sc@lo 1 31/07/2006

lettera sulle arti dal Ponente ligure
|   home   |   redazione   |   archivio   |   links   |   contatti

 

New York New York
Forum Grimaldi - Monaco
Recensioni
NEW YORK NEW YORK
  di Manuele Scagliola
MANIFESTI IN BILICO
  TRA IL LIBERTY E IL MARE:
  FILIPPO ROMOLI A IMPERIA

  di Silvia Genta
GIANLUIGI BRANCACCIO
  AD APRICALE

  di Manuele Scagliola

Notizie
FEMMES D'EUROPE A ST. TROPEZ
CORRADO BONOMI A FINALBORGO





NEW YORK NEW YORK
di MANUELE SCAGLIOLA

Iper, super, mega. Parole adatte, queste, per descrivere lo spirito americano delle megalopoli, della cultura di massa, dei grandi supermercati, degli spettacoli blockbuster e degli effetti speciali di Hollywood. In America, ormai è mito, tutto è fuori scala, come King Kong o Godzilla. Per estensione questo concetto può essere applicato a questa mostra evento al Forum Grimaldi, se non altro per buona parte del contenuto POP esposto nelle sale dello spazio.
L’obiettivo primario di questa esposizione sembra essere quello di evidenziare il ruolo di leadership assoluta assunta dall’avanguardia americana sviluppatasi sotto l’ombra dei grattacieli di New York, dall’immediato dopoguerra divenuta la vera capitale mondiale dell’arte e principale centro di diffusione di gusti e tendenze artistiche in tutto il mondo occidentale e non.
Difficile offrire in questa sede un resoconto dettagliato della mostra, fattore dovuto all’ingente materiale esposto che va dalla pittura, scultura, video, fotografia e cinema, nonché all’ampio lasso cronologico preso in considerazione, che vede il susseguirsi o il convivere di personalità e movimenti diversissimi tra di loro. A grandi linee si può dire che il percorso espositivo si divida in due blocchi di carattere puramente cronologico. Nel primo (circa 1940-1970) si parte dall’Espressionismo Astratto di Willem de Kooning, Arshile Gorky, Lee Krasner, Robert Motherwell per arrivare al misticismo cromatico di Rothko e all’Action Painting di Jackson Pollock; ci si inoltra poi nella Post-Painterly Abstraction degli anni ’50 con opere di Frank Stella, Morris Louis e le sculture “geometrizzanti” di David Smith; si continua oltre verso gli anni ’60 e ‘70, periodo di grande fermento artistico, non solo per quanto riguarda i grandi esponenti della POP art quali Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Tom Wesselmann, James Rosenqvist e Claes Oldenburg (a proposito di Oldenburg, chi resistirebbe al grande gelato “Alphabet” che sembra sciogliersi proprio in mezzo alla sala?), nonché da altri movimenti quali il New Dada di Jasper Jones, Jim Dine e i combine paintings di Robert Rauschenberg, il minimalismo di Donald Judd e quello al neon di Dan Flavin, la OP art ed infine il concettualismo di Joseph Kosuth.
Nella seconda sezione (circa 1970-2000), la scena appare più articolata, sebbene gli artisti sembrino ancora profondamente legati alle sperimentazioni dei decenni precedenti. Sono di scena le opere iperrealiste di Richard Estes e Duane Hanson, i manifesti “filosofico-consumistici” di Barbara Kruger, i graffiti di Jean-Michel Basquiat e Keith Haring ed il “Super-Pop” di Jeff Koons, nonché opere di artisti quali Kiki Smith, Joel Shapiro, Julian Schnabel, Jenny Holzer e tanti altri fino ad arrivare alla nuova star dell’arte newyorkese, Matthew Barney, di cui è pure in visione il secondo episodio dell’ormai leggendaria saga “The Cremaster Cycle”.
Per completare questa ampia panoramica sull’arte americana sono presenti numerose fotografie di Diane Arbus, Richard Avedon, Nan Goldin, Robert Mapplethorpe, Irving Penn, Cindy Sherman ed Andres Serrano. Nei molti schermi disposti nel percorso è inoltre possibile dare uno sguardo alla produzione del cinema sperimentale degli anni ‘60, da Jonas Mekas a Andy Warhol e Stan Vanderbeek, mentre in apposite sale sono proiettati i films hollywoodiani che hanno contribuito a fornire le vere icone della cultura figurativa americana, tra cui Marilyn Monroe. Ricordiamo infine le rare registrazione di performance di artisti quali Vito Acconci, Allan Kaprow e Bruce Nauman, nonché vari esempi della videoarte americana.
Finito il giro della mostra ci si chiede: Quanto c’è di più genuinamente americano in questa arte? Quanto c’è di effettivamente “nuovo”? Messo da parte l’Espressionismo Astratto ed il New Dada che dipendono, almeno in spirito, dalle avanguardie europee, non rimane dubbio che l’intuizione più geniale della nuova arte americana sia stata quella di introdurre e celebrare la cultura di massa secondo i suoi standard di produzione, di meccanica riproducibilità: ancora oggi gli artisti di tutto il mondo devono fare i conti con l’arte seriale ed impersonale di Andy Warhol.
“Un evento imperdibile” (per usare la tipica terminologia dei blockbusters) dunque, che insieme alla elevatissima qualità artistica delle opere selezionate, ci permette di cogliere in un unico spazio tante idee nate sul suolo americano. Peccato che nel filo conduttore dell’esposizione prevalga ancora quel rispetto per il “cronologico”, quel seguire le etichette tipica della trattatistica più convenzionale. La totale assenza di tabelloni esplicativi (che presuppone un pubblico informato a priori su ciò che è in mostra) tende comunque a mascherare, o meglio a neutralizzare, ogni intenzione “storicista” ed ogni riferimento contestuale, lasciando allo spettatore, sia erudito che profano, la sensazione di trovarsi in una coloratissima Disneyland artistica, mentre nella sua mente si costruisce pian piano l’immagine di una mitologia artistica a stelle e a strisce più mega e più super che mai. All’uscita non rimane altro che sentirsi partecipi della filosofia POP e comprare il bel catalogo della mostra!

