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CLAUDIO
BRAVO: MEDITAZIONI IPERREALISTE di MANUELE
SCAGLIOLA
Un aneddoto dell’Antichità ci tramanda che il
pittore greco Apelle fosse così bravo nel copiare la natura che,
avendo un giorno dipinto un grappolo d’uva in modo così realistico,
riuscì ad ingannare anche un uccello che si era avvicinato alla
pittura per rubarne un acino. Vedendo le opere del pittore
cileno Claudio Bravo (Valparaiso 1936) esposte nella Galleria
Marlborough di Monaco non possiamo che sentirci come l’ignaro
uccello ingannato da Apelle, rimanendo stupefatti dalla sconcertante
precisione tecnica di queste tele. L’opera di Bravo è da sempre
caratterizzata da una meticolosità esecutiva fuori dal comune,
evidente soprattutto nelle sue Nature Morte iperrealiste, quasi
fotografiche, con le quali ha raggiunto la fama mondiale. Le tele
esposte in questa occasione ci dimostrano però che la grandezza di
questo pittore non risiede unicamente nella sua grande perizia da
semplice “fotocopiatore” del visibile. Ad un primo sguardo la sua
arte si rivela erede diretta della grande tradizione europea
(pensiamo alle nature morte dei fiamminghi) nella sua indagine del
rapporto tra luce e materia, conferendo in modo sensuale gli aspetti
più marcatamente epidermici degli oggetti, la loro “appetibilità”
tattile e visiva. Ma in realtà questi oggetti umili e quotidiani
accarezzati dalla luce sono spesso decontestualizzati dalla loro
funzione, inseriti per lo più in ambientazioni scabre e minimaliste
(di solito una parete bianca, un tavolo), quasi stanze da certosino
spoglie da ogni superfluo, diventando enigmi immobili immersi in un
mondo di silenzio. Guardando attentamente quelle matasse di lana,
quei cesti appesi in atmosfere di serena umiltà, sembra potervi
scorgere l’emanazione di un altro (metafisico) al di là o comunque
intrinseco alle loro apparenze. Le scene sono cariche di un profondo
misticismo, quasi fossero i granelli di un rosario su qui ci si è
soffermati in lunghe ed estenuanti meditazioni. Meditazioni
iniziatiche per nuovi religiosi della materia. Allora la mente ci
riporta indietro nella storia dell’arte europea e troviamo come
illustri predecessori le spoglie Nature Morte di Zurbaràn (per cui
Bravo nutre profonda ammirazione) dove gli oggetti e la spartanità
della “scenografia”, emergenti dalle tenebre del mondo grazie alla
luce divina, si pongono come vere immagine archetipo per la
contemplazione in uno spirito di francescana semplicità. Claudio
Bravo ha dichiarato che la sua arte è un misto di realismo,
astrattismo e classicismo. Se le sue intenzioni realistiche sono
evidenti a tutti, basta dare uno sguardo ai suoi celebri “paquetes”
(pacchi) per rendersi conto di quanto risulti armonica la fusione
tra il realismo figurativo dell’oggetto e l’astrazione della sua
stessa superficie. Il materiale cartaceo di questi involucri
indagato in ogni sua piega, occupa l’intero spazio fisico della tela
tralasciando ogni contesto spaziale nel quale l’oggetto assumerebbe
un’immediata riconoscibilità, presentandosi alla vista come una
superficie regolata da puri piani geometrici. Una ulteriore
riflessione sui processi della rappresentazione artistica che
sostituisce il concetto rinascimentale della tela come finestra
aperta sul mondo, con una scatola chiusa ed autoreferenziale dove
non viene mostrato niente (l’involucro cela il contenuto), mentre la
superficie stessa dell’oggetto si impone come unica dimensione
contemplativa e come unico punto di partenza per ogni ulteriore
indagine metafisica.
