Dova, Jorn, Corneille, Appel e molti altri, si è ritirato a Calice Ligure dove ha fondato una seconda comunità di artisti. Quella di Scanavino è un’arte in cui la lucidità euclidea e l’esprit de geometrie razionalista delle prime avanguardie astrattiste del Novecento si stempera e quasi naufraga nelle concrezioni della nuova interiorità, figlia della seconda guerra mondiale, che emerge ridefinendo il Soggetto moderno, come Io ferito, lacerato e intento a ricercare la via della propria ricostruzione”.
In occasione dei vent’anni dalla scomparsa di Emilio Scanavino si è aperta il 30 settembre ad Alassio una mostra antologica (ricca anche di documenti e filmati) di Emilio Scanavino, protagonista ligure della storia dell’arte italiana, figura centrale dell’arte informale del dopoguerra. La mostra raccoglie opere appartenenti all'intero arco produttivo di Scanavino: diversi grandi olii e acrilici; la prima acquaforte/acquatinta realizzata (tra le rarissime eseguite); molti dei libri di poesia illustrati con sui disegni, tra cui anche Vision and Prayer di Dylan Thomas, La question S. di Alain Jouffroy, La nuit est faite pour ouvrir les portes di E. Jaguer e Il groviglio di Guido Ballo, fotografie scattate da Scanavino di cui alcune con interventi autografi a biro, due poesie autografe, alcune lettere, alcuni filmati d’archivio, libri e cataloghi d’epoca. Presenziano all’inaugurazione anche il giornalista Stefano Deflino e Gianni Viola, presidente dell’Associazione Amici degli Artisti di Calice Ligure, che hanno curato nel 2005 il volume “Scanavino&C”, De Ferrari, Genova 2005 che racconta i protagonisti della comunità di artisti che si formò grazie a Scanavino negli anni Sessanta. Un filmato prestato, da Gianni Viola, racconta nel 1970 l’inchiesta che la Rai realizzò, per la regia di Antonio Donat Cattin, sul rapporto tra la cittadina ligure e la comunità di artisti cresciuta al suo interno.
Tramite questa mostra si vuole affrontare l’arte di uno dei massimi esponenti liguri dell’arte spazialista ed informale che, con la sua negazione dell’arte accademica e figurativa, ha ben rispecchiato il momento traumatico vissuto da una generazione d’artisti di tutto il mondo. L'informale fu la ricerca di una forma altra. Michel Tapié parlò di "art autre", libera da schemi e strutture significanti: pura espressione di un Soggetto ormai liberato da ogni obbligo tematico, tecnico, realizzativo, materico. Da Pollock e de Kooning in America a Fautrier e Burri in Francia e Italia, l’informale si caratterizza per alcuni tratti comuni alle diverse declinazioni americane ed europee. L’informale è: un’arte a-segnica e a-semantica, irriducibile a immagini di oggetti ed espressione del mondo fenomenico e psichico. È anche un’arte materica che ha nel colore una consistenza tangibile e corporea. Il tempo reale, l’accadere dell’esperienza viene registrato dal gesto spontaneo dell’artista, dalla sua vita psichica senza regole e schemi.
L’arte informale è un momento di grande liberazione dell’arte dalle pastoie dell’accademia. Mette in moto forze primordiali, come le paste materiche, gesti veloci e violenti. Concretizzazione di un fare che afferma l’esistenza senza il bisogno di progetti dimostrativi o di riduzioni ideologiche della realtà. Riflesso di un malessere, angoscia, affanno di chi stava uscendo dagli orrori di una guerra mondiale e presentiva le inquietudini della nascente era atomica.
Mostra: Emilio Scanavino
A cura di: Nicola Angerame
Sede: Ex Chiesa Anglicana - Via Adelasia 7 - Alassio (SV)
Periodo: dal 30 settembre al 29 ottobre 2006