Mostra: New York New York. Cinquante ans d’Art, Architecture, Cinéma, Performance, Photographie et Vidéo
Commissari: Germano Celant e Lisa Dennison
Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00. Giovedì fino alle 22.00
Entrata: 10 €
Dove: Grimaldi Forum – Espace Ravel. Monaco – Montecarlo
Periodo: dal 14 luglio al 10 settembre
Catalogo: Skira. Disponibile in francese ed in inglese.




MANIFESTI IN BILICO TRA IL LIBERTY E IL MARE
FILIPPO ROMOLI A IMPERIA

di SILVIA GENTA

Manifesti come onde sulla riva delle nostre ciglia…scarni sull’orlo del mare, privi di etichettature, di appigli nozionistici o informativi, ma manifesti che con il loro tratto asciutto,secco, “quadrato” ci palesano una Liguria lontana.
Cartoline di inizio 900, fatte di scorci panoramici, bouquet di fiori, stabilimenti balneari e soprattutto fanciulle spigliate, sportive e scattanti, fasciate in costumi alla moda, anche un po’ oses’, protagoniste della seduzione e delle estati rivierasche.
Romoli in osmosi costante con la Palazzina Liberty, sede dell’esposizione, diventa testimone per immagini delle avvenute trasformazioni turistico-sociali, rievocando lo spirito della villeggiatura in Italia a partire dagli anni Trenta. L’andare al mare, lo svago cessa di essere una pratica riservata ad una classe privilegiata e si apre ai più.
L’artista nei suoi manifesti che diventano efficaci strumenti di richiamo turistico, coniuga esigenze promozionali ed artistiche, rivolgendosi ad un pubblico vasto ed indifferenziato, trasmettendo un messaggio essenziale con poche ma necessarie informazioni.
L’efficace sintesi tra neofuturismo e stilizzate eleganze decò, dialoga incessantemente con la dirompente atmosfera liberty della palazzina, dove all’interno decorazioni a medaglioni, e le fronde di ampi pini angolari sembrano proteggere l’idillio sottostante, reso tale dal restauro a cura della Fondazione Carige, e promotrice della stessa mostra.
Ampio e diversificato è il repertorio di argomenti dal turismo all’economia, dalle manifestazioni folkloristiche a quelle sportive, fino ai prodotti industriali; “Magneti Marelli”(1938) ad esempio, dove su una spirale ascendente si rincorrono automobili e motociclette, alludendo così esplicitamente al mito del progresso, ormai in realizzazione.
Vengono anche proposti reclames attraverso buffi e scanzonati personaggi, come il pacioso cuoco che dorme con la coscienza tranquilla dell’ “olio Berio” (1951).
Ma il manifesto di Romoli, prima ancora che opera artistica, è testimonianza storica del processo di rinascita economica dello Stato italiano, e in particolare Genova, tra gli anni ‘50/’60, con “Prestito città di Genova” (1959).
La creatività di un cartellonista impegnato per oltre un quarantennio, che si dimostra lucida e attenta osservatrice delle dinamiche sociali, dei profondi cambiamenti in atto,addossa a Filippo Romoli l’onere di prezioso testimone del 900.