Mostra: Claudio Bravo: Opere recenti
Dove: Galleria Marlborough Monaco - 4 Quai Antoine 1er – Monaco
Periodo: 29 giugno – 8 settembre 2006 Sito Web:
www.marlborough-monaco.com

FEDERICO
ZANDOMENEGHI: IL PERIODO PARIGINO di MANUELE SCAGLIOLA
Lo spazio espositivo del castello della Lucertola ad Apricale accoglie pastelli, tele e soprattutto disegni del pittore veneziano Federico Zandomeneghi, uno degli artisti italiani della fine del XIX secolo che più seppe interpretare e capire lo spirito della nuova arte impressionista francese.
Nato a Venezia nel 1841, Zandomeneghi si stabilì in un primo momento a Firenze dove entrò in contatto con l'ambiente "moderno" ed antiaccademico dei Macchiaioli, trasferendosi poi, nel 1874, a Parigi dove si inserì pienamente nella vita culturale parigina allora animata dalle ricerche degli impressionisti di prima e seconda generazione.
I disegni esposti in questa occasione, prevalentemente studi e schizzi di nudo femminile, sono relativi agli anni parigini e ci permettono di cogliere aspetti interessanti della produzione meno conosciuta di un pittore ormai noto al vasto pubblico. Il soggetto dominante in questi disegni è essenzialmente uno: l'esplorazione dei corpi e degli ambienti femminili, corpi nudi o vestiti intenti nell'igiene personale, a lavori domestici, o semplicemente abbandonati nel sonno.
A volte il tratto è deciso, una silhouette esilissima realizzata con una linea ininterrotta che ricorda il linearismo della scuola rinascimentale fiorentina, nonché gli studi accademici più tradizionali. In altri disegni il tratto si fa più veloce, acquistando una rarefazione, una inconsistenza squisitamente impressionistica che coglie, ma non congela, la figura in movimento per ostentarne gli aspetti più transitori.
Insieme ai disegni sono esposti anche olii e pastelli che riassumono le principali qualità tecniche di questo artista: finezza di esecuzione; intenso cromatismo (a volte decisamente squillante se paragonato alla tavolozza degli impressionisti d'oltralpe, ma che in Zandomeneghi risente della grande tradizione veneta); lievissime pennellate intrise di pigmenti caldi, quasi fosforescenti, che immergono il soggetto in una vibrante luce crepuscolare.
Secondo Baudelaire gli artisti avrebbero dovuto abbandonare il passato per dedicarsi invece alle faccende "del proprio tempo". Ecco allora che gli impressionisti lasciano Venere e Marte e si mettono a dipingere strade affollate, scene di bar e di spettacoli di varietà, e soprattutto momenti di intimità domestica della nuova classe sociale, la borghesia. Nelle tele di Zandomeneghi l'attenzione verso l'universo femminile si presenta come una vera ossessione: belle signore civettuole intente ad ammirarsi allo specchio, a vaneggiarsi dei propri abiti alla moda o colte in momenti di assoluta intimità come l'igiene personale. A dimostrare il profondo legame di Zandomeneghi con le tematiche e le tecniche impressionistiche citiamo la famosa tela "Le tub" (qui esposta), vero omaggio all'arte di Degas, suo grande amico.
Tralasciando gli aspetti strettamente tecnici della pittura di Zandomeneghi già ampiamente esplorati da critica e grandi mostre monografiche, mi sembra opportuno soffermarsi sul motivo della figura femminile così ossessivamente ripetuto nelle sue opere. Sicuramente domina quello spirito voyeuristico che caratterizza ogni approccio degli impressionisti verso il corpo della donna-oggetto borghese "imprigionata" non solo dal salotto e dalla toilette (gli spazi in cui da sempre l'uomo ha identificato la quintessenza della femminilità), ma anche dalla pomposità degli stessi abiti, dei propri gesti di seduzione. Oltre che alla fascinazione nell'occhio di un artista "uomo" per la presunta delicatezza di una sessualità femminile costruita, regolarizzata e addomesticata da precisi vincoli sociali (ovviamente ogni riferimento ad una pura sessualità animale della donna è tenuto scaramanticamente lontano), non è difficile scorgervi una sottile vena di misoginia, intesa come un giudizio della femminilità come vera e propria Vanitas, una riduzione della formula donna=seduzione a pura immagine standard di piacevolezza "innocua", una serie di gesti e posture facilmente (oltre che sanamente) godibili da un pubblico (come dagli stessi artisti) che allora corrispondeva quasi esclusivamente con il genere maschile di ceto borghese.