LUCIANO FIANNACCA A FINALE LIGURE
Testo di Riccardo Zelatore
In Luciano Fiannacca se la ricerca espressiva è da sempre contraddistinta da una continuità
metodologica e da automatismi coerenti con la sintassi informale, la pittura è oggi
costantemente centrata sulla creazione di opere in cui il concetto di spazialità, nella sua
inarrestabile strutturazione attraverso gli impulsi di una durata, si trasforma in modulazione
dinamica nel tempo.
La componente istintiva e gestuale, che si identifica con la velocità di esecuzione e con
l’impulso cinetico ad essa dato, rimane in Fiannacca cautamente ancorata ad un principio
compositivo che, pur non totalmente preordinato, può definirsi meditato.
Sull'ampia superficie della tela ricoperta di colore denso e leggero, emergono infatti,
frangendo lo strato pittorico, grafismi disposti a barre in cui si concentra la forza
e il dinamismo che l'artista sente generare e pervadere la materia.
La ripetizione di questi elementi analoghi, mai identici, privi di un significato concettuale
evidente, suscita inevitabilmente un ritmo che porta con sé la genesi sorprendente
di una distribuzione spaziale e temporale che persiste, sotto una veste più geometricamente
definita, nei lavori più recenti, basati appunto sulla iterazione ritmica di bande dai colori
accessi e vibrati.
Queste matrici cariche di colore che valgono da cifra stilistica personale e, col loro ripetersi
e alternarsi, da partizione nel tempo, conducono ad un immagine fatta di intervalli e
sospensioni, di interruzioni e di riprese.
La contiguità dei segni, che fluiscono spesso in diagonale e che subiscono inaspettate pause
in prossimità di impreviste barriere, genera scansioni geometriche contro la profondità neutra
dei fondi.
Il flusso dei tracciati, nella corposità nettamente percepibile del colore, è teso
all'individuazione di forme intuite, evocate, ad ordire presenze comunque mai memori di
figurazioni preesistenti.
Il diretto contatto con i materiali e gli strumenti diventa la forza propulsiva della sua opera.
La conformazione fisica del tracciato, per la cui stesura l'artista usa preferibilmente spatole
di differenti misure, non è regolare ed omogenea ma vibratile e sensitiva, a volte corposamente
consistente.
Le modalità secondo le quali Fiannacca organizza il colore rispetto al fondo omogeneo
antagonista hanno valore di energia qualificante lo spazio ed altrettanto rilevante è la
profonda instabilità della luce che innerva il colore.
Il calibrato ritmo compositivo e l’impulso improvviso della frammentazione, per una dialettica
di proposizione e antitesi, assecondamento e contrasto, conducono a una dimensione quasi
tattile dell’opera tale è la pregnanza fisica del colore che infonde all’intera realizzazione
una straordinaria energia visiva.
L’alternarsi di zone chiare e scure, l’intensificarsi e il diradarsi delle diverse intensità
coloristiche, spezzano la cadenza e fanno assumere alla scena un andamento irregolare e
vibrante, di grande intensità e di notevole senso dinamico: le linee e la luce sovente non
omogenee consentono maggior movimento all’intera composizione.
La pittura di Fiannacca è piena di vigore e di energia, la sua tavolozza è vibrante, ma non
mancano l’attenzione alla organizzazione degli spazi, alle rispondenze dei colori, ai valori
lirici e poetici, alla qualità di un lavoro sempre improntato ad uno spiccato senso dell’armonia.
L’urgenza di trasmettere sensazioni attraverso i colori e i rapporti tra le masse pittoriche,
nella vitalità organica del loro tessuto, trasforma la tela in un luogo di contrasti operanti,
in un campo ove si fissano le varie soluzioni.
La sospensione dei segni rispetto alla profondità spaziale, la loro tensione di fuga verso i
bordi, le fratture compositive e le articolazioni cromatiche, sono per l'autore significanti,
diventano lingua.
Nei dipinti di Fiannacca ogni fatto formale o coloristico non vuole solo tradurre o raccontare
un’emozione ma essere direttamente emotivo. Questa esperienza si esprime in un gesto pittorico
immediato e spontaneo, in cui l’idea preliminare si modula seguendo i suggerimenti imprevisti
della materia, le rivelazioni del suo divenire, tra esigenza e caso, tra progetto e intuizione.
Le sue spatolate, istintive, ma non casuali, offrono la chiave per scoprire la sua visione
della realtà, libera dalle costrizioni dei contorni. I suoi segni incisivi ci invitano a entrare
nel suo animo, a condividerne le passioni. Per l’artista l'astrazione è una necessità
connaturata, l'unico modo per comunicare ciò che davvero vale, diventa metafora del proprio
corpo, di sé e del mondo.
In conclusione il lavoro di Fiannacca vuole evidenziare come l’esercizio pittorico non abbia
esaurito il suo ciclo, possa ancora svilupparsi sulle proprie premesse capace di produrre
esiti perfettamente attuali, per traguardare intensità espressive e valori non ancora raggiunti.
Mostra: Luciano Fiannacca - Il gesto arcaico
Dove: Fortezza Castelfranco - Via Caviglia - Finalmarina (SV)
Periodo: 3 settembre - 15 ottobre 2006