Mostra: Filippo Romoli
A cura di: Leo Lecci e Maria Teresa Verda Scajola
Sede: Palazzina Liberty (alla Spiaggia d'oro)
Periodo: 14 luglio - 26 agosto 2006
Orario: tutti i giorni dalle 18 alle 23
Ingresso libero




GIANLUIGI BRANCACCIO AD APRICALE
di MANUELE SCAGLIOLA

Sotto il caldo torrido dell’estate la sagoma piramidale dell’antico villaggio di Apricale può apparire come un miraggio al visitatore che percorre la strada da Isolabona. Un oasi perfetta di ristoro e di pace ci viene offerta dal suggestivo giardino pensile del castello della Lucertola di Apricale, la cui sede espositiva ci appare ancor più come un miraggio nel deserto asettico dei “white cubes” di molte gallerie d’arte contemporanea a cui siamo ormai tanto abituati.
Le tele di Gianluigi Brancaccio (Olivetta San Michele, Imperia, 1936) esposte in questa occasione rivelano al primo sguardo tutta l’eredità della tradizione artistica del Novecento. I paesaggi urbani realizzati durante gli anni ’50 e ’60 dipendono visibilmente da formule di puro astrattismo geometrico, mentre i ritratti dello stesso periodo abbinano la costruzione geometrica dei volumi ad espliciti descrittivismi che denotano la personalità della persona ritratta e del suo ambiente circostante.
In mostra sono presenti tele della produzione più recente dell’artista (dal 2000), opere in cui non è difficile scorgervi un motivo ricorrente, ovvero la figura umana (specialmente femminile) nuda protagonista di favole mitologiche (Icaro, il ratto di Europa, Leda ed il cigno) o di esibizioni acrobatiche e circensi. In queste tele si colgono chiaramente le caratteristiche dell’arte di Brancaccio: la continua riflessione sull’arte del Novecento (pensiamo a Carrà, ma anche a Matisse); la forza vitale di un segno grafico potente e di abbinamenti di colore decisamente squillanti ed azzardati raggelata in una dimensione “totemica” e atemporale debitrice del Cubismo e del Primitivismo; il “limpido descrittivismo” della sensualità delle forme contaminate da “trasfigurazioni di matrice cubista” in una continua oscillazione tra la “realtà” sensibile più epidermica e l’ideale geometrico che ne costituirebbe l’essenza (le citazioni tra virgolette sono di Rossana Bossaglia, a cui si deve un contributo nel catalogo della mostra).
L’esposizione comprende anche opere rappresentative della vasta produzione grafica dell’artista (ricordiamo che la prima esposizione personale della sua arte grafica ebbe luogo a Parigi nel 2004 presso l’Atelier Lacourière Frelaut), caratterizzata da una semplicità lineare in cui, come nelle tele, il più tradizionale figurativismo sembra trovare la propria ragion d’essere nella più pura semplificazione geometrica.