Mostra: Federico Zandomeneghi: Il periodo parigino
A cura di: Edmondo Ferrario
Sede: Castello della Lucertola - Apricale
Periodo: 27 agosto - 1 ottobre 2006
Orario: Da martedì a domenica 14.30-18.30
Domenica
mattina dalle 10.30 alle 12.00

VINCENZO
MARSIGLIA: INFINITO STELLARE Testo in catalogo di Nicola
Davide Angerame
A come astrazione e come abitare.
Ci
sono artisti che creano per se stessi, come Marcel Duchamp. Altri lo
fanno per guadagnare e per combattere la morte o la vita, come Andy
Warhol. Poi ci sono gli sciamani come Joseph Beuys, che sognano una
trasformazione antropologica. Vincenzo Marsiglia, invece, è come i
Pink Floyd di “Live at Pompei”, un concerto senza pubblico che
squaderna la massima potenza di amplificazione che la tecnologia del
momento rende possibile per inviare la musica nella galassia e nella
storia, alle radici dello spazio e del tempo. In questo caso, l’arte
diviene un ponte verso lo spazio infinito, stellare, sidereo (ma non
silente), rarefatto, seriale, desertico, profondo, aperto. Infinito
perché autorigenerante. Attraverso la ripetizione seriale delle
proprie monadi a quattro punte, Marsiglia sembra voler suonare una
musica visiva che possa metterlo in relazione (e noi in ricaduta)
con questo tipo di spazio, geometrico, matematico, interstellare.
Non lo spazio della tela da organizzare come campo di forze per le
astrazioni neoplastiche di un Mondrian e neppure quella del
quardo-finestra proiettata sul sogno dei surrealisti o quella della
tela come cartello pubblicitario catalizzatore di una culturamass
mediatica voluta dalla Pop Art. Nel proprio rigore astratto,
dove il gioco tra supporti, linee, ritmi e accostamenti di colori
sono architettati con matematica freddezza, Marsiglia introduce
degli aspetti personali, che ne rivelano l’appartenenza a una
generazione e a una società di cui l’artista è un riverbero
cosciente, un raccoglitore di sintomi, un elaboratore di dati
primari. L’arte di Marsiglia si alimenta di una intuizione iniziale
e radicale; una forma, quella della stella a quattro punte, che come
dichiara lo stesso artista: "è il mio logo, sorto da un lavoro che
eseguivo agli inizi e che consisteva nell’incrociare delle bande,
che una volta ruotate hanno prodotto una struttura geometrica la cui
intersecazione ho estrapolato e rimesso in uno spazio ideale.
All’inizio questo spazio era tutto pieno e mi faceva pensare ad un
muro stellare. Negli anni questo muro si è eliso, a favore di altre
metafore della spazio come il labirinto del Pac Man o lo spazio di
un viaggio interstellare”. In questo modo Marsiglia confessa la
propria devozione astratta per un mondo delle forme che hanno in sé
molti linguaggi, strutture e sensi. Approcciarsi con un
atteggiamento di spoliazione e ricostruzione, invece che di mimesi
onirica, è la via intrapresa da un artista che consapevolmente sta
progettando il proprio logo.
Il logo del logos.