LE PULSIONI ROMANTICHE DI STURLA
Luiso Sturla - tra gli artisti liguri uno dei rari pervenuti alla notorietà nazionale e
internazionale per l’accoglienza sensibile e rivelatrice, nei suoi quadri, del paesaggio e
delle sue sfumature - espone dipinti a Albissola dove, interessato alle qualità
visive e vibratili del colore, ha realizzato suggestive ceramiche.
Il suo curriculum (fitto anche, di eccezionali esposizioni in alcune delle principali
gallerie italiane e straniere), comprende gli studi a Genova e a Torino e la vitale
partecipazione, nei primissimi anni cinquanta del secolo scorso, al M.A.C., Movimento di
Arte Concreta. Nel 1960, dopo aver attinto alle più importanti sperimentazioni francesi
e italiane dell’arte informel, Sturla compie una lunga permanenza a New York.
Se si vogliono comprendere appieno i sensi interni dei processi percettivi ed espressivi
dell’artista ligure/lombardo (e il suo graduale passaggio da una pittura che ha radici nel
Concretismo ad una pittura “naturalistica”, fitta, oltre che di pulsioni primigenie, di
lievitazioni impressionistiche, analogiche e emozionali, nutrite di epifanie visionarie
e, pure, di apparizioni prossime a un immaginario figurativo), è più che opportuno tener
conto della fusione tra le componenti formali, luminose e cromatiche europee e quelle
dell’action painting nordamericana.
Si può ravvisare in ogni dipinto, attraverso il suo modo di depositare segni e colore,
una sorta di enfatico atteggiamento che sorge da quella direttrice della cultura artistica
che diciamo romantica. “Romantica” nel senso di una consapevolezza delle possibilità
evocative della maniera ottico-percettiva in grado di cagliare sulla tela analogiche
situazioni emotive e psicologiche.
Mostra: Luiso Sturla - Le pulsioni romantiche
A cura di: Germano Beringheli
Sede: Galleria Osemont - Via Colombo 13 - Albissola M. (SV)
Periodo: dal 9 settembre al 22 ottobre 2006

ANSELMO LEGNANI A SANREMO
Sabato 7 ottobre alle 16.30 al Museo Civico di Palazzo Borea d'Olmo in corso Matteotti a Sanremo
sarà inaugurata la mostra antologica di pittura dedicata ad Anselmo Legnani.
La mostra, allestita dalla Società Promotrice di Belle Arti - Riviera dei Fiori e
dall'Assessorato ai Musei e alle Biblioteche del Comune, resterà aperta sino a domenica
12 novembre.

ECCENTRICHE VISIONI AD APRICALE
Domenica 8 ottobre alle ore 17,30 si inaugura ad Apricale, negli spazi del Castello della
Lucertola, la mostra ECCENTRICHE VISIONI, ideata da Bruna SOLINAS.
Artisti invitati: Gianluca BETTINOTTI, Oretta CASSISI, Gianna CIAO, Lino di VINCI,
Loredana GALANTE, Maurizio NAZZARETTO, Andrea NEGRI, Alessandra RAGGI, Luca STUROLO.
La mostra, che si connota come un confronto tra diverse modalità espressive, si articola,
di sala in sala, in un’alternanza tra installazioni e opere bidimensionali, tra
rappresentazioni fotografiche, di forte impatto emotivo, e rappresentazioni pittoriche
innovative.
L’ideazione della mostra tende a mettere in evidenza la potenzialità astratta di oggetti
di carattere funzionale, lo spirito di ricerca avanzata di opere strutturate su una base
tradizionale.
ECCENTRICHE VISIONI vuole aprire un intenso dialogo tra forme, volumi, rappresentazioni,
oggetti di design creativo, e lo spazio circostante, presentando un panorama dinamico tra
modelli di ricerca estetica segnati dalla contemporaneità, riflettenti le grandi lezioni
della storia, proiettati verso il futuro.
La mostra potrà essere visitata sino all'8 novembre 2006.

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