Mostra: Gianluigi Brancaccio
A cura di: Luciano Caramel
Organizzazione generale: Danièle Noel – Comune di Apricale
Sede: Castello della Lucertola
Periodo: Dal 9 luglio al 13 agosto 2006
Entrata: 3 €
Catalogo: Mazzotta editore, in varie lingue




FEMMES D'EUROPE A ST. TROPEZ

ART’FAB s’inscrit dans la première édition de l’Été Culturel de Saint-Tropez placée sous le thème de Femmes d’Europe.
Dans quatre lieux fondamentalement différents de la ville, nous proposons trois sujets liés à la création artistique européenne du XXIe siècle.
La Citadelle, édifice emblématique qui domine Saint-Tropez et le Musée de l’Annonciade nous ont semblé les endroits idéaux pour mettre en scène des sculptures et des installations d’artistes hommes et femmes européens s’exprimant sous des formes qui évoquent la fragilité, la transparence, le désir, la protection, la grâce, le plaisir, manifestations de l’éternel féminin.
Le Lavoir Vasserot, où les lingères se retrouvaient quotidiennement pendant des siècles, a inspiré Yves Sabourin pour présenter le travail d’artistes femmes qui utilisent les techniques de broderie d’autrefois sur des matières actuelles en créant des formes contemporaines qui deviennent œuvre d’art.
La salle Jean Despas accueille exclusivement les œuvres d’artistes femmes du XXIe siècle : installations vidéos, sculptures, peintures, œuvres sur papier et photographies. Sans mettre la création « féminine » sur un plan de rivalité avec la création « masculine », il a semblé intéressant et novateur aux membres du jury et à nous-mêmes de consacrer une exposition uniquement à des femmes artistes.
Aussi, nous avons choisi de nous intéresser aux pays de l’Union Européenne, afin de présenter un «état des lieux» de la création artistique au sein d’un territoire à la fois commun, l’Europe, et rassemblant des identités très différentes.
Les vingt-cinq scènes artistiques européennes seront explorées, permettant de faire un panorama de la création d’aujourd’hui en Europe et de découvrir des territoires encore peu connus. Des artistes de contextes culturels différents se rencontrent et se « confrontent » dans une même exposition, mettant en parallèle l’idée de vie collective, de cohabitation et d’échange au sein de l’Union Européenne.
Cet évènement est l’occasion de réunir des artistes contemporains de l’art européen. Pourquoi ART’FAB donne la priorité aux femmes artistes ? Cette exposition n’est pas le reflet d’un quelconque féminisme, mais plutôt la manifestation de notre volonté d’offrir aux femmes la possibilité de s’affirmer sur la scène artistique contemporaine, aujourd’hui principalement constituée d’artistes hommes.
La création féminine n’est elle pas aussi universelle que celle de l’homme ?
Susanne van Hagen
Danielle Gaudry Cazeau

ARTFAB - Femmes d'Europe
St. Tropez
Salle Jean Despas - Lavoir Vasserot
11 juillet - 27 août 2006
Citadelle
11 juillet - 8 octobre 2006




CORRADO BONOMI A FINALBORGO

Quattro passi nel “Bel Paese delle Meraviglie” con Corrado Bonomi
Intervista a cura di Viviana Siviero

Tutti noi, in un tempo più o meno lontano siamo stati bambini. C’è chi poi una mattina si sveglia diverso -scoprendo senza esserne consapevole, che quel tempo è passato- o chi riceve in dono di mantenere per sempre il suo immaginario più sincero. Corrado Bonomi ha percorso la lunga strada della vita passando attraverso molti medium: le sue mani -schiave obbedienti di un pensiero creativo- hanno sconfinato in universi differenti, generando liberamente pitture, sculture ed installazioni, generose, gaie e taglienti, come il più serio fra i giochi.
Il bilancio, stimato proprio “nel mezzo del cammino”, è un girotondo di opere, che sembrano rivolgersi a noi con un ghigno vagamente amaro; a generarle, un paio d’occhi, che hanno saputo conservare la parte infantile e sana dell’essere, capaci di conservare uno sguardo lucido, obiettivo e impavido, negato a chi, per crescere, ha accettato di scendere a patti con l’esistere.
Occhi che -come lo specchio di Alice- sono capaci di restituire un “bel paese delle meraviglie” in cui è necessario restare all’erta. Occhi capaci di vedere un boa che ha ingoiato un orso dove chiunque vedrebbe un cappello (Saint Exupery docet).
Bonomi denuncia universi infantili, tradendo una maturità, che si serve dell’ironia, come l’assassino si serve dell’infermità mentale per restare impunito. Non è un problema di medium contingenti, non ci si deve fissare sul risultato formale: l’uso del pennello si avvicenda ad altre forme espressive a seconda dell’impulso, della necessità e della curiosità. Interventi su vecchi manifesti, condotti con la cura di un pasticcere, si alternano ad assemblaggi creativi di oggetti affettivi e domestici, feticci eighties, che ricordano il tesoro in scatola dell’Amelie di Jeunet, ri-assortiti in modo velatamente politically uncorrect...Beni dallo scarso valore commerciale, manipolati per risorgere a nuova vita, preziosità di bambini che innescano circuiti d’affezione che, in una misura o nell’altra, sono la storia di tutti, generati fra le quattro mura di un Bomarzo urbano e privatissimo.
Una genialità, quella di Bonomi, da ricercare nel “perché” più che nel “come”: «tutto sommato è solo un caso che l’arte coincida con i destini dell’uomo» afferma Corrado, col suo sorriso tipico da Stregatto terrestre…