In
questo mondo di marchi, di multinazionali, di eventi pubblicitari di
ogni genere e fattezza, molti artisti trentenni stanno rifacendo i
calcoli che permettono loro (come a noi) di stare nel mondo.
Marsiglia parla del suo logo come di una “forma di riconoscimento”.
I fattori psicoanalitici gli restano estranei, non gli interessano,
mentre sa che il destino del proprio operato dipende, come tutto
ormai, dal riconoscimento che ottiene il suo segno di
riconoscimento. In una società sempre più eterodossa, governata da
logiche di apparenza talmente più efficaci dell’arte pittorica,
sperare un’affermazione del proprio sentire interiore e personale
pare a Marsiglia una via impercorribile. Lo scacco dell’artista di
oggi, del suo ruolo e della sua identità, si rivela qui nella
ricerca di una logo del proprio logos. Marsiglia sta cercando di
affermare il proprio intelletto imponendogli di sintetizzare una
formula visiva, un logo, un marchio capace di contenere dentro uno
spazio minimo consentito (in un mondo in cui manca spazio e dove
tutto è stato esplorato e conosciuto) l’intensità, la forza, la
riconoscibilità di un soggetto persona, unico e irripetibile. Un
logo per un logos che nel marchio da lui stesso creato cerca il
doppio “riconoscimento” nel senso della propria identità (non
psicologica ma spaziale) e della riconoscibilità presso gli altri,
il mondo esterno. In questo crocevia dove si incontrano esigenze
personali profonde, ancestrali, e le più moderne pratiche di
vendita, diffusione e promozione del Sé noi spettatori cogliamo quel
dramma che è il nostro stare nel mondo, il nostro venire lacerati su
un crocevia (sulla croce cristiana come sulla stella di Marsiglia)
nel quale si incontrano e di intrecciano le due direttrici primarie
dell’esistenza: l’interiorità e la realtà esterna. Anche quella
reductio ad unum, che l’astrazione geometrica mette in campo in
quanto esigenza fondante, non può avere l’ultima parola, non può
svestirsi di quel mondo della vita che la genera. Nel dialogo
infinito tra il punto, la linea e la superficie la possibilità
dell’astrazione geometrica resta aperta proprio perché non si
realizza compiutamente. “Ci sono già delle modifiche in corso sul
logo. Penso che possa evolversi infinitamente, ma sempre in modo
inerente alla propria identità”, dice Marsiglia. Ecco cosa distingue
l’arte dal mercato, il logo del logos, dal logo di una marca di
biscotti. Il logos è vivo, cresce, va fuori di sé, poi ritorna
mutato, analizza, comprende e trasforma il mondo nel quale
infinitamente diviene. Le forchette di Capogrossi, il taglio di
Fontana, il chiodo delle estroflessioni di Castellani sono dei
riferimenti che Marsiglia ha ben presente, anche se le sue origini
le trova nel Minimalismo americano. Ma la sua originalità risiede in
questa musica seriale di logo diretta verso uno spazio infinito, che
è quello esteriore del cosmo ma anche quello interiore del logos.
L’epoca del Barocco aveva in Leibniz il suo pensatore più matematico
eppure più affascinante. Le sue monadi sono state la prima
formulazione dell’idea di modulo, che molta arte astratta ha ripreso
e sfruttato, ma nel logo del logos che Marsiglia progetta il ritorno
a Leibniz è nell’idea del microcosmo, della ripetizione nella forma
minima possibile di tutto il creato. E qui ritornano a separarsi le
strade tra l’arte e quella filosofia che Hegel pretese ne fosse la
risoluzione definitiva: la filosofia offre un concetto senza forma,
un logos (discorso) del logos (ragione); l’arte ne offre invece un
logo, un marchio, cifra, frammento: una immagine.
Un
approccio generazionale.
A gente nata nei primi anni
settanta, alcuni ultimi lavori di Marsiglia come Grey Star Lily, o
Superimpose Star Lily (2002 - 2003) possono apparire come
un’elaborazione sofisticata di quegli schermi allucinati che furono
i primi videogiochi in bianco e nero, come Space Invaders, veri e
proprio giochi minimali che hanno sedotto un’intera generazione con
meccanismi semplificati, ritmi e dinamiche binarie, piattezze
suggellate da giungle elettronici ampollosi e ipnotici. La forza
spirituale del lavoro di Marsiglia mi si squaderna davanti agli
occhi della memoria, in un gioco di autosuggestione che non pretende
oggettività e che vede nei feltri, nei collanti, nelle campiture
nere che accolgono le milizie ben inquadrate di croci a quattro
punte una riedizione pensata, fissata e sentita di quella prima
magia elettronica rimasta preclusa alle generazioni successive,
oramai assuefatte alle televisive narrazioni della play station. Noi
trentenni, invece, figli degli albori dell’era elettronica, pionieri
del Commodore 64, ci siamo nutriti di quella grafica semplificata,
lucente, seriale e ipnotica divenuta possibile con la nascita della
computeristica, della macchina calcolatrice che nella sua evoluzione
darwiniana è passata dal regno dell’aritmetica e del calcolo
matematico-contabile, al regno della geometria con l’organizzazione
di spazi virtuali capaci di proiettare le nostre ingenue menti in
mondi a una dimensione, dentro il paradosso di un a-luogo piatto e
profondo insieme. Come nel vuoto interstellare, la macchina ci
comminava la pena sensoriale di non poterci dare un punto di
riferimento dal quale partire per prendere le misure e progettare
una prospettiva. Di questo spazio disorientato, Marsiglia sembra un
reduce che prova a riorganizzare il ricordo, l’evento (felicemente)
traumatico della scoperta di un mondo nuovo: quello della macchina
calcolatrice elettronica, che la nostra generazione ha visto nascere
agli albori nell’Età del Silicio.
Mostra: Vincenzo
Marsiglia: infinito stellare Dove: Ex Chiesa Anglicana - Via
Adelasia 7 - Alassio Periodo: 8 agosto - 3 settembre 2006

VERISMO-ILLUSIONISTA PITTORICO:
ARTE CONTEMPORANEA A TORINO FRA COSTRUZIONE E DEMOLIZIONE DELL’IDEA DI SPAZIO
La mostra Verismo-Illusionista Pittorico: Arte Contemporanea a Torino
fra costruzione e demolizione dell’idea di spazio prende origine da una riflessione condotta
sui temi, sugli orientamenti stilistici, sulle sensibilità individuali, comuni ad un gruppo di
artisti che vive e lavora da anni in un’area geografica precisa - quella torinese – avendone
assimilato inquietudini e slanci, storia passata e cultura recente, umori e malumori.
Città da sempre attratta dall’aspetto concreto e fattuale della realtà delle cose ma
al tempo stesso protesa a cogliere e ad indagare i gangli mentali e filosofici relativi alla
condizione umana e all’esistenza, Torino ha prodotto e continua a produrre una serie di artisti
solidamente ancorati al cotè realista e fattuale della realtà, interessati alla descrizione o
alla rappresentazione tout court del mondo oggettivo e tuttavia naturalmente predisposti a
interagire o a visualizzare il portato emotivo e le conflittualità interiori generate in seno
al rapporto fra soggetto e ambiente circostante, fra l’individuo e il suo habitat.
La mostra raccoglie, a testimonianza di un percorso continuativo nel tempo, quattro visioni
d’artista generazionalmente lontani corrispondenti a quattro punti di vista autonomi e differenti,
legati da un fil rouge comune. L’oggetto d’attenzione è lo spazio architettonico – la città – così
come essa è distribuita oggi fra luoghi pubblici e privati, fra spazi mentali e materiali, fra
quotidianità e desiderio di fuga dalla stessa, fra localismo e globalità.