Viviana Siviero: La tua è una carriera lunga ed intensa, che ti ha portato ad essere una sorta di narratore senza parole, che esprime la rabbia sana dell’arte. Com’è cominciata l’avventura?

Corrado Bonomi: Non mi sono mai fermato più di tanto a riflettere sulla mia carriera, sempre troppo impegnato nella creazione in divenire. Ho una sorta di pudore scaramantico nel parlare di me…quando cominci a guardarti indietro è perché davanti… Ho cominciato a fare l’artista, con tanto di mostre, nel 1981, ma ovviamente la passione è nata molto prima. Esiste una predisposizione che porta alcuni individui a privilegiare la comunicazione attraverso la manualità, piuttosto che attraverso le parole…Io sono sempre stato così e la cosa mi ha fatto riflettere sin da giovanissimo. Ricordo di un tema, in terza elementare, in cui bisognava descrivere col ricordo o con la fantasia, una passeggiata in un bosco… Ho fatto del mio meglio, naturalmente, ma la soddisfazione vera è arrivata a casa, quando mi sono trovato a riscrivere, o meglio, a ridisegnare, ciò che avevo elaborato in classe. Il bosco era, ai miei occhi, molto più bello disegnato che scritto, con più particolari, più colori, l’impianto prospettico. Questo mi ha aiutato a prendere coscienza della mia strada in modo piuttosto precoce: nella vita le intuizioni rappresentano molto, perché ti danno slancio e nuove prospettive. In casa, i miei genitori nutrivano una grande passione nei confronti della cultura e acquistavano collane di libri ed enciclopedie, cosa ormai, ahimè, passata di moda. Le mie preferite erano “Natura Viva”, in cinque volumi con tante fotografie e “I Maestri del Colore”, serie costituita da centinaia di sottili monografie ben fatte, con una trentina d’immagini a piena pagina per ogni numero. Credo di averle consumate a furia di sfogliarle: leggevo, guardavo e le utilizzavo come modelli per i miei disegni. Semplicemente, senza saperlo, facevo già allora quello che avrei fatto oggi…

Nel tuo universo utilizzi spesso, e nei modi più disparati, elementi tratti dalla sfera ludica ed infantile. La letteratura e la psicanalisi spesso fanno lo stesso, mettendo in evidenza l’importanza e la serietà di tutti quei significati che stanno subito al di sotto della coltre dell’apparire, nel mondo incantato costruito per bambini antichi e moderni. Tu meglio degli altri, puoi svelarci chi è Peter Pan?