Le opere di Salvatore Astore, di Guido Bagini, di Enzo Gagliardino, di Bartolomeo Migliore
raccontano attraverso il linguaggio della figurazione pittorica il paesaggio urbano contemporaneo
così come si presenta nell’era della globalizzazione: un orizzonte fatto di mattoni, di ambienti
asettici, di stanze anonime, di segni e segnali disumanizzanti, di loghi e simboli condivisi da
una comunità nomadica che viaggia e si muove continuamente.
Il dato vero, riconoscibile in tutti i lavori presentati, è sempre il punto di partenza
per una riflessione più profonda e sofferta sull’uomo e sulla sua condizione psicologica.
Si respira nelle opere di questi artisti un’atmosfera ossessiva, disorientante, tragicamente
affacciata sul nulla, divisa fra l’urgenza di comunicare e l’incapacità di farsi comprendere.
È d’obbligo peraltro registrare l’assenza della figura umana da queste pitture, una scelta
volontaria che allude a suscitare nello spettatore il dubbio dello straniamento o
dell’immedesimazione con quanto si vede.
Le stanze da bagno di Salvatore Astore simulano dietro la verità dei luoghi familiari descritti
l’ossessione e la perdita di controllo indotta dagli stessi sull’individuo umano.
Le architetture interne di Guido Bagini, accuratamente disegnate e poi cancellate da macchie
di colore colate sul supporto, illudono con false certezze di concretezza e razionalità lo
spettatore.
I muri di mattoni dipinti ossessivamente da Enzo Gagliardino spaventano per la paura dell’oltre
che dietro vi si cela.
I segni, i loghi, le scritte rubate alla strada e alla città da Bartolomeo Migliore sono
il frutto di una disarticolazione del linguaggio umano portato al grado zero, svuotato
di senso pregnante ma in grado di sedurre con la forza della simbologia globalizzata.
La vetrina all’esterno del Museo di Calice ospita infine un’opera pittorica del giovane torinese
Marco Memeo, una sorta di summa visiva del paesaggio urbano.
Gabriella Serusi
Mostra: Verismo-Illusionista Pittorico: Arte Contemporanea a Torino
fra costruzione e demolizione dell’idea di spazio
A cura di: Gabriella Serusi
Sede: Museo D'arte Contemporanea Casa Del Console - Calice Ligure (SV)
Periodo: dal 12 agosto al 12 settembre 2006
Orario: venerdì/sabato/domenica 18-22 o su appuntamento

TRÉS
CHÈRE CHAIR!
L’Espace Helenbeck à Nice présente, Septembre de la
Photographie, du 6 septembre au 4 novembre 2006. L’exposition « Très
chère Chair,» d’artistes internationaux interroge la représentation
contemporaine de la Chair à travers les photographies de Natacha
Lesueur, Enrica Borghi, Luciano Castelli, Maï Lucas, Laurent Ehlie
Badessi, Virginie Le Touze, C.c Tabusso, Joseph Dadoune, Halil
Koyutürk, Fred Méliani, François Delebecque, Maxime Puglisi,
Arglove. Substance molle du corps (opposée au squelette), aspect
extérieur du corps humain (la peau), la chair est photographiée par
ces artistes dans une approche symbolique, identitaire et
spirituelle. Chair meurtrie, chair lésée, chair sacrée, chair
sensible, chair érotisée, asexuée, chair tatouée, chair rosée et
dorée…La chair devient un matériau de création et de revendication,
un support de moralité entre désir charnel et spiritualité, entre
sobriété et concupiscence. Matériau d’affirmation culturelle et
sociale, la chair et les corps dénudés des communautés
afro-américaines de New York, sont pour l’artiste Maï Lucas une
manière d’interroger à la fois l’identité masculine (des corps
érotisés, parés de bijoux et musclés…) et de montrer que la chair
tatouée raconte une histoire et véhicule une culture. Jeans
déchirés, bandanas, sous-vêtements suggestifs, constituent pour «
l’Homme Paré » photographié par l’artiste, un moyen de renforcer son
individualité. Les photographies reportage en Turquie de Halil
Koyutürk déplacent le questionnement de la chair comme matériau
culturel vers la visibilité d’une identité sexuelle. Peau maquillée,
corps parés et cachés des travestis et des transsexuels de Turquie
qui vivent douloureusement dans leur chair et subissent au
quotidien, l’exclusion, la promiscuité et la ségrégation
sociale…L’artiste entend dénoncer l’hypocrisie politique,
l’exploitation mercantile et la dégradation du corps humain, en
particulier si on se réfère à ses images d’enfants de la rue,
abandonnés, drogués et livrés à la prostitution. Tel un prêcheur du
haut de sa chaire, l’artiste interpelle religieusement nos
consciences sur la nature humaine. Changement de peau, changement
d’âme, pour Luciano Castelli et C.c. Tabusso qui utilisent leurs
corps dans des mises en scène, une théâtralisation de leurs
fantasmes et de leur vie. Travestissement, ambiguïté des genres,
chair troublante et provocante pour Luciano Castelli, collaborateur
et co-créateur avec l’artiste sulfureux Pierre Molinier.
Incarnation, voire réincarnation dans des personnages mythiques
(stars de cinéma et de rock and roll) pour C.c. Tabusso, des stars
élevées au rang de divinité. Changement de chair et transcendance
d’identités pour ces artistes…Mais également une interrogation
religieuse du péché de la chair en se référant aux origines
symboliques du serpent et des tentations du corps féminin.
Exaltation et glorification de la chair dans les photographies de
François Delebecque et Laurent Badessi pour qui la chair devient un
matériau de désir mais aussi de pureté dans une esthétique érotisée
et sublimée. Pour le premier, la chair est élevée au rang de
fantasme et de désir, des nus féminins dont le pigment de la peau
renvoie aux grains du sable, un hymne à la sensualité ! Pour le
second, à travers une homo-érotisation de corps fascinants en noirs
et blancs, la chair parfois bondée et enfermée, s’ouvre et se libère
dans un absolu, pur et transparent (compositions avec du sel, du
sable et de la glace), un retour à une animalité renforcée par la
représentation du cheval. Pour Virginie Le Touze la chair renvoie à
l’intime, au sensible, une chair à fleur de peau… Une chair qui
vibre, qui frissonne, qui réagit…celle exacerbée par les sens, la
vue et le toucher. Plaisir de la chair et peau de pêche, Enrica
Borghi porte quant à elle un regard poétique et humoristique sur des
fesses rebondies photographiées et parées d’un string, à se
méprendre avec les natures mortes peintes au XVIème et XVII siècle.
Une proposition nostalgique, une réinterprétation contemporaine et «
gustative » du fruit défendu… La chair des compositions alimentaires
de Natacha Lesueur, posée avec raffinement et sophistication sur des
corps féminins, devient au même titre que la femme, objet de
convoitise et de gourmandise. Les corps, immobiles, sont des
surfaces d’inscription, des empreintes (les cicatrices), des
camouflages afin de dénoncer la vanité du corps et de l’identité.
L’artifice alimentaire (entre fascination et répulsion) n’est que
prétexte pour magnifier et chosifier le corps humain. Goût et dégoût
de la chair alimentaire et de la chair humaine. Mais la chair peut
également être perçue comme sacrificielle, spirituelle et tabou.
Pour Joseph Dadoune la chair renvoie à la viande où circule
également le sang, une approche organique parfois repoussante.