Ad essere sincero, Peter non mi è poi tanto simpatico. A lui preferisco, di gran lunga, Capitan Uncino, o piuttosto, il suo assistente Spugna, anche se il fascino del coccodrillo tic tac… Uncino, perseguitato dal coccodrillo, che già gli ha mangiato la mano è come Acab, perseguitato da Moby Dick: questi gli antagonisti che mi piacciono, più che cattivi sono sf**ati predestinati. Stendiamo un breve elenco: Gargamella della saga dei puffi, Gatto Silvestro, Maga Magò; a qualcuno ho dedicato alcune opere, intitolate Dream, che nascono per concedere a questi eroi negativi, un momento di riscatto sugli atavici nemici.
Considero l’immaginario metaforico un comodo ed elegante calesse su cui trottare; prendiamo la favola del Gatto con gli stivali: chi è il personaggio più interessante? Il gatto o il suo padrone, il presunto Marchese di Carabà? Io dico che sono più interessanti gli Stivali del gatto! Così nell’opera che gli ho dedicato, ci sono solo gli stivali, in realtà un oggetto che contiene una macchina radiocomandata e che è solo la rappresentazione del paio di calzari del gatto, con tanto di fibbie dorate. Un lavoro che è non–scultura per ben tre motivi: primo perché oggetto, secondo perché oggetto finto, terzo perché, addirittura, si muove; tre negazioni del concetto classico di scultura. Il titolo, poi, Gli stivali del Marchese di Carabà, allude esplicitamente alla possibilità che, alla fine, gli stivali se li sia tenuti il marchese! Questo è un possibile percorso attraverso l’opera. La fiaba è come il mito e i personaggi delle fiabe e quelli più recenti dei cartoon, fanno parte dell’immaginario collettivo. Quando Willy Coyote sposta massi enormi, su pendenze insostenibili, finisce sempre inesorabilmente schiacciato, eppure ogni volta si rialza per ricominciare, una sorta di trasposizione del supplizio di Tantalo...

Sul tuo tavolo d’artista ci sono tesori inestimabili: gommose pelli iridescenti che sembrano provenire dal corpo di un drago o da un uccello di fuoco, sono in realtà parti di oggetti comuni ed allusivi, che vengono rimodellate per generare un nuovo elemento. È chiaro ormai che l’arte sia pura rappresentazione del reale e proprio questo -peculiarità e non limite- rappresenta il viatico che permette all’artista di fare ciò che desidera. Tu crei dei giardini bellissimi, utilizzando oggetti che servono per la cura degli stessi: annaffiatoi e manichette dell’acqua diventano petali, i sottovasi si fanno foglie…

Il ciclo di lavori, che ho voluto ambiguamente titolare Culture, ha origine nel 1993. Nel 1989 dipinsi un vaso con una pianta grassa su un annaffiatoio sezionato a metà, questo era l’inizio di un’idea, che poi, tre anni dopo, si sarebbe tridimensionalizzata. Nel caso originario, giocavo sull’ambiguità del soggetto “pianta grassa” su quello specifico oggetto, per alludere alla presenza/assenza d’acqua. Avrei potuto poi dipingere piante e giardini, ad esempio, sui sacchi del terriccio. Dipingere soggetti, utilizzando come supporto qualcosa che sia referenziale ad essi (tazzina da caffè/sacco di caffè, risaia/sacco del riso, mucca/cartone del latte), rappresenta un passo che si è trasformato gradatamente da intuizione a metodo. Il ciclo delle Culture si sviluppò in questo modo. Semplice e complesso allo stesso tempo, il risultato di questo ragionamento è sfociato in un ciclo che prosegue tuttora con orchidee e piante grasse, passando attraverso la creazione di fiori grandi e piccoli, rose singole, roseti rampicanti, palme, girasoli, ninfee, ecc…
La contemporaneità, presente in questo ciclo di opere, è resa evidente sia dai materiali utilizzati che dal loro aspetto formale, che concorre a ricreare una natura che sia il più innaturale possibile. All’interno del ciclo, si possono notare due momenti distinti: le prime sperimentazioni non rappresentavano specie vegetali particolari; in seguito -direi dal roseto in poi- l’evoluzione è andata in una direzione attenta al particolare, fattore che ha, per così dire, (mi scuso per l’aggettivo ardito) “imbarocchito” il lavoro. A queste ultime varietà, ho cominciato a dare nomi propri, prendendoli da un libro sulle vite dei santi e cominciando dalla lettera A, eliminando l’appellativo di santità. Le piante grasse hanno fisionomie spiccate, quindi una forte personalità. Le orchidee sono bellissime e dotate di simmetrie inusuali, che mi ricordano i coralli, quindi mi rimandano al regno animale…

Il tuo lavoro sembra essere in sintonia con un certo surrealismo magrittiano combinato all’immancabile lezione duchampiana, una riflessione che non dimentica gli avvenimenti successivi ed in particolar modo il concettualismo…

Magritte e Duchamp sono, fra gli artisti del Novecento, quelli che hanno sviluppato meglio un metodo di lavoro. Magritte -artista concettuale travestito da pittore- riesce, partendo da strani parallelismi, a mettere in scacco il linguaggio. Duchamp è un rivoluzionario che, oltre a trasformare il concetto stesso di opera d’arte, è stato capace di utilizzare un’autoironia ineguagliabile.
Il novecento delle avanguardie, o almeno i primi cinquant’anni del secolo, sono stati un periodo fertile per l’arte ed immancabile per il dopo. Io nutro rispetto ed ammirazione per diversi protagonisti del ‘900, ma in maniera discontinua, essendo attratto da singole opere e non dalla produzione completa. Magritte e Duchamp in parte sfuggono a questi tentativi di classifica.
La maggior parte delle loro opere “fa squadra” perché sono il metodo e il pensiero che sottende ad esse a prevalere. Ciascuna delle loro opere, pur mantenendosi autonoma, fa parte di un disegno più ampio concepito dal loro creatore. Per molti può sembrare lo stesso, primo fra tutti gli esempi possibili, “il mondo secondo Picasso”. A differenza di questo, Duchamp e Magritte, hanno sviluppato uno stile mentale che privilegia la consapevolezza dello stupore.
Nel 1988 presi una pipa e dipinsi sul camino della medesima, una pipa fumante, titolando l’opera Questa pipa è una pipa; nel 1999 poi, in occasione di una mostra, aggiunsi un meccanismo che faceva fumare la “pipa oggetto”. Nessuno può confutare il fatto che almeno una delle due pipe sia vera. Anche a Duchamp, oltre al costante riferimento, ho dedicato qualcosa di particolare: Ready made assoluto, in cui all’interno di un orinatoio in plastica, comprato come scherzo di carnevale, ho dipinto uno dei ready made ideati dal grande artista. È stato divertente e, allo stesso tempo, irriverente…Una curiosità: l’orinatoio finto, del tutto somigliante all’originale, esiste in undici esemplari, tanti sono i ready made da me conosciuti.

Attraverso un fantastico “Fagiolo Magico” (2003), si atterra sui “Castelli in aria” (2002): un mondo parallelo la cui mappa è chiaramente leggibile nel bambino che chiunque custodisce in sé…

Il Fagiolo Magico nasce come conseguenza del mio interesse per le nuvole!

Nel 2001 feci un’installazione presso il C.A.C. di Bellinzona intolata Oh le nuvole…! in cui, per la prima volta, le nuvole comparivano come elemento dell’installazione. Venni poi invitato da Luisa Delle Piane ad una collettiva sul tema della leggerezza, che mi ispirò il ciclo dei Castelli in aria, basato su un’idea su cui avevo già lavorato, utilizzando sabbia e colla (1990). Così ebbi l’illuminazione di abbinare castelli di carta, evocativi di leggerezza e caducità, a nuvole fatte con morbida imbottitura di cuscini…L’idea del Fagiolo Magico giunse nel 2002: opera che considero ibrida, perché mescola cicli differenti mescolandone anche i materiali. In un primo momento l’opera allestita in studio, non mi convinse: i tre metri del soffitto non erano sufficienti a dargli lo slancio e il respiro necessari. L’opera necessita di ambienti altissimi e chiede possibilmente di “sfondare” più livelli. Finalmente nel 2003, presso la galleria Falzone di Mannheim, riuscii a installarlo su tre piani: nel seminterrato si trovava il vaso da cui partiva il fagiolo, che si risolveva al primo piano, con la nuvola e il castello d’oro. All’Oratorio dei disciplinanti di Finalborgo, approfitterò proprio del meraviglioso sviluppo in altezza della sede espositiva.

Un’ultima domanda: che cos’è la cosa più bella del mondo?

La cosa più bella del mondo è sicuramente quella sensazione psicofisica nota col nome di ENTUSIASMO, ovvero, voglia di fare, gioia di fare, idee come lampi, che arrivano e si mescolano in associazioni, lampi. La sensazione, insomma, che hai quando intuisci qualcosa, che fa reagire il tuo corpo non con un’estasi vera e propria ma con una robusta e sanissima

Mostra: Corrado Bonomi - Sogno come ironia
Sede: Convento di Santa Caterina
Finale Ligure (SV) Loc. Finalborgo
Periodo: dal 5 agosto al 24 settembre 2006




|   ocrablog   |   hozro   |   tract   |   quatorze webmaster Sandro Ricaldone