Evocation du caractère sacré et sacrificiel de la chair, amputée et
charcutée, dans des mises en scènes d’inspiration religieuse (la
kabbale), surréalistes et provocantes, dans lesquelles sont exhibés
des trophées (testicules, têtes d’animaux égorgés…). L’artiste
interroge le corps et la chair dans son rapport à la destruction, à
la mort et au néant. Chair mystique de l’ordre de visions
incantatoires. Un regard politique et cruellement lucide sur la
nature humaine, capable d’exterminer ses corps dans les plus grands
charniers de l’histoire. Chair meurtrie et symbolique pour Maxime
Puglisi, avec des cicatrices comme traces et empreintes d’une
mémoire douloureuse. Pour Arglove, c’est la chair associée à la
domination sexuelle, à la chasse d’un « gibier» masculin ou féminin,
à un symbolisme lié à la castration et à l’anthropophagie. A vous
donner la chair de poule ! Quant à Fred Méliani, c’est une réflexion
sur une chair chère, celle de l’argent, des transactions
financières, des envolées de la valeur de la chair et des œuvres
d’art (exemple de la Joconde), une représentation du beau et du laid
dans la spirale démesurée des mises aux En-chair… Williams ABITBOL
Mostra: Très chère CHAIR! Sede: Espace Helenbeck - 17,
rue des Beaux-Arts - Nice Periodo: du 6 septembre au 4 novembre
2006

CONFERENZE A COLDINAVA
Nuova serie di conferenze-incontro su temi
culturali, storici ed artistici relativi alla Liguria occidentale,
con particolare approfondimento sulla valle Arroscia ed aree
limitrofe. Quest’anno gli appuntamenti sono ravvicinati, pur
mantenendo fascino attrattivo, anche per le personalità e gli Enti
coinvolti. L’organizzazione de “Il Faggio” di Coldinava prevede
i seguenti incontri, presso la sala conferenze della struttura.
Ogni appuntamento avrà inizio alle 15.30 e sarà seguito da un
aperitivo per gli intervenuti.
Si comincia il 5 settembre lo storico dottor Marco Vignola. Si tratta soprattutto storico dell'armamento medievale, autore di un recente volume sui castelli genovesi del XIII secolo. Il tema del suo incontro è Castelli in valle Arroscia tra Trecento e Quattrocento: documenti e testimonianze. La conferenza, arricchita da proiezione di immagini e lettura di documenti inediti da lui ritrovati presso l'Archivio di Stato di Genova, presenterà qualche accattivante sorpresa. Se non altro per il fatto che si parla di castelli scomparsi o di cui restano pochi ruderi. Il dibattito si potrà così allargare ad altri siti militari della valle Arroscia, tutti ricchi di storia e fascino…
Si continua il 7 settembre 2006, con Piero Arnaudo, Fiduciario Slow Food Condotta Imperia, nonché Presidente Regionale il quale introdurrà il tema de Il formaggio della Liguria occidentale nell'esperienza Slow Food: problemi e prospettive. Si potranno osservare e assaggiare i formaggi preparati dai locali educatori ambientali e ragionare su di una voce attiva della realtà rurale delle alti valli della Liguria, anche nella prospettiva turistica gastronomica. Il tema è assai accattivante, considerando anche la presenza di formaggi liguri fra gli elementi di attenzione per Slow Food.
Chiude il 14 settembre 2006 il dottor Luigi Gambaro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, il quale porterà, con visione di immagini, la sua esperienza in merito alla Archeologia delle acque in provincia di Imperia. Beodi, moli e ponti dal Medievo ad oggi. Tale esperienza, svolta sul territorio della Provincia di Imperia, ha dato importanti risultati in aree oggi meritevoli di visita. Ne consegue che si potrà introdurre un dibattito a proposito della possibilità di indagine in valle Arroscia, tenendo conto del fatto che il dott.Gambaro dirige gli scavi nella struttura dell'ex convento agostiniano ed ex caserma Manfredi, sito dell'antico castello Clavesana, all'origine dell'abitato della Pieve.
Alessandro Giacobbe, storico del territorio, fungerà da moderatore.